Il caso Bansky e i limiti del giornalismo – 17/3/2026
L’inchiesta di Reuters che svela l’identità di Banksy apre un dibattito sui limiti etici del giornalismo fra interesse pubblico, privacy e deontologia. In chiusura, un racconto del weekend di Italia che Cambia.
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Fonti
#Banksy
Reuters – In search of Banksy
L’Indipendente – Banksy, svelata l’identità: il nome che il mercato voleva ma che l’arte non avrà mai
LinkedIn / Katia Moskvitch – #banksy #art #streetart #reuters #reporters
LinkedIn / David Rider – In search of Banksy, Reuters found the artist took on a new identity
Il Sole 24 Ore – Banksy, svelata l’identità: è lo street artist Robin Gunningham
#FaLaCosaGiusta
Fa’ la cosa giusta! – Fa’ la cosa giusta! dal 13 al 15 marzo 2026
#TedX
Italia che Cambia – Daniel Tarozzi al TEDx Lerici: “Siamo programmati per amare tutte le forme di esseri viventi”
Italia che Cambia – A Giarre il primo TEDx: innovazione e talenti per ripensare il futuro della Sicilia
#biofilia
Italia che Cambia – Ecoansia, acqua e biofilia: ecco un festival per attraversare la crisi insieme
Trascrizione episodio
“Alla fine del 2022, un’ambulanza si fermò davanti a un palazzo bombardato in questo villaggio alle porte di Kyiv. Ne scesero tre persone. Una indossava una felpa grigia, un’altra un cappellino da baseball. Entrambe avevano il volto coperto da una maschera.
La terza era più facilmente riconoscibile: non portava maschera e aveva un braccio e due gambe prostetiche, hanno raccontato a Reuters alcuni testimoni.
Gli uomini mascherati tirarono fuori dall’ambulanza degli stencil di cartone e li fissarono con del nastro adesivo a quella che un tempo era una parete interna di un appartamento, prima che i russi distruggessero tutto. Poi presero delle bombolette spray e si misero al lavoro. Nel giro di pochi minuti apparve un’immagine assurda: un uomo barbuto in una vasca da bagno, intento a strofinarsi la schiena in mezzo alle macerie.
Il suo autore era Banksy, uno degli artisti più popolari e più enigmatici al mondo, la cui identità è oggetto di dibattito e viene custodita gelosamente da decenni. Banksy è noto soprattutto per stencil semplici ma raffinati, carichi di commento sociale tagliente. Le sue opere hanno generato negli anni vendite per decine di milioni di dollari”.
Inizia così l’inchiesta con cui Reuters ha svelato al mondo, qualche giorno fa, la vera identità di Bansky, lo street artist probabilmente più famoso al mondo.
Come scrive il Sole 24 ore, “Il mistero che per decenni ha alimentato il mito dell’arte urbana contemporanea sembra essere giunto a una conclusione definitiva. Un’imponente inchiesta condotta dall’agenzia di stampa internazionale Reuters ha scoperto che dietro lo pseudonimo di Banksy si cela Robin Gunningham, un artista di graffiti nato a Bristol nel 1973 e che, in seguito, ha assunto il nome di David Jones. La scoperta è il risultato di un meticoloso lavoro di giornalismo investigativo che ha incrociato testimonianze sul campo, analisi video e un attento esame degli spostamenti dell’elusivo street artist inglese.
Il centro dell’inchiesta si è focalizzato sulle opere apparse in Ucraina alla fine del 2022, la cui paternità era stata confermata dallo stesso Banksy tramite il suo profilo Instagram, come atto di solidarietà verso le vittime dell’intervento militare russo. I reporter di Reuters hanno visitato i luoghi dove erano apparsi i graffiti, in particolare la località di Horenka, e raccolto informazioni fra gli abitanti, mostrando loro delle fotografie di diversi street artist, incluso il francese Thierry Guetta, per poter identificare il vero Banksy”.
Ora, vi lascio l’inchiesta integrale fra le fonti e anche un articolo dell’Indipendente che la ricostruisce piuttosto bene. Qui però vorrei soffermarmi su un aspetto molto importante che riguarda i limiti del giornalismo, su cui mi sembra che questa vicenda possa farci riflettere.
L’inchiesta ha infatti sollevato un discreto dibattito fra chi critica la scelta di svelare l’identità dell’artista, che per decenni ha scelto di tenerla segreta, e chi invece difende l’operato dei 3 giornalisti che l’hanno realizzata e della testata.
Ad esempio una ex giornalista di Reuters, Katia Moskvitch, scrive: “Sono davvero sconvolta dall’“inchiesta” di tre giornalisti di Reuters volta a rivelare l’identità di Banksy.
Io adoro Banksy. I miei figli adorano Banksy. Grazie a Banksy, entrambi i miei figli hanno sviluppato non solo amore e apprezzamento per l’arte, ma anche una comprensione di vari conflitti e ingiustizie che lui rappresenta con tanta abilità nei suoi dipinti. Abbiamo fatto avventure per strada a Londra per scoprire le sue opere insieme al mio bambino di 9 anni e abbiamo visitato le sue mostre nei musei di tutto il mondo (quella di Amsterdam era particolarmente straordinaria). Perfino il mio diciottenne, a cui dell’arte non potrebbe importare di meno — o almeno così dice — ama Banksy.
E questa identità segreta è sempre stata un elemento così affascinante di tutta la vicenda. Ci abbiamo scherzato sopra, abbiamo provato a immaginare chi potesse essere e perché volesse restare anonimo, ma ho sempre trovato bellissimo avere questo pittore così forte, questo sostenitore contro il razzismo, il sessismo, le guerre e la violenza — tutti valori che insegno ai miei figli — e allo stesso tempo non sapere chi fosse davvero.
Era qualcosa di rinfrescante, in un mondo dominato dalle celebrità, per le quali mettere il proprio volto e il proprio nome in mostra nel modo più evidente e più frequente possibile è diventata la grande ossessione dell’epoca moderna.
E invece no: ecco tre giornalisti, di un’agenzia autorevole, che invece di dedicare tempo e risorse al vero giornalismo investigativo — e ci sono così tanti problemi che ne beneficerebbero davvero — vanno a “svelare” la vera identità di Banksy.
Perché? Che importanza ha? Si scopre persino che per questa persona c’è una questione di sicurezza e che ha cambiato nome più volte per una ragione. Ma niente: loro vanno avanti e ne scrivono, dopo aver probabilmente passato settimane o mesi a inseguire la storia. Scrivono un intero “reportage” — e anche altri media, nel tipico stile acchiappa-click, lo riprendono.
Sono un’ex giornalista. Ho lavorato per Reuters e per AP, a Mosca, occupandomi di attentati, incidenti aerei e, sì, ho fatto anche giornalismo investigativo seguendo la politica, prima di passare al giornalismo scientifico. […] Ci sono così tante altre cose di cui occuparsi invece di rivelare l’identità di Banksy. È semplicemente sbagliato. Su così tanti livelli”.
Alla giornalista risponde un collega reporter, David Rider, che sempre su Linked indifende l’inchiesta:
“Sono un giornalista politico di lungo corso e rispondo, con rispetto ma in disaccordo, a un post della giornalista scientifica e podcaster Katia Moskvitch, critica verso Reuters per l’inchiesta che rivela l’identità dello street artist Banksy.
Condivido la tua stima per il lavoro di Banksy e per l’aura di mistero che ha costruito con grande cura, anche se non così grande cura. Eppure ho letto l’inchiesta di Reuters su Banksy con ammirazione, sia per il lavoro investigativo dei reporter sia per il modo in cui è stata presentata. La considero un esempio di giornalismo ammirevole ed etico.
Dubito anche che le loro rivelazioni cambieranno in modo significativo il mistero, il divertimento o il valore dell’artista e della sua arte. Banksy ha coltivato il mistero giocandoci sopra, rilasciando interviste in incognito anche se questo comporta dei rischi, come mostrare un tatuaggio identificabile. Ha guadagnato enormemente, milioni e milioni di dollari, dalla sua street art, dalla sua apparizione quasi spettrale e, sì, anche dal mistero che circonda la sua identità.
Una domanda: se non ti piacesse il suo messaggio umanista, ambientalista, contro l’avidità e contro la guerra, penseresti comunque che rivelare l’uomo dietro quel messaggio sia sbagliato? Se tutto ciò che faceva fosse identico, ma promuovesse, per esempio, i combustibili fossili, continueresti a pensare che i giornalisti abbiano torto a smascherarlo?
Il nostro lavoro è fornire alle persone informazioni su figure pubbliche e questioni oggetto di dibattito, senza timori né favoritismi, cercando con attenzione di ridurre al minimo i danni per gli innocenti. Credo che il team di Reuters abbia fatto proprio questo.
Quanto all’impatto del loro lavoro, Banksy non si è rivelato essere un’altra persona già famosa. Non diremo “oh, c’è un nuovo xxxxxx xxxxxx!” invece di “c’è un nuovo Banksy!”. Ora abbiamo il suo nome di nascita, alcune vecchie foto e un nuovo nome, facilmente dimenticabile, che senza dubbio verrà sostituito di nuovo legalmente.
Banksy potrebbe ancora camminare accanto a noi, senza travestimento, con bombolette spray e stencil nello zaino, mentre osserva un muro invitante, e noi non lo sapremmo comunque. Sospetto che la sua arte continuerà ad apparire magicamente in luoghi inaspettati, a trasmettere messaggi che incuriosiscono, deliziano e provocano, e ad avere immediatamente un valore di milioni di dollari.
I nomi sono stati rivelati — e diciamolo, avrebbe potuto essere più prudente. Fermarsi a bere un tè in un bar a metà progetto? — ma tutto ciò che tu e i tuoi figli amate di Banksy, e il suo impatto sul mondo, resisterà”.
Devo dire che ho trovato questo dibattito molto stimolante, almeno per me che faccio questo mestiere, spero anche per voi, e vorrei fare qualche passo ulteriore. All’inizio, quando ho sentito la notizia, un pezzetto di me ha avuto un moto di sdegno, e ha reagito esattamente come la prima giornalista. Poi però approfondendo devo dire che ho visto le cpose in modo più sfumato. Innanzitutto, sgomberiamo il campo dalle false argomentazioni, tipo il benaltrismo. Dire che ci sono cose più importanti di cui parlare non è quasi mai un’argomentazione valida per smontare un’altra argomentazione. Ci sarà sempre qualcosa di più importante di qualsiasi altra cosa, a seconda dei punti di vista e questa argomentazione non ci dice niente della validità in sé di quel lavoro.
Veniamo alla validità dell’inchiesta quindi: la deontologia professionale di chi fa il/la giornalista dice che – su questo le regole sono abbastanza simili in tutti i paesi – bisogna soppesare l’interesse pubblico di una notizia da un lato e i potenziali effetti collaterali dall’altro, in particolare il diritto alla privacy e il danno potenziale arrecato dal divulgare la notizia. Ad esempio, quando vengono desecretati dei documenti, come ai tempi di Wikileaks o adesso negli Epstein files, si oscurano sempre i nomi delle vittime, degli informatori, o di persone connesse in maniera collaterale agli eventi. Questo perché rivelare quei nomi non ha un particolare interesse per chi legge, mentre potrebbe essere molto pericoloso per coloro i cui nomi vengono rivelati.
In questo caso l’interesse pubblico c’è? Di sicuro c’è curiosità, nel senso che molte persone si chiedono e si sono chieste per anni chi fosse Bansky. Il punto però è che interesse pubblico, per come viene inteso, non coincide con ciò che interessa al pubblico, ma ciò che è nell’interesse comune delle persone. Quindi informazioni importanti per la vita delle persone. Da questo punto di vista, forse dire che non c’è un vero interesse pubblico nello svelare l’identità di Bansky. Non solo, c’è chi teme che questo possa causare delle ripercussioni o ritorsioni legali e politiche nei suoi confronti anche retroattivamente, perché la street art è spesso illegale e la sua illegalità potrebbe essere usata come leva politica da chi vuole contrastare le sue idee.
Tutto questo dovrebbe farci propendere per dire che i giornalisti di Reuters hanno sbagliato. Però: al tempo stesso il fatto di aver giocato sull’anonimato ha amplificato molto la fama di Bansky. Lui stesso ha costruito il suo personaggio giocando sul limite fra esporsi, rilasciare interviste, seminare indizi, ma senza mai farsi vedere, senza farsi acchiappare, giocando a nascondersi. Il suo anonimato era un po’ come il gioco di guardie e ladri, Bansky ha usato la sua figura inafferrabile per amplificare la sua arte e rendere ancora più impattante il suo messaggio. Solo che il gioco di guardie e ladri funziona solo se ci sono anche le guardie, funziona se chi scappa è rincorso.
Se vediamo le cose da questa prospettiva, il fatto di essere stato smascherato può non piacerci perché hanno vinto le guardie e noi tifavamo per il ladro, ma è un esito possibile di quel gioco che ha permesso a Basky du essere Bansky, anzi è un esito necessario, senza il quale il gioco non avrebbe senso e senza il quale non esisterebbe nemmeno l’arte di bansky o magari sarebbe molto meno conosciuta. In quest’ottica quindi non ci sarebbe niente di sbagliato e anzi questo fatto permetterà a futuri Bansky ancora più scaltri di provare a nascondersi e a futuri giornalisti di provare ad acchiapparli.
Quindi, concludendo, trovo entrambe le posizioni abbastanza comprensibili e argomentabili. Scrivetemi anche voi cosa ne pensate.
Il weekend appena trascorso è stato molto intenso per Italia che Cambia. Infatti eravamo sparsi per lo stivale e partecipavamo contemporaneamente a ben 3 eventi diversi. Io, assieme a Daniela Bartolini e Paolo Cignini, eravamo a FLCG, la gigantesca fiera della sostenibilità a Milano. Sono stati 3 giorni molto intensi, ricchi di incontri, e anzi ringrazio tutte le persone che ci sono venute a trovare al nostro stand, fra cui diversi ascoltatori di INMR, è sempre molto bello.
Nel frattempo sabato Selena Meli ha partecipato al Tedx di Giarre, in Sicilia, come speaker. Insomma ha tenuto un TedX, ha fatto un TedX. È la seconda volta nel giro di un anno e mezzo, dopo quello di Daniel Tarozzi, che qualcuno di ICC viene invitato a fare un TedX e questa cosa è molto bella ed emozionante. Ho chiesto a Selena di condividerci qualche emozione a caldo:
Contributo disponibile nel podcast
Infine il fondatore di ICC Daniel Tarozzi era invece ad Alba, al festival Artemisia, a parlare di ecoansia e biofilia, insieme fra l’altro all’ubiquo Paolo Cignini. In questo breve contributo, che Daniel ha registrato sul posto, ci spiega di cosa ha parlato.
Contributo disponibile nel podcast
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