Brigata Sassari e missione Unifil in Libano – INMR Sardegna #115
La Brigata Sassari in Libano e la missione Unifil col giornalista e reporter di guerra sardo, Luca Foschi. Agricoltura, della protesta all’allarme sui danni dall’aumento delle esercitazioni militari. Il centro di Giustizia riparativa di Cagliari, con l’avvocata Francesca Monni e infine, l’approdo in Parlamento della proposta di legge Zuncheddu.
Fonti
#unifil
Brigata Sassari in Libano, violenta escalation: “Preoccupante peggioramento della situazione”
Oltre cento militari della Brigata Sassari decollati da Cagliari verso il Libano. Israele pianifica l’invasione
Ancora bombardamenti nel sud del Libano, cresce la tensione dopo il ferimento del sassarino
Davvero l’Italia non vende più armi a Israele?
#agricoltura
Aumento esercitazioni militari in Sardegna, danni ad agricoltura e allevamento
Oltre 3 mila agricoltori in piazza: “in crisi il futuro della Sardegna”
Sardegna: dopo la mobilitazione Coldiretti, passi avanti su pagamenti, trasporti e riforme
#giustiziariparativa
A Cagliari inaugura il centro di Giustizia riparativa
#SCC
Lo stato di salute dell’artigianato sardo, tra crescita e memoria
Trascrizione della puntata:
È una settimana in cui le notizie di apprensione possiamo dire per i Dimonios della Brigata Sassari in Libano con la missione ùnifil sono state centrali e preponderanti. Sono circa cinquecento le donne e gli uomini della Brigata Sassari impegnati nella missione: lo schieramento è iniziato ai primi di marzo, l’ultimo decollo sabato scorso quando un centinaio di militari sono partiti dall’aeroporto civile di Elmas per raggiungere la base di Shama, in Libano, dove i Dimonios guidano la missione Leonte dell’Unifil. I report che arrivano dalla missione parlano di «profonda preoccupazione» e di atti che costituiscono «gravi violazioni della risoluzione 1701», ossia del provvedimento che ha portato i Caschi blu nel territorio. «La recente escalation lungo la Linea Blu», si legge nella nota ufficiale, (ricordiamo che la Linea Blu è la linea tracciata dalle Nazioni Unite per separare il sud del Libano dal nord d’Israele, una frontiera che non è un confine internazionale ufficiale, ma più una linea di demarcazione o meglio “linea di ritiro” fissata negli anni 2000 per confermare l’allora ritiro delle forze israeliane dal Libano meridionale). Dicevo, riprendo dalla nota ufficiale della missione in Libano, che la recente escalation «sta nuovamente causando lo sfollamento di centinaia di migliaia di residenti e la distruzione di vasti quartieri e villaggi. Centinaia di persone sarebbero state uccise e altre ferite. Come sempre in un conflitto, sono i civili a soffrire di più». Quello che viene chiarito è anche che i caschi blu dell’Unifil rimarranno per ora dislocati in tutta l’area di operazioni nel Libano meridionale e lungo la Linea Blu, segnalando le violazioni, fungendo da collegamento tra le parti e, ove possibile, facilitando l’accesso umanitario e la protezione dei civili”. Questo è ciò che arriva dalle fonti ufficiali della missione, che raccontano il ruolo dei contingenti come di monitoraggio e supporto umanitario in un contesto però complesso e attraversato anche da posizioni critiche sul senso e sull’efficacia di queste operazioni. Non manca chi ricorda anche il fatto che – come il giornalista Gian Luca Atzori – è l’esercito israeliano ad aver alimentato l’escalation nel sud del Libano dove appunto si trova la Brigata Sassari, parte di un gruppo di circa 1.300 militari italiani su 2.800 caschi blu; ricordiamo che in Libano oltre un milione di persone sono registrate come sfollate dal 2 marzo. In merito gli interrogativi riguardano il ruolo e le responsabilità anche rispetto la complicità tra stato italiano e Israele. Dalle relazioni militari e diplomatiche, fino al tema – più volte sollevato – dell’export di armamenti: l’Italia infatti ha sì bloccato le nuove autorizzazioni il 7 ottobre 2023, ma vecchie licenze hanno continuato a produrre spedizioni, e non sono mancate accuse di traffici sospetti e inchieste giudiziarie. Quello che però – facendo un passo indietro – come sempre vogliamo fare è stare sui temi per comprenderli al meglio, a partire da cosa sia in questo caso l’Unifil. Lo abbiamo chiesto al giornalista freelance e reporter di guerra Luca Foschi. E c’è un’altra domanda che abbiamo fatto a Luca Foschi che riguarda la narrazione dei conflitti, ovvero quali siano le voci dell’asia occidentale che parlano forte ma che qua non arrivano, anche in virtù della probabile combo tra xenofobia e suprematismo bianco che spesso polarizza il pensiero sul medio oriente tra il “dobbiamo andare ad aiutarli” (anche quando nessuno l’ha richiesto) e il “sono tutti terroristi”. Lascio di la parola a Luca Foschi che ringraziamo per questo contributo.
Oltre 3 mila agricoltori, allevatori e pescatori in corteo dal palazzo della regione al consiglio regionale hanno partecipato alla mobilitazione che in settimana ha occupato viale Trento e via Roma a Cagliari: non per polemica, sottolinea Coldiretti che ha chiamato la mobilitazione, ma per stimolare ad agire in modo rapido. Leggo da Rainews.it che spiega come una piattaforma di proposte per il rilancio dell’agricoltura isolana è stata consegnata alla politica regionale. “Gli agricoltori sardi non chiedono assistenzialismo – sottolinea il presidente di Coldiretti Sardegna Battista Cualbu – chiedono condizioni adeguate per lavorare”. Tra i punti più importanti della protesta, l’inefficienza della gestione delle risorse idriche. “Non abbiamo ancora visto un piano concreto per cercare di salvare tutta l’acqua che si perde” aggiunge il direttore di Coldiretti Sardegna Luca Saba. Centrali anche i ritardi nei pagamenti, pratiche che condizionano l’intero settore: territori come il Montiferru, decimato dagli incendi nel 2021, attendono ancora. Sono però arrivate sempre in settimana le prime risposte della politica regionale alla mobilitazione. Mi sposto su SassariToday che spiega come al termine della manifestazione, sono stati confermati alcuni impegni su punti ritenuti prioritari dal settore primario: dai pagamenti legati alle calamità naturali, con l’obiettivo di dare risposte alle aziende colpite, agli interventi sul comparto bovino interessato dall’emergenza dermatite, fino alla questione dei trasporti delle merci, particolarmente rilevante in una fase di aumento dei costi. Tra i risultati evidenziati anche l’avvio di percorsi di riforma sul sistema idrico e sulle agenzie regionali, con l’obiettivo di ridurre la burocrazia e rendere più efficienti le procedure amministrative. A breve, inoltre, è prevista la discussione in Consiglio regionale di una mozione sul codice doganale e sull’ultima trasformazione delle merci, per rafforzare la tutela delle produzioni locali rispetto alle importazioni. Sto però sul tema dell’agricoltura perché sempre in settimana – leggo da CagliariPad – l’associazione Centro Studi Agricoli ha lanciato un grido d’allarme basato su numerose testimonianze formali raccolte tra i produttori di Marina di Arbus, Sant’Antonio di Santadi e Pistis. Negli ultimi giorni infatti, i territori situati a ridosso dei poligoni militari hanno subito un’impennata stimata del 70% nelle attività di addestramento aereo della Nato. Le manovre, che includono simulazioni di combattimento e passaggi radenti a bassa quota, si susseguono ininterrottamente durante l’intera giornata fino a tarda notte, generando un inquinamento acustico definito insostenibile proprio sopra le aree destinate al pascolo. Uno scenario di sorvoli ravvicinati e ripetuti che sta provocando uno stress psicofisico definito senza precedenti nel bestiame, con pecore, capre e bovini che manifestano evidenti segnali di disorientamento e agitazione. Le conseguenze economiche per il comparto zootecnico locale sono immediate e pesanti, ma non mancano come abbiamo visto anche quelle sul benessere animale. Davanti a questa situazione – scrivono su CagliariPad – il mondo delle campagne non invoca concessioni speciali, ma esige il fondamentale rispetto per il proprio lavoro e per la tutela del patrimonio zootecnico dell’isola, oggi sacrificato sull’altare delle strategie militari.
È stato inaugurato il centro di Giustizia Riparativa di Cagliari nei locali ex Mercato di Sant’Elia, un passo significativo – come riporta CagliariToday – verso la promozione di percorsi riparativi e di riconciliazione sociale nel territorio cittadino. L’apertura del Centro è il risultato concreto del protocollo di intesa tra la Conferenza locale per la Giustizia Riparativa del Distretto della Corte di Appello e il Comune di Cagliari ma sono brevissima perché in merito a questa notizia abbiamo chiesto un commento nonché una spiegazione su cosa sia il centro di giustizia riparativa all’avvocata penalista Francesca Monni.
Approda in Parlamento la proposta di legge conosciuta come “legge Zuncheddu” per garantire un sostegno economico immediato alle vittime di errori giudiziari. Leggo da SardegnaNotizie24 che riporta come il provvedimento, nato da un’iniziativa popolare promossa dal Partito Radicale, prende il nome da Beniamino Zuncheddu, pastore sardo rimasto in carcere per oltre trent’anni prima di essere assolto nel 2024. Anche noi abbiamo raccontato la sua storia qualche mese fa in un’intervista che trovate nel nostro canale YouTube: è Zuncheddu a raccontare le difficoltà che ha dovuto affrontare dopo la scarcerazione. «Quando esci dal carcere – spiega – ti aprono il cancello e poi arrangiati, vivi e ti salvi come puoi. Io, grazie a Dio, ho la famiglia e mi stanno ancora mantenendo, nonostante tutte le spese che hanno già avuto». Il cuore della proposta è l’introduzione di una provvisionale economica da erogare subito dopo l’assoluzione, senza dover attendere i tempi spesso lunghi dei risarcimenti definitivi. Si parla di un contributo mensile per aiutare chi esce dal carcere senza mezzi e deve ricostruire la propria vita. La legge nasce proprio dall’esperienza di Zuncheddu, diventata simbolo dell’ingiustizia in Italia. Con oltre 50mila firme raccolte, la proposta punta ora a colmare questo vuoto, con l’obiettivo di garantire dignità e un primo sostegno concreto in attesa del risarcimento definitivo, che può arrivare anche dopo molti anni. Il testo sarà ora all’esame delle Camere, come sempre vi terremo aggiornati e aggiornate.
Sardegna che cambia è il 7° portale regionale aperto da Italia che cambia. Nella rassegna stampa, oltre alle principali notizie raccontiamo anche le nostre pubblicazioni, vediamole insieme
Da tempo il DDL 1004 che adotta la definizione di antisemitismo dell’IHRA, il cosiddetto ddl contro l’antisemitismo, è al centro del dibattito e delle critiche. La polarizzazione (semplificata) è tra chi ribadisce quanto sia necessario per combattere l’odio, e chi solleva non pochi dubbi sulla sua formulazione – troppo ampia, troppo ambigua, che potrebbe mettere a rischio il dissenso ma anche le pratiche di insegnamento critico e di confronto. In un momento storico, il nostro, d’informazione velocissima e spesso confusa, giovani studenti e studentesse portano tra i banchi le notizie che ascoltano in tv o sui social, desiderosi di capire e approfondire. E allora qual è il compito della scuola davanti alla questione palestinese, al contrasto all’antisemitismo e quali sono i potenziali limiti che questo DDL pone alla critica (fondamentale) che nasce tra i banchi di scuola? A parlarcene lunedì è stato Giulio Serra, insegnante sardo. Vi leggo un pezzo della sua riflessione che trovate integrale sui nostri canali social, ig e fb: “Negli ultimi anni, spesso richieste di maggiore informazione da parte di studentesse e studenti sono scaturite dalle immagini tremende delle stragi di Gaza. Il nostro lavoro di insegnanti è quello di fornire strumenti e abilità per informarsi, ricercare fonti, approfondire e riflettere criticamente, dando modo a ciascuno in classe di sviluppare la propria opinione. Il ddl 1004 rischia di mettere in difficoltà proprio questi processi. Il problema è che una legge formulata in modo così vago rischia di produrre un effetto molto concreto: l’autocensura. Non perché qualcuno voglia difendere l’antisemitismo, ma perché nessuno desidera muoversi dentro categorie giuridiche elastiche mentre prova semplicemente a guidare una discussione. Quando i confini non sono chiari, la reazione più naturale è restringere il campo del confronto. Farlo significa rinunciare a una parte fondamentale dell’insegnamento. Del resto, questo meccanismo è già riscontrabile nel dibattito pubblico. Sempre più spesso l’accusa di antisemitismo viene utilizzata come strumento per zittire le critiche alle azioni di Israele o screditare le manifestazioni di solidarietà con il popolo palestinese. Confondere l’odio antiebraico con la critica politica non rafforza la lotta contro di esso ma, paradossalmente, la indebolisce, rendendo più difficile insegnare a distinguere tra pregiudizio, propaganda e legittimo confronto politico. L’antisemitismo, come ogni forma di razzsimo e pregiudizio, si combatte con la conoscenza, con la precisione delle parole, con la capacità di distinguere. Per questo sorge un dubbio legittimo: quale scopo può avere una legge che finisce per scoraggiare il confronto proprio nei luoghi in cui queste abilità dovrebbero essere apprese?”
C’è una Sardegna che cresce, almeno nei numeri. Secondo i dati di Confartigianato Imprese Sardegna, l’isola è salita al terzo posto rispetto al panorama italiano per crescita delle imprese artigiane, con oltre 33.800 attività nel 2025. Eppure dietro a queste cifre si nasconde una realtà più complessa. La parola artigianato è vasta, a tratti sfuggente. Martedì abbiamo parlato di questo attraverso un articolo della nostra Sara Brughitta, in dialogo con Silvia Marcis, parte di CRAFT, progetto promosso da Sardegna Ricerche. Si tratta di un’iniziativa nata con l’obiettivo di studiare, documentare e preservare i saperi legati alla manifattura tradizionale dell’isola, al fine di contrastare il rischio che tale patrimonio culturale vada perduto. Parliamo dello stato di salute dell’artigianato in sardegna e quello che scriviamo è che c’è un concetto, sotto alcuni punti di vista romantico, dal quale bisogna partire, cioè il fatto che ogni oggetto realizzato artigianalmente va oltre la materia e racconta una storia: i tappeti tessuti al telaio, i coltelli, le ceramiche, i cestini intrecciati con le erbe palustri. Ogni paese e dunque ogni comunità ha – o aveva? – i suoi segni distintivi. Un sapere che passava, e si spera continuerà a passare, di mano in mano e che attraverso questo migrare assume forme uniche. «L’artigianato non è solo produzione – osserva Silvia Marcis – è un patrimonio culturale complesso, fatto di tecniche, simboli e conoscenze che si sono stratificate nel tempo. I prodotti artigianali sono oggetti parlanti». Uno dei nodi più delicati resta la trasmissione delle competenze: molti maestri artigiani e molte maestre artigiane stanno invecchiando, spesso senza trovare eredi. La questione non è il disinteresse: centrale è il fatto che mancano strutture formative capaci di accompagnare questo passaggio. Quello che emerge è infatti che il futuro dell’artigianato sardo non dipenderà solo dai numeri delle imprese o dalle statistiche. Sarà anzi strettamente legato alla capacità di trasmettere conoscenze, formare nuove generazioni di artigiani e artigiane e riconoscere il valore culturale e identitario di questi mestieri. Trovate il nostro approfondimento integrale su www.sardegnacehecambia.org
“Siamo 20 persone e siamo nella peggiore condizione perché il trattamento qui è pessimo. Per favore, aiutateci. Non possiamo sopportare qui ogni giorno la gente vuole suicidarsi.” Inizia così la lettera di denuncia firmata da 16 internati del CPR di Macomer, indirizzata all’Assemblea No CPR Macomer, collettivo informale parte della Rete No Cpr, e alla campagna contro la detenzione amministrativa delle persone migrantiLasciateCIEntrare. Giovedì abbiamo parlato di questo, di una lettera ovvero che descrive per l’ennesima volta una situazione di grave sofferenza ed è un grido d’aiuto rivolta alla popolazione tutta. Quello che sottolineano le due realtà destinatarie è che i fatti riportati sono noti: cibo pessimo, tutela sanitaria e giuridica carente, deprivazione, disorientamento, disperazione spinta fino
all’autolesionismo. Per le otto persone in condizioni di necessità medica urgente, potrebbe trattarsi di casi di autolesionismo, patologie trascurate, traumi attribuibili alle pratiche del centro. Sappiamo – scrivono le associazioni – che si trattengono persone contro i regolamenti stessi dei CPR e si ostacolano gli accertamenti medici delle condizioni degli internati. Una lettera e una denuncia che riporta l’attenzione su uno spazio presente in territorio sardo, il cpr di macomer appunto, che però continuiamo troppo spesso a dimenticare o – ancora peggio – a considerare come luogo in cui i diritti possono essere sospesi. Vi leggo in conclusione un appello lanciato dalla No CPR Macomer e LasciateCIEntrare: “In un contesto segnato da indifferenza, insulti razzisti e stereotipi che descrivono i reclusi come pericolosi criminali, la lettera offre una testimonianza diretta delle condizioni di trattenimento, l’assurdità di una reclusione per persone che non hanno commesso alcun reato, la terribile violenza psicologica imposta ai reclusi. Sono persone che vogliono parlare con noi, reclamare la propria umanità davanti ad un sistema che la nega. Ascoltiamo questa voce. Tutti i CPR devono essere chiusi! Cominciamo da Macomer”.
E anche questa settimana in chiusura vi segnaliamo alcuni dei prossimi eventi sparsi nell’Isola, vediamoli insieme:
- C’è una linea che attraversa trent’anni di ricerca sonora, pratiche sperimentali e visioni indipendenti: è quella tracciata da Ticonzero, che nel 2026 celebra il proprio trentesimo anno di attività insieme alla ventesima edizione di Signal Reload, il festival che negli anni ha trasformato Cagliari in uno spazio aperto alle forme più avanzate della musica contemporanea. Due anteprime, il 24 e il 26 marzo, segnano l’avvio del nuovo ciclo di eventi, confermando la vocazione di Signal Reload come luogo di incontro tra linguaggi, tecnologie e pratiche artistiche che sfuggono alle definizioni. Il primo appuntamento è in programma martedì 24 marzo alle ore 20 al Teatro del Segno di Cagliari (via Quintino Sella), dove salirà sul palco JEM3, trio composto da tre figure di riferimento della scena internazionale: JT Lewis, Elliott Sharp e Marco Cappelli. Il secondo appuntamento si terrà giovedì 26 marzo al Conservatorio “G. P. da Palestrina” di Cagliari, nella Sala Porrino, e sarà interamente dedicato alla ricerca sul suono e sulle nuove tecnologie, con protagonista Mario Ganau, pianista, compositore e producer tempiese. Una serie di appuntamenti decisamente interessanti, trovate maggiori info su www.signalfestival.org
- Sabato 21 e domenica 22 marzo 2026 tornano in Sardegna le giornate FAI di Primavera, evento dedicato al patrimonio culturale e paesaggistico italiano, promosso dal Fondo per l’ambiente ETS. L’Isola apre le porte di 8 siti distribuiti tra Sassari, Palau, Calangianus, Orgosolo, Arborea, Cagliari, Monserrato e Assemini, che comprendono anche i due Beni FAI dell’isola, le Saline Conti Vecchi e le Batterie Talmone a Punta Don Diego. Vi leggo l’elenco completo dei siti e luoghi visitabili, prendete carta e penna! Ci sono: Le Saline Conti Vecchi ad Assemini; Il Museo delle ferrovie ARST a Monserrato; Il Teatro Lirico a Cagliari; l’Idrovora di Sassu ad Arborea; L’Itinerario dei murales ad Orgosolo; Palazzo Corda a Calangianus; La Batteria militare Talmone a Palau e infine Palazzo Lombardo a Sassari. Un’occasione per riscoprire luoghi spesso inaccessibili, raccontati attraverso le voci appassionate dei volontari FAI e degli “Apprendisti Ciceroni” delle scuole. Trovate tutte le info sul sito del FAI – Fondo Ambiente Italiano.
- l Man di Nuoro rende omaggio a un cittadino illustre del capoluogo barbaricino in “Pellizza e Ballero. La divina Luce”. È questo il titolo della mostra che è stata allestita fino al 14 giugno, e che vede in primo piano il legame artistico tra due maestri della pittura in un inedito percorso espositivo. In esposizione una trentina di opere che sintetizzano il lascito ideale che Giuseppe Pellizza da Volpedo, tra i padri del divisionismo italiano, consegnò ad Antonio Ballero (1864-1932), artista nuorese che come sottolinea la curatrice della mostra nonché direttrice del Man, Chiara Gatti, “traghettò una pittura intrisa ancora di istanze realiste verso i modi sperimentali del divisionismo, veicolando la cultura tardo romantica dominante nel panorama dell’isola in direzione di una ricerca scientifica sul colore sposata a una narrazione cangiante del percepito”. Anche questa una bella occasione di conoscenza che vi consigliamo di non perdere
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