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26 Settembre 2025
Podcast / Io non mi rassegno

Buffett indicator e ritorno all’oro: il sistema è al capolinea? – 26/9/2025

Dalla Cina che annuncia il primo taglio assoluto delle emissioni al Buffet Indicator che supera il 200%, segnalando una potenziale bolla finanziaria: due segnali che indicano un possibile cambiamento profondo degli equilibri climatici ed economici globali.

Autore: Andrea Degl'Innocenti
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Questo episodio é disponibile anche su Youtube

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Trascrizione episodio

C’è un indicatore di cui, vi ammetto candidamente, non sapevo nulla fino a qualche giorno fa ma che ci dice qualcosa di interessante sullo stato dell’economia degli Usa, ma non solo. Si chiama Buffet indicator, e prende il nome da Warren Buffet, che è colui che se l’è inventato e che è anche, fra le altre cose, che è uno degli investitori più famosi di sempre, chiamato l’oracolo di Omaha per la sua capacità di prevedere l’andamento dei mercati, un investitore diciamo vecchio stampo, che preferisce puntare su aziende solide con acquisti a lungo termine.

Ecco Buffet si è inventato questo indicatore di cui non sapevo niente, fino a qualche giorno fa quando mi sono imbattuto in un Post FB di Pierluigi Paoletti, che è… oddio è decisamente più lunga da spiegare di Buffet… diciamo che è un esperto di economia e finanza, un innovatore sociale, è colui che si è inventato la moneta alternativa Scec, è stato il primo presidente di ICC, è stato fra i fondatori di NoiNet, è fra i fondatori del circuito Barterfly e boh, sicuramente mi sto scordando altrettante cose. 

Comunque, Pierluigi ha pubblicato questo post in cui mostrava l’andamento di questo indicatore. Ora, se guardate il video su YT vi metto anche il grafico, sennò ve lo spiego. Sostanzialmente si tratta di un indicatore che mette in rapporto la capitalizzazione del mercato e il PIL, degli USA. 

Che vuol dire: Il PIL misura la produzione annuale di beni e servizi di un Paese, quindi l’economia reale, quanto si produce. La capitalizzazione di borsa misura il valore di mercato complessivo delle aziende quotate. In teoria, mi ha spiegato Pierluigi, questi due valori dovrebbero all’incirca coincidere, dollaro più dollaro meno. 

Quando la capitalizzazione è minore del PIL, ovvero un 70/80% indica che il mercato azionario è sottovalutato, quindi che le aziende sono quotare meno del loro valore reale. Mentre quando raggiunge il 120% e oltre indica una sopravvalutazione, o persino una bolla speculativa, cioé quando il valore di mercato di qualcosa è esageratamente superiore al valore reale.

La bolla delle dot com del 2000, mi spiega ancora Pierluigi, a cui ho chiesto di mandarmi un commento, fece arrivare l’indicatore al 132% mentre adesso, come mostra il grafico, siamo abbondantemente oltre il 200%. Significa che la capitalizzazione di borsa vale più del doppio dell’economia reale!

Ma che vuol dire questa cosa? Come mai sta avvenendo? E cosa ci dice su quello che potremmo veder succedere? Vi leggo direttamente l’interpretazione di Pierluigi Paoletti, fermandomi di tanto in tanto per spiegare i punti più ostici: 

“Questo indicatore – mi scrive – non può essere compreso se non viene messo in relazione ad altri importanti eventi. E qui mette in fila tutta una serie di elementi:

il primo è che oggi è in atto una crisi del debito esplosa dopo il 2001 quando quantità immense di liquidità si sono riversate nelle banche, le quali hanno alimentato non tanto l’economia, quanto le quotazioni azionarie. (cioè, le banche hanno preferito investire sui mercati finanziari che sull’economia reale). Da allora è stato un continuo iniettare dosi elevate di liquidità, (il cosiddetto Quantitative easing) che ha alterato le quotazioni azionarie. 

Un altro dato interessante – continua Paoletti – è che solo 10 titoli azionari rappresentano il 77% delle performance degli indici azionari americani. Significa che il mercato azionario USA sta andando bene “in apparenza”, ma se vai a vedere bene sono solo una manciata di aziende – tipo Apple, Amazon, Google, Nvidia, Microsoft… – a trainare tutto il carro. Le altre, cioè la stragrande maggioranza, non performano così bene.

Questo si affianca alla crisi del debito dello stato americano, vicino ai 37mila miliardi di dollari, una cifra spaventosa, e sembra aver intrapreso una crescita esponenziale (oggi è a poco meno del 130% del Pil, le previsioni dicono che potrebbe arrivare al 180% entro il 2055). Questa crescita esponenziale ha portato al downgrade del debito americano con la conseguenza dell’aumento dei tassi di interesse per i titoli decennali. A maggio infatti anche Mody’s, dopo che Fitch lo aveva fatto nel 2023, ha declassato il debito Usa, cioè ha detto agli investitori che comprarlo (comprare i buoni del tesoro Usa) è un investimento un po’ più rischioso rispetto a prima, che è una roba grossa perché storicamente il debito Usa è sempre stato ritenuto quello più sicuro. 

In questo si innesca anche la sfiducia sempre maggiore nel dollaro come riserva mondiale. Pierluigi mi cita due esempi: il primo è stato l’episodio che a suo avviso ha dato avvio a questa sfiducia, ovvero il congelamento dei fondi russi nel 2022 che ha portato i BRICS a creare sistemi di scambio alternativi a quelli occidentali. Il secondo è il recente accordo dell’Arabia Saudita col Pakistan, il cosiddetto Patto di Difesa Strategica (Strategic Mutual Defence Agreement – SMDA) che dimostra come anche il petroldollaro è in grave crisi. In pratica, storicamente Arabia Saudita e Usa avevano un patto che risaliva pensate al 1974, con l’AS che si impegnava a vendere il suo petrolio solo in dollari (da qui petrodollaro) di fatto arricchendo l’economia Usa e confermando il suo predominio, dall’altro gli Usa garantivano ricchezza e sicurezza ai sauditi attraverso alleanze militari. Ma adesso questa cosa è in crisi perché l’Arabia non ha rinnovato il patto sull’esclusiva di vendita in dollari che è scaduto nel 2024, e poi perché nel frattempo sta cercando anche alleanze militari sull’altra sponda, quella di un paese come il Pakistan, più vicino ai BRICS che agli Usa. 

Tutto questo quadro, questa sfiducia crescente nel dollaro, ha fatto sì che le banche centrali in questi anni abbiano incrementato notevolmente le loro riserve inizialmente in oro e adesso sembra anche in  argento. Tant’è che i prezzi dell’oro in questi anni hanno superato i rendimenti azionari.

Molti analisti addirittura pensano che il governo americano sia in procinto di rivalutare l’oro nel bilancio statale, che adesso è quotato 45 dollari l’oncia e stimano che per avere una reale riduzione del debito il governo dovrebbe rivalutare l’oro non al valore attuale, ma ad un valore di gran lunga superiore. 

In pratica, se il governo alzasse, con un’operazione contabile, il valore contabile dell’oro, potrebbe “abbassare” artificialmente il peso del debito e migliorare i bilanci. È come dire: se io ho un lingotto d’oro in cassaforte che oggi vale 50 e ho un debito di 70, so che non ho modo di ripagarlo. Ma se io posso decidere che da domani quel lingotto d’oro invece di 50 vale 75, allora i miei bilanci sono a posto.

Questo ragionamento però ristabilirebbe un legame fra Oro e debito, quindi fra oro e moneta. E questo è l’ultimo passaggio del ragionamento di Pierluigi, che spiega: “aprirebbe la strada ad una moneta con un sottostante in oro, anche una frazione di oro o altro metallo prezioso ad es. argento. In parallelo la stessa cosa sembra stia avvenendo nel mondo BRICS. Quanto durerà questo processo è difficile da dire, ma le accelerazioni sempre più evidenti in corso fanno pensare a 1 o 2 anni non di più. Una cosa è certa il sistema della moneta FIAT basato sul debito infinito è ormai morto.

Cioè, questo sistema in cui si stampa moneta “dal nulla”, aumentando il debito all’infinito, per lui non regge più. E il Buffet indicator sopra 200%, le banche centrali che comprano oro, la sfiducia nel dollaro, i pochi titoli che trainano tutto, sarebbero appunto le crepe di un sistema al collasso. Preludio di una crisi profonda o un cambio strutturale del sistema monetario.

Staremo a vedere, abbiamo visto negli anni che il sistema economico finanziarizzato è molto più resiliente di quanto non sembri, però gli elementi mostrati da Pierluigi Paoletti sono reali, sono sotto gli occhi di tutti, e mettendi insieme il quadro che ne emerge è questo qua.

Allora, ieri è arrivata una notizia molto importante, una prima volta storica. Poi possiamo ragionare sulla qualità di questa notizia ma è indubbio che sia una novità assoluta. In pratica durante un recente vertice delle Nazioni Unite sul clima, il presidente cinese Xi Jinping ha dichiarato – per la prima volta – l’intenzione di ridurre in termini assoluti le proprie emissioni di gas serra entro il 2035. 

Quindi non di rallentarne la crescita, come aveva fatto finora. Non dire “raggiungeremo il picco nel 2030 e poi si vedrà”, ma proprio ridurre, tagliare, abbattere le emissioni. Il taglio previsto è fra il 7 e il 10 per cento rispetto al livello massimo che a detta sua verrà raggiunto nei prossimi anni, ma in realtà – ora lo vediamo meglio – potrebbe già essere stato raggiunto.

Ecco, considerate che questo tipo di impegno non era mai stato preso prima. Finora la strategia cinese prevedeva il raggiungimento del picco entro il 2030 e la neutralità climatica entro il 2060, ma senza i cosiddetti NDC, i Nationally determined contributions, ovvero gli obiettivi intermedi e più specifici di riduzione. 

Non solo: Xi ha promesso anche di portare le fonti non fossili a oltre il 30% del mix energetico entro il 2035, di moltiplicare per sei la capacità installata di eolico e solare rispetto al 2020, e di fare in modo che le auto a nuova energia – cioè elettriche, ibride plug-in e a idrogeno – diventino la parte principale delle vendite. 

In tutto ciò, secondo molti analisti, le emissioni cinesi potrebbero aver già raggiunto il picco, o al massimo lo raggiungeranno entro il 2025 – e questo renderebbe più facile il rispetto del nuovo obiettivo.

Quindi tutto bene? Insomma, non proprio tutto. Perché ci sono anche diversi punti critici. Molti esperti e climatologi hanno fatto notare che un taglio del 7-10% non basta per restare sotto la soglia critica di 1,5 °C fissata dall’Accordo di Parigi. Sarebbe servito un obiettivo di riduzione fra il 20 e il 30%.

Poi c’è il tema del carbone. Perché, mentre si annunciano questi impegni, il governo continua ad approvare e costruire nuove centrali a carbone, sollevando dubbi sulla reale coerenza tra parole e fatti. E infine c’è un’altra questione non banale: qual è l’anno di riferimento per il picco? E come verrà calcolata la riduzione? Anche queste cose vanno chiarite.

Ma nonostante tutto questo, resta il fatto che, in un momento in cui gli Stati Uniti stanno rallentando la transizione e l’Europa sta indebolendo il Green Deal, la Cina rilancia, e lo fa assumendosi un impegno concreto e – per certi versi – in controtendenza.

Come ha scritto Emanuele Bompan, che ringrazio per le sue analisi puntuali, la Cina non solo ha aggiornato il suo NDC – cioè il contributo nazionale determinato previsto dagli accordi di Parigi – ma ha anche fatto un po’ la figura di chi si prende la scena, umiliando gli Stati Uniti e la loro leadership climatica ormai traballante.

Vedremo se alle parole seguiranno davvero i fatti. Ma intanto, questo è un segnale forte, che può cambiare gli equilibri della diplomazia climatica globale.

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