Ciclone Harry: ricostruire o cambiare? La Sicilia al bivio – INMR Sicilia #23
Il ciclone Harry e la possibilità di ripensare il rapporto tra città, costa e clima, il piano rifiuti Sicilia, i giovani e l’agricoltura, il piano amianto e oltre 50 mila bambini senza pediatra.
Fonti
#Il ciclone Harry e la ricostruzione
La Sicilia – Catania, le proposte per un “Lungomare resiliente”
#L’UE e il piano rifiuti Sicilia
Giornale di Sicilia – Termovalorizzatori, arriva l’ok dall’Europa al Piano rifiuti della Sicilia
Regione Sicilia – Termovalorizzatori, da Ue ok al Piano rifiuti. Schifani: «Andiamo avanti spediti e determinati»
#I giovani e l’agricoltura
La Sicilia – La Sicilia con 5.900 aziende regione leader per numero di imprese agricole giovanili
#Bambini senza pediatri
MeridioNews – In Sicilia 50mila bambini senza pediatra: sistema in affanno tra pensionamenti e ritardi
#Piano amianto
QdS – I Comuni non “temono” l’amianto: meno di uno su tre presenta il piano
#SCC
Italia che Cambia – Catania, storia di un comitato che da venticinque anni difende il quartiere Antico Corso
Italia che Cambia – Guerra in Iran, l’Italia e le basi americane: cosa sta accadendo davvero?
Italia che Cambia – A Giarre il primo TEDx: innovazione e talenti per ripensare il futuro della Sicilia
Trascrizione Episodio
Il passaggio del Ciclone Harry lungo la costa orientale della Sicilia, lo sappiamo, ha causato parecchi danni. La macchina burocratica per i contributi economici è stata già avviata, così come molti lavori con l’ obiettivo di ritornare prima possibile alla normalità. Questa fase di ricostruzione è il momento per compiere una profonda riflessione e chiedersi: se questa distruzione fosse anche un’occasione?
Quello che è successo tra gennaio e febbraio non è un evento isolato, purtroppo è l’ennesima manifestazione concreta della crisi climatica nel Mediterraneo, una delle aree più esposte al mondo. Il ciclone Harry ha mostrato, ancora una volta, anche tutta la fragilità di un modello di sviluppo costiero che negli anni si è sviluppato in molte città. Prendo a esempio Catania perché voglio commentare con voi un articolo molto interessante di Carmelo Ignaccolo, professore di Urban Design, Technology & Claimate alla Ratgers University negli Stati Uniti d’America, che propone una visione a mio avviso lungimirante e molto concreta rispetto alla ricostruzione.
A Catania le mareggiate hanno fatto crollare parti del lungomare, aperto voragini, distrutto accessi e infrastrutture, ma allo stesso tempo hanno “restituito” pezzi di costa che erano stati sepolti sotto cemento e detriti: piccole spiagge nere, insenature laviche dimenticate, tratti di litorale che nessuno ricordava più.
È come se il mare avesse mostrato, improvvisamente, com’era prima. Nasce da qui una proposta radicale e sempre più condivisa di non ricostruire tutto com’era prima. Lo aveva anche detto il ministro Musumeci, ma non sappiamo cosa avesse in mente per davvero. Le idee per un “lungomare resiliente”, così come lo chiama Ignaccolo, vanno in una direzione opposta rispetto al passato. Niente nuovi muri, niente ulteriore cementificazione per “difendersi” dal mare, al contrario si parla di arretrare, liberare spazio, progettare insieme alla natura invece che contro di essa.
Significa, ad esempio, restituire accesso reale al mare, oggi spesso visibile ma non raggiungibile. Valorizzare la scogliera lavica invece di coprirla, creare percorsi leggeri, permeabili, capaci di adattarsi alle mareggiate senza collassare. Rinaturalizzare le coste, proteggere le spiagge sabbiose e intervenire anche sulle aree più fragili con bacini di laminazione e soluzioni basate sulla natura. Perché il problema non è solo la tempesta, ma come abbiamo costruito le città.
Per anni abbiamo trattato il mare come un elemento da contenere, da trasformare in uno sfondo ma eventi come il ciclone Harry dimostrano che questa strategia non funziona più. La vera sfida oggi non è riparare i danni, ma cambiare approccio. Catania, come tutti gli altri centri colpiti, si trova oggi davanti a un bivio: ricostruire in fretta, replicando gli errori del passato, oppure cogliere questa crisi come un’occasione per ripensare completamente il rapporto tra città, costa e clima.
Vi invito a leggere l’articolo che trovate in fonti perché Ignaccolo nel proporre soluzioni, mostra già quelle realizzate in diverse parti del mondo. Da New York, lungo il fiume Hudson a seguito del passaggio dell’uragano Sandy nel 2012, alla California, a Santiago del Cile, a Sydney. Il sicialiano medio direbbe “si vabbè, si può fare questo anche qui in Sicilia?”. La risposta è certo, lo dimostra la stessa storia di Catania costruita sulla lava e più volte ricostruita da eruzioni e terremoti. La sua storia insegna, come dice Ignaccolo che la città sa reinventarsi quando la natura la sfida. Questa volta, però, invece di domarla o nasconderla sotto muraglioni di cemento, forse vale la pena reinventarsi con essa.
Bruxelles sembra aver dato parere favorevole al Piano regionale dei rifiuti in Sicilia e quindi ai termovalorizzatori, La comunicazione ufficiale è stata data dalla direzione generale della politica regionale e urbana della Commissione Ue. Riporta così il sito della regione Sicilia. Cosa significa e cosa dobbiamo aspettarci da qui ai prossimi mesi? Lo abbiamo chiesto a Manuela Leone, referente regionale di Zero Waste Italy e Rifiuti Zero Sicilia.
La Sicilia è la regione italiana con più imprese agricole giovanili (circa 5.900), seguita da Puglia e Campania. È quanto emerge da un’analisi Coldiretti diffusa in occasione della finale a Roma dell’Oscar Green. In generale, l’agricoltura è l’unico settore che nel 2025 registra una crescita dell’occupazione under 35 (+6%), se si considerano i contratti a tempo indeterminato si sale a un +19%, mentre altri settori (industria, costruzioni, commercio e servizi) sono in calo.
In Italia ci sono circa 49mila aziende agricole guidate da giovani che risultano essere anche più produttivi rispetto alla media europea. Un elemento chiave è la capacità di innovare: oltre un terzo delle aziende ha investito per ridurre consumi di energia, acqua e fertilizzanti, migliorando sostenibilità e autonomia. Infine, per numero di imprese giovanili, l’agricoltura è il terzo settore in Italia, dopo commercio al dettaglio e costruzioni, ma davanti a ristorazione, servizi e industria.
In Sicilia ci sono oltre 50 mila bambini senza pediatra di libera scelta. Non è un titolo ad effetto, purtroppo, è la fotografia di un sistema che, pezzo dopo pezzo, sta perdendo la sua capacità di garantire un diritto fondamentale.
A lanciare l’allarme è un’interrogazione parlamentare che chiede un piano straordinario per affrontare quella che viene definita senza mezzi termini un’emergenza. Ma più che un’emergenza improvvisa è il risultato di un problema strutturale che va avanti da anni.
I motivi sono noti, dai pensionamenti non sostituiti, alla programmazione carente, alle difficoltà ad attrarre nuovi professionisti. Il risultato è che in molte aree, soprattutto nel catanese, i pediatri hanno già raggiunto il numero massimo di assistiti e le famiglie si trovano senza alternative, se non spostarsi, aspettare o pagare di tasca propria.
Negli ultimi mesi, alcune scelte amministrative hanno provato a tamponare la situazione aumentando, ad esempio, il numero massimo di bambini per pediatra, ma si tratta, appunto, di un tampone. Le proposte avanzate parlano di un piano straordinario di reclutamento, di incentivi per lavorare nelle aree interne e di una revisione della programmazione basata sui dati reali della popolazione. Questa crisi mette in discussione il modello stesso di sanità territoriale che negli anni è stata progressivamente indebolita proprio nel suo presidio più vicino alle persone, quello di base. Ripensare il sistema oggi potrebbe voler dire andare oltre la semplice “sostituzione” dei pediatri mancanti, quindi immaginare modelli più integrati dove il territorio torna ad essere centrale.
Secondo gli ultimi dati, meno di un terzo dei comuni siciliani ha adottato il piano amianto previsto per legge, si tratta di 113 comuni su 391. L’amianto è ancora oggi responsabile di malattie spesso mortali come il mesotelioma e continua a essere presente in migliaia di edifici, pubblici e privati. La mancanza dei piani comunali significa che non si sa davvero dove si trova o si sa in parte. I dati raccolti parlano di quasi 20 mila siti censiti, ma la mappatura è incompleta e in molti territori semplicemente non esiste.
Negli ultimi anni alcuni interventi sono stati fatti, decine di migliaia di siti bonificati e tonnellate di materiale rimosso, ma restano frammentari e insufficienti rispetto alla portata del problema. In Sicilia manca anche un sistema di smaltimento definitivo e questo significa che ogni bonifica è più complessa, più costosa, più lenta. Una parte del problema riguarda la percezione del rischio: l’amianto non è visibile come un’alluvione, è un problema lento che si accumula nel tempo e i cui effetti si manifestano anni dopo. E proprio per questo richiederebbe una visione ancora più forte.
Tra gli articoli pubblicati questo mese voglio segnalarvi la storia del comitato popolare Antico Corso che da oltre venticinque anni, nel cuore di Catania, porta avanti un lavoro quotidiano di cura del territorio. Una storia di cittadinanza attiva che intreccia memoria, lotta al degrado e partecipazione, mostrando come anche nei contesti più complessi possano nascere esperienze di resistenza e rigenerazione dal basso.
Abbiamo parlato della partecipazione della nostra Selena Meli alla prima edizione di TEDxGiarre. è stata una esperienza incredibile che ha visto riuniti innovatori, scienziati, ricercatori, Istituti di Ricerca che hanno mostrato davvero come un’altra Sicilia sia possibile ed esiste già. Il messaggio di Selena ha colpito davvero tanto la platea facendo conoscere la visione e la mission di Italia che Cambia.
Infine un articolo sulla guerra in Iran. Antonio Mazzeo ci invita a riflettere sul ruolo dell’Italia e in particolare sull’uso delle basi militari presenti in Sicilia, come Sigonella. Mazzeo lancia un appello a tutti i siciliani e a tutte le siciliane per prendere coscienza della gravità della situazione e contrastare la crescente militarizzazione dell’isola.
Racconta come sia accaduto con il MUOS, grazie a una serie di denunce sulla stampa, la popolazione ha iniziato a prendere coscienza rispetto a quanto stava accadendo. È stata una stagione straordinaria di mobilitazione. Non si è raggiunto l’obiettivo, ma i lavori della principale potenza mondiale sono stati rallentati di oltre tre anni risvegliando un intero territorio. E lo stesso può accadere anche adesso.
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