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23 Marzo 2026
Podcast / Io non mi rassegno

Dalle grandi proteste di Praga all’arresto di un pacifista ucraino – 23/3/2026

Le proteste a Praga contro il governo Babiš, l’arresto del pacifista ucraino Yurii Sheliazhenko e i possibili effetti della crisi energetica mediorientale sull’industria italiana.

Autore: Andrea Degl'Innocenti
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Trascrizione episodio

Ci sono state grandi proteste a Praga, contro il governo di destra populista di Andrej Babis. Leggo sul Post: Sabato a Praga, in Cechia, decine di migliaia di persone hanno manifestato contro il governo del primo ministro Andrej Babis, di destra e populista, in carica solo da qualche mese. La manifestazione si è svolta nel parco di Letná, un posto famoso anche per aver ospitato le grandi proteste del 1989 che contribuirono alla caduta del regime comunista di allora. Secondo i manifestanti, che gli organizzatori stimano essere stati circa 200mila, Babis e il suo governo sarebbero una minaccia per la democrazia.

Babis era già stato primo ministro della Cechia dal 2017 al 2021, allora in coalizione con il Partito Socialdemocratico. È un miliardario con una retorica molto populista, cosa che ha portato a paragonarlo a Donald Trump e Silvio Berlusconi. Negli anni è stato accusato e processato per varie vicende di conflitti di interesse. Da qualche anno ha spostato verso destra le sue posizioni: ha intensificato le critiche contro l’Unione Europea, e in particolare contro il Green Deal, l’insieme di leggi europee per la tutela dell’ambiente. In più è un critico del sostegno militare all’Ucraina ed è contrario a dare assistenza ai profughi ucraini, sostenendo che costi troppo (in Cechia ce ne sono 373mila, il numero più alto in rapporto alla popolazione tra i paesi dell’Unione).

I manifestanti, riporta Reuters, contestano al governo diverse cose. La prima è il tentativo del governo di controllare, o perlomeno quello che viene visto come un tentativo di controllare i media pubblici. In pratica, il governo vuole cambiare il sistema di finanziamento dei media pubblici, e legare di più il finanziamento al bilancio statale. Una riforma che secondo diverse organizzazioni europee per la libertà di stampa può aumentare la pressione politica sulle emittenti pubbliche. In una lettera pubblicata a gennaio, diversi di queste sigle come hanno detto apertamente che una riforma del genere rischierebbe di minarne indipendenza e sostenibilità.

Poi ci sono le nuove regole sulle ONG, per le quali il governo ha studiato una “legge sugli agenti stranieri”, che somiglia molto a quella russa e georgiana. In pratica l’idea è che le Ong straniere siano in realtà dei modi di fare pressione e inflitrare la società da parte di potenze straniere. È un tema scivoloso, perché da un lato esistono prove solide che alcune potenze straniere abbiano finanziato ONG, media indipendenti, osservatori elettorali e gruppi civici con l’obiettivo dichiarato di favorire transizioni democratiche o indebolire regimi autoritari. Basti pensare alle famose rivoluzioni colorate negli stati post sovietici. Gli stessi programmi di democrazia promossi da organismi come NED, USAID e altri donatori occidentali hanno avuto anche quegli obiettivi lì. 

È il cosiddetto soft power, ed è una cosa che viene considerata legittima a livello di diritto internazionale. Quindi si capisce che uno stato mal tolleri queste intromissioni. E la stessa cosa la osserviamo anche ad esempio da parte della Russia in Italia, in Europa, in Africa. Solo che quando è la Russia a farla qua lo chiamiamo infiltrazione, se lo fanno gli Usa altrove lo chiamiamo sostegno alla democrazia. Che poi, in realtà Trump ha smantellato tutte o quasi le istituzioni Usa che fanno soft power perché lui se ne sbatte del soft power, e gli preferisce di gran lunga la violenza pura.

Il problema però – tornando alle leggi sugli agenti stranieri – è che legiferare contro questo tipo di attività diventa quasi sempre (ma togliete il quasi) un modo da parte di regimi autoritari o che aspirano a diventarlo, per soffocare ulteriormente quei pezzi di società civile che si provano a organizzare per contrastare i regimi stessi. 

Tornando più in generale alle proteste, un altro fattore che ha fatto esplodere la rabbia riguarda Babiš personalmente. AP riferisce che ha pesato molto la decisione della Camera bassa di bloccare il procedimento legale contro di lui nel caso della presunta frode sui sussidi UE, alimentando l’idea che ci siano cittadini “più uguali degli altri” davanti alla legge. E anche in questo il parallelismo con Berlusconi regge. 

Infine Reuters segnala che in piazza si contestavano anche i tagli alla spesa per la difesa e più in generale l’atteggiamento del governo su Ucraina, Unione europea e cooperazione occidentale. AP aggiunge che Babiš è criticato per il rifiuto di sostenere Kiev e per le posizioni ostili ad alcune politiche UE su ambiente e migrazione.

In tutto questo sembra si stia aprendo un po’ una frattura istituzionale nel paese, perché c’è uno scontro in corso fra Babis e il Presidente della Repubblica, Petr Pavel. In Cechia il PdR viene eletto con elezione diretta, e nel 2024 Pavel aveva sconfitto proprio Babis, nella corsa a PdR. Pavel ha una carriera militare alle spalle ed è un ex generale della Nato. 

Successivamente Babis invece ha vinto, con il suo partito, le elezioni politiche ed è diventato primo ministro lo scorso dicembre. Ecco sembra che attorno a queste due figure si stiano coagulando le due posizioni polarizzate della società ucraina. Una parte più filoeuropea, filo Nato, e l’altra più filorussa. Poi le cose sono sempre più complesse di così, più sfumate, le divisioni meno nette e le persone, grazie a Dio, sono essi stessi animali complessi, con tendenze e tensioni opposte. 

Capite dunque come sia difficile raccontare queste manifestazioni senza cadere negli eccessi opposti. Raccontarle solo come una ribellione del popolo a un regime autoritario non considera la dimensione geopolitica e il quadro internazionale. Raccontare solo la geopolitica non racconta la storia delle tante persone che comunque quello slittamento autoritario lo stanno vivendo e contro il quale si ribellano. Non so esattamente dove stia la verità, ammesso che abbia senso farsi questa domanda, ma penso che sia importante allenarci a tenere assieme questi livelli, e questa incoerenza. Perché la realtà è sempre contraddittoria, e vederla con un’unica lente ci rassicura, ma ci allontana dalla comprensione.

A proposito di complessità e contraddizioni. In Ucraina è stato arrestato, il 19 marzo, giovedì scorso, Yurii Sheliazhenko, un esponente di spicco del movimento pacifista ucraino, obiettore di coscienza, mesi fa su ICC avevamo anche pubblicato una sua intervista realizzata da Mauro Carlo Zanella per Pressenza. 

Leggo sul manifesto, articolo di Mao Valpiana: «La polizia mi ha prelevato da casa. Mi stanno portando in un centro militare di reclutamento. Non hanno seguito le procedure previste dalla legge, non è stato redatto un verbale, al mio avvocato non è stato permesso di venire in mio aiuto». Dice così Yurii Sheliazhenko, il leader dei pacifisti ucraini, in un vocale mandato agli amici, prima che gli sequestrassero il telefono, mercoledì sera a Kiev.

AL MOMENTO non è ancora chiaro dove si trovi. I familiari si sono recati al Centro territoriale di reclutamento e sostegno sociale (Tcc), per avere notizie, inutilmente. Nemmeno la sua avvocata Nataliya Tselovalnichenko è ancora riuscita a sapere dove l’abbiano portato e a parlare con lui. Non vengono fornite informazioni, un caso grave di detenzione illegale.

Yurii è un obiettore di coscienza, dichiarato ben prima dell’inizio della guerra nel 2022. È anche il fondatore del Movimento pacifista ucraino e per le sue attività contro la guerra è stato perseguitato. La repressione palese è iniziata il 3 agosto 2023 quando subì una perquisizione domiciliare, con sequestro del computer. Il 15 agosto gli arrivò la comunicazione dal Tribunale distrettuale di restrizione agli arresti domiciliari parziali, vietandogli di lasciare l’abitazione la notte, provvedimento prorogato fino al febbraio 2024, con una crescente pressione giudiziaria.

L’ACCUSA era di aver giustificato l’aggressione russa con la sua dichiarazione «Agenda di pace per l’Ucraina e il mondo» letta pubblicamente il 2 ottobre 2022, giornata internazionale della nonviolenza, nel parco dell’Università (presente anche la delegazione italiana della Carovana Stop The War Now, proprio sotto la statua del Mahatma Gandhi). Il pubblico ministero chiese una pena detentiva fino a cinque anni, sulla base di un rapporto del Servizio di sicurezza che definiva l’imputato «collaborazionista del nemico».

In realtà Yurii ha sempre condannato esplicitamente l’invasione russa che «ha distrutto la nostra città, ci ha tolto l’elettricità e i problemi non faranno che aumentare», aggiungendo: «Abbiamo bisogno di negoziati, non ci sono altre soluzioni. Abbiamo bisogno del ritiro delle truppe russe dall’Ucraina ma anche di quelle americane in Europa». Dopo rinvii e intoppi procedurali il processo è rimasto sospeso in un limbo.

DA IERI, però, Yurii è finito dentro il reclutamento obbligatorio e forzato che riguarda tutti i maschi, poiché secondo le autorità ucraine il diritto all’obiezione di coscienza in tempo di guerra non viene riconosciuto.

In sua difesa è scattata una mobilitazione internazionale che ne chiede l’immediato rilascio. Il presidente dell’Ufficio europeo per l’obiezione di coscienza, Ebco/Beoc, l’italiano Daniele Taurino, ha dichiarato che «se l’Europa vuole iniziare a costruire la pace, è proprio dalla difesa di voci come Yurii che deve partire». Il caso è arrivato al Parlamento europeo e al Consiglio d’Europa.

Proprio oggi Sheliazhenko avrebbe dovuto partecipare a un incontro a Strasburgo della Corte Europea dei Diritti Umani, in difesa del diritto umano all’obiezione di coscienza. Invece è agli arresti, e non si sa dove”.

Pare che poi Yurii sia stato rilasciato, leggo su Movimento non Violento: “Buone notizie! Yurii è attualmente libero, ma la sua situazione rimane precaria. Siamo in contatto con lui per sostenerlo nei prossimi passi. Continuiamo a esprimere la nostra solidarietà a Yurii e a tutti gli obiettori di coscienza. Grazie a tutti per la grande ondata di solidarietà. Vi terremo aggiornati”.

Anche in questo caso, probabilmente sperimentiamo una certa confusione mentale nell’apprendere notizie come questa. O meglio, possiamo sperimentare due reazioni diverse a seconda del nostro set di credenze prestabilito. Se di base tendiamo a giustificare l’invasione russa dell’Ucraina, allora probabilmente questo fatto ci sembrerà perfettamente logico, anzi, ci farà sentire a nostro agio, perché attiverà il nostro bias di conferma. 

Al contrario, se siamo molto critici contro l’invasione dell’Ucraina e la Russia di Putin, questa cosa potrebbe mandarci in confusione. Perché abbiamo condannato tempo addietro le continue reclusioni di Navalny, financo la sua probabile uccisioni, come facciamo a non condannare con altrettanta fermezza l’arresto ingiustificato di un pacifista? Non erano i buoni gli ucraini?

Il problema è che richiediamo ai fatto storici una coerenza che non potranno mai avere. Il fatto che Putin abbia invaso l’Ucraina, non rende per forza il governo ucraino un governo liberale e democratico. Anzi è probabile che l’invasione russa abbia reso il governo ucraino più illiberale e meno democratico, perché è il governo di un paese in guerra, sotto attacco. 

Il problema è che il motivo principale per cui ci informiamo è prendere decisioni consapevoli per la nostra vita e la collettività, ma costruire la nostra identità sociale, essere in grado di conversare con gli altri, posizionarsi, renderci riconoscibili. Quindi cerchiamo informazioni coerenti più che informazioni vere. La realtà però non è coerente, e la guerra lo è ancora meno. Penso sia utile rendercene conto. 

Scusate la puntata un po’ geopolitica e tecnica, ma vorrei mettere qualche altro tassello importante anche sul fronte iraniano.  

Qualche aggiornamento. Trump ha inviato migliaia di marines, un fatto che contrasta con alcune sue dichiarazioni che sembravano aprire ad una de-escalation, mentre i bombardamenti israeliani in Libano si sono intensificati.  nessuno sembra avere idea di come possa andare a finire esattamente questa situazione, men che meno Trump. 

Nel frattempo anche la crisi energetica non accenna a diminuire, anzi. Lo stretto di Hormuz è ancora bloccato e giovedì Israele ha colpito gli impianti di South Pars, cioè del più grande giacimento di gas naturale al mondo, la cui proprietà è condivisa tra Iran e Qatar. 

E io vorrei riprendere in mano la questione delle conseguenze della crisi energetica, facendovi ascoltare un nuovo contributo. Giovedì vi avevo fatto ascoltare l’analista Gabriele Catania, che aveva affrontato la cosa più da un punto di vista strategico-geopolitico, oggi vi faccio ascoltare l’opinione di un altro analista, che si chiama Alberto Marri, marchigiano, ed è CEO e socio cofondatore di Astreo, una tech company specializzata nell’ottimizzazione e monitoraggio dei consumi energetici industriali, a cui ho chiesto di analizzare ancor più nello specifico come lo shock petrolifero potrebbe influire sull’industria italiana. 

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