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22 Gennaio 2026
Podcast / Io non mi rassegno

La centralità dell’energia al World Economic Forum di Davos – 22/1/2026

Davos e il WEF tra tensioni USA-UE e centralità della sicurezza energetica; dagli USA la marcia dei monaci per la pace e la ricomparsa delle Black Panthers; in Italia sentenza del TAR su Bologna Città 30 e ciclone Harry sul Sud.

Autore: Andrea Degl'Innocenti
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Questo episodio é disponibile anche su Youtube

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Trascrizione puntata

In mezzo alle Alpi svizzere a oltre 1500 metri di altitudine c’è una cittadina, che è la cittadina più alta d’Europa, incastonata fra i monti, molto suggestiva, che una volta all’anno viene invasa da centinaia di persone. Un po’ come Roccaraso lo scorso anno, ma con un pubblico un po’ diverso: non sono i classici turisti ma sono perlopiù miliardari e capi di stato e di governo.

La cittadina, lo avrete forse capito, si chiama Davos ed è il luogo che ogni anno ospita il Wef. In realtà  World Economic Forum è il nome di un’organizzazione internazionale senza fini di lucro fondata nel 1971 da Klaus Schwab, un economista tedesco, con sede a Ginevra, che ogni anno organizza questo meeting a cui nel tempo hanno iniziato a partecipare tutte le persone più importanti della politica e dell’economia occidentale. 

Quest’anno i giornali ne parlano soprattutto per via delle tensioni fra il presidente Usa Trump e i leader europei, e anche il wef sta diventando un terreno di battaglia. Ieri Trump è sbarcato a Davos e si è fatto subito notare con un discorso pieno di minacce da boss mafioso e attacchi personali. Io in realtà voglio parlarvi di altro, ovvero della centralità della questione energetica. Però una nota più di colore voglio darvela, perché aiuta a capire il clima, non esattamente chill e disteso, che si respira quest’anno a Davos.

Immaginatevi una cena fra miliardari, a cui partecipano i giganti della finanza, uomini e donne – ma perlopiù uomini – fra i più ricchi e potenti del mondo, e politici di altissimo livello, organizzata martedì sera a Davos nientemeno che da Larry Fink, il Ceo di Blackrock, il fondo speculativo più grande al mondo, nonché co-presidente del Wef. Ecco, pensta ea questa cena, che improvvisamente si trasforma in una specie di rissa, raccontano i giornali, come il peggior Natale con il prozio che si accapiglia con la nonna.

Il tutto, pare, per via dei commenti sprezzanti di Howard Lutnick, Segretario al commercio degli Stati Uniti, che pare che nel bel mezzo della cena abbia iniziato a offendere l’Europa e gli europei. Alcuni commensali, fra cui la presidente della Bce Christine Lagarde si sarebbero alzati e sarebbero andati via, altr si sarebbero fatti trascinare in questa rissa verbale, fra fischi e improperi vari. Questo giusto per dare un’idea del clima disteso che si respira in città.

Sotto però a questa coltre di rumore mediatico e di caos, a Davos si sono discusse questioni centrali, a partire da quella energetica. Leggo da un articolo su Climatechangenews:

“Le crisi energetiche causate da tensioni geopolitiche non sono una novità: ricordate lo shock petrolifero degli anni ’70 causato dall’embargo imposto dai produttori arabi ai Paesi che avevano sostenuto Israele durante la guerra di Yom Kippur, che portò a un’impennata dell’inflazione e a enorme sofferenza economica.

Ma, come è stato detto in un panel sulla sicurezza energetica a Davos, la situazione da allora è cambiata. Il petrolio ora rappresenta meno del 30% dell’energia mondiale, rispetto a oltre il 50% nel 1973. Questo cambiamento, combinato con un eccesso di offerta, significa che il petrolio sta assumendo un ruolo più secondario, secondo il capo dell’Agenzia Internazionale dell’Energia, Fatih Birol.

Al suo posto, in un’“era dell’elettricità” guidata dal trasporto e dalla tecnologia, la diplomazia energetica è più focalizzata sugli elementi chiave di quella filiera, sotto forma di minerali critici, gas naturale e il “cuscinetto di sicurezza” che le rinnovabili possono fornire. Questo richiede nuovo pensiero, ha aggiunto Birol.

Energia e geopolitica sono sempre state intrecciate, ma non ho mai visto i rischi per la sicurezza energetica così moltiplicati,” ha detto. “La sicurezza energetica, a mio avviso, dovrebbe essere elevata oggi al livello della sicurezza nazionale.”

In questo contesto, ha osservato come molti Paesi ora cerchino di generare la propria energia il più possibile, incluse fonti nucleari e rinnovabili, e quando fanno accordi energetici considerano non soltanto i costi ma anche se possono contare sui partner nel lungo periodo.

Nel caso dell’Europa — che ha visto i prezzi dell’energia salire dopo le sanzioni sulle importazioni di gas russo in seguito all’invasione dell’Ucraina — la sicurezza energetica radicata in forniture nazionali è una priorità, ha detto a Davos martedì la presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen”.

L’Europa sembra essersi improvvisamente resa conto che l’idea di emanciparsi dalla dipendenza dal gas russo acquistando quantità gigantesche di gnl dagli Stati Uniti, peraltro molto più costoso e impattante dal punto di vista ambientale, forse non è stata così geniale come sembrava. Persino Repubblica ieri titolava “Dalla padella russa alla brace americana, perché la dipendenza Ue dal gas è una minaccia”. Potevamo cogliere l’occasione delle sanzioni per fare un’ulteriore accelerata sulle rinnovabili e ridurre al minimo il fabbisogno di gas, non l’abbiamo fatto. E ora improvvisamente scopriamo che i russi cattivi sono rimasti cattivi, ma gli americani buoni non son più tanto buoni nemmeno loro. Lo so che è brutto dire “io ve l’avevo detto” eh. Però, io ve l’avevo detto. 

Davos, sembra sancire anche un ulteriore passo in avanti della Cina come leader della transizione energetica. Il Vice Premier cinese He Lifeng ha fatto un discorso in cui ha invitato nazioni e aziende da tutto il mondo a “abbracciare le opportunità della transizione verde e a basse emissioni di carbonio” lavorando a stretto contatto con la Cina e si è vantato della dominanza cinese nell’industria globale della tecnologia pulita.

Anche qui i nuovi scossoni geopolitici sembra stiano cambiando le politiche di isolamento commerciale che molti paesi hanno adottato nei confronti della Cina. Il Canada, ad esempio, ha annunciato la scorsa settimana che permetterà l’ingresso di 49.000 veicoli elettrici cinesi nel Paese con dazi molto ridotti come parte di un ampio accordo commerciale.

Lifeng ha anche detto che “La Cina lavorerà con tutte le altre Parti per attuare pienamente ed efficacemente l’UNFCCC e il suo Accordo di Parigi, e sostenere il processo multilaterale”. E lo ha detto a pochi giorni dall’abbandono Usa dell’UNFCCC. Almeno sulla leadership climatica, i ruoli sembrano chiari. 

Dagli Usa arrivano alcuni segnali interessanti. Il primo è che un gruppo di monaci buddhisti, vestiti delle classiche tuniche arancioni e i sandali ai piedi, hanno iniziato a camminare lungo le strade degli Stati Uniti in una lunghissima marcia per la pace per la pace. 

Sono partiti dal Texas, da un tempio buddhista che si trova a Fort Worth, e stanno camminando fino alla Casa Bianca, a Washington D.C. In tutto più di 2.300 miglia, che sono circa 3.700 chilometri. La camminata, che si chiama Walk for Peace, è cominciata il 26 ottobre 2025 e dovrebbe finire il 12 febbraio 2026. 

Ne parla un articolo su Usa Today. A guidare il gruppo c’è Bhikkhu Pannakara, il leader spirituale del centro buddhista Huong Dao Vipassana Bhavana. L’obiettivo della camminata è promuovere guarigione nazionale, unità e compassione, in un periodo – come sappiamo – di forti divisioni politiche e sociali negli Stati Uniti. In un comunicato, Pannakara ha detto: “Non camminiamo per protestare, ma per risvegliare la pace che già vive dentro ognuno di noi”.

Nel loro blog scrivono così: “Il nostro camminare da solo non crea la pace. Ma quando qualcuno ci incontra, lungo la strada o sui social, e sente risuonare qualcosa dentro di sé… allora qualcosa di sacro inizia a nascere”.

E aggiungono: “Non vogliamo imporre la pace al mondo, ma aiutare a coltivarla, un cuore risvegliato alla volta”.

Un’iniziativa davvero interessante, che mi ha anche un po’ ricordato le local march for Gaza organizzate qua da noi.

Un’altra notizia che mi ha molto colpito ieri, l’ho letta su L’Indipendente, è il ritorno delle Black Panthers. Le Black Panthers, o pantere nere, erano un movimento rivoluzionario afroamericano nato negli Stati Uniti nel 1966. Lottavano contro il razzismo sistemico, per l’autodifesa della comunità nera e per i diritti civili.

Il movimento era praticamente scomparso alla fine degli anni ’70, dopo anni di repressione da parte del governo, anche se formalmente esiste ancora, ma era praticamente inattivo. Ma qualche giorno fa, mentre negli Stati Uniti infuriano le proteste esplose a seguito dell’uccisione dell’attivista Renee Nicole Good, a Minneapolis, durante uno dei tantissimi raid dell’ICE, le pantere nere hanno fatto la loro ricomparsa a Filadelfia. 

Leggo su L’Indipendente: “Guidate dal presidente nazionale Paul Birdsong, il gruppo locale del Black Panther Party for Self-Defense ha fatto la sua comparsa con una coreografia che richiama esplicitamente l’estetica e la militanza degli anni ’60: divise nere, berretti e fucili d’assalto bene in vista. Lo scopo è quello di proteggere i cortei di manifestanti anti-ICE ma soprattutto i quartieri dove vivono le comunità afroamericane, così come quelli di minoranze in generale. Nelle parole di Birdsong, le Black Panthers sono lo «scudo armato» di quelle persone che vivono nel terrore delle politiche trumpiane, eseguite dagli agenti federali che ormai molti negli Stati Uniti chiamano «Gestapo».

[…]

Lunedì 19 gennaio, in coincidenza con il Martin Luther King Day, gli attivisti hanno annunciato l’inizio di una mobilitazione permanente davanti agli uffici dell’ICE. Non è una scelta casuale: nel giorno che celebra la lotta per i diritti civili, Filadelfia risponde con una forma di resistenza radicale – e armata per la propria difesa. La novità politica più rilevante di questa mobilitazione è la fusione dell’agenda per la liberazione nera con quella dei diritti degli immigrati e delle minoranze in generale. 

La repressione e le politiche fasciste di Trump stanno generando reazioni diversissime, ma comunque reazioni, che vanno dalla marcia pacifica dei monaci buddisti alla resistenza armata delle Black Panthers.

Nel 2024 Bologna ha introdotto il limite 30 km/h su gran parte delle strade urbane (prima grande città italiana a farlo in modo esteso). Immagino lo ricorderete, la misura è stata molto contestata politicamente, soprattutto da centrodestra e da Salvini. Due tassisti hanno fatto ricorso al TAR, sostenuti da Fratelli d’Italia, e il TAR ha dato loro ragione, dichiarando la delibera del comune illegittima. 

Ne abbiamo parlato ieri su ICC in una news in cui abbiamo provato a fare un po’ di chiarezza. Perché al solito la sentenza è stata letta in modo molto politico e strumentale sia a destra che a sinistra. 

Ma quindi cosa dice questa sentenza? In pratica non dice che il limite a “30” sia sbagliato, e anzi ne riconosce l’importante valenza enl ridurre gli incidenti e aumentare la sicurezza. Dice però che il Comune, secondo i giudici, non poteva imporre un limite generalizzato su quasi tutta la città “così com’è”, perché questo non rispetta la normativa, ovvero l’art. 142 del Codice della Strada, che consente deroghe al limite di 50 solo su strade o tratti di strada individuati e motivati. Quindi il comune avrebbe dovuto non imporre un limite unico, ma tanti limiti su ciascuna zona, motivandoli ad uno ad uno, sostanzialmente. Il che avrebbe portato a fare dei distinguo fra zone in cui il limite serve e altre in cui il limite non serve.

Ora il Comune ha comunque 60 giorni per fare ricorso al Consiglio di Stato.

Intanto il ciclone Harry si è abbattuto su Sardegna Soicilia e Calabria. Leggo su L’Espresso. 

Si chiama Harry il ciclone che da lunedì 19 gennaio sta devastando Sardegna, Sicilia e Calabria. Più di 1.650 gli interventi dei Vigili del fuoco registrati nelle ultime ore. Tra evacuazioni, salvataggi e ancoraggi di imbarcazioni che rischiavano di essere trascinate al largo, per ora la conta precisa dei danni è ancora un miraggio. 

Risuona come un monito l’ultimo appello di Legambiente che in merito ai recenti eventi climatici estremi ha ricordato quanto non si tratti di semplice maltempo, ma piuttosto di crisi climatica. “Il futuro sta arrivando e la crisi climatica rischia di dimostrare sempre più la sua intensità e la sua capacità di impatto distruttivo sui territori: è arrivato, inevitabilmente, il momento della serietà” ha commentato Anna Parretta, presidente regionale di Legambiente in Calabria. 

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