Il piano di Eni per “influenzare” gli influencer – 18/9/2025
Il bootcamp di Eni per influencer, nuovi episodi di sfruttamento nella moda, la legge sul suicidio assistito in Sardegna e le mosse di Onu e Ue su Gaza.
Questo episodio é disponibile anche su Youtube
Fonti
#Eni #Greenwashing
Valori – Come Eni vuole prendersi gli influencer italiani
#FineVita #Diritti
Italia che Cambia – Sardegna: approvata la legge sul suicidio medicalmente assistito
Corriere della Sera – La Sardegna approva la legge sul fine vita, è la seconda Regione in Italia
Manifesto Sardo – La Sardegna ha una legge di civiltà sul fine vita
#Moda #Lavoro
Il Fatto Quotidiano – Operai picchiati a Montemurlo: ecco perché scioperavano
Italia che Cambia – Moda etica: è il momento di una Fashion Revolution
Italia che Cambia – Moda etica: la rivoluzione inizia da casa
Italia che Cambia – Moda sostenibile? Registrati e scarica la nuova guida gratuita
#Gaza #Genocidio
The Guardian – The EU executive calls for freezing of free trade with Israel over Gaza
il manifesto – Le Nazioni Unite certificano: a Gaza è in corso un genocidio
Trascrizione episodio
Non so se vi sono mai capitati quei video o caroselli un po’ strani, su Instagram, dove si parla di transizione energetica e tutto sembra filare, finché a un certo punto, con una svolta inaspettata, si dice che “il gas resta indispensabile”? Ecco, se vi è capitato e avete fatto una faccia strana, come quella che ho fatto io, sappiate che non è un caso. È il frutto di una precisa strategia comunicativa. Di Eni.
Ne parla Valori in un articolo firmato da Lorenzo Tecleme, uno dei migliori giornalisti ambientali che abbiamo in Italia per quanto mi riguarda, che cita alcuni esempi: tipo una pagina Instagram molto seguita, Data Pizza, che ha pubblicato un carosello in cui si celebrava il record 2024 di installazioni di eolico e fotovoltaico. Ma poi il post vira inaspettatamente per concludere: «Sole e vento non bastano per la transizione energetica – il gas e alcune fossili restano indispensabili». E lì si tirava fuori la famosa “neutralità tecnologica”.
Come spiega Tecleme, si tratta del principio, da tempo dibattuto nella politica europea, per cui dovrebbe essere il mercato a decidere quali soluzioni tecnologiche siano più adatte a portare avanti la transizione ecologica, e non gli Stati. Un principio caro alla destra e all’ultradestra europea, e molto utilizzato dalle aziende dell’oil&gas. E infatti l’ultima slide del carosello svelava il vero sponsor del contenuto: Eni, che stava promuovendo MINDS, un master organizzato con il Politecnico di Torino.
Ma non è solo questo. Il 15 settembre a Milano è partito il Plenitude Creator Bootcamp, una scuola per aspiranti influencer organizzata proprio da Eni-Plenitude. Un programma per formare content creator tra i 20 e i 40 anni, con l’obiettivo dichiarato di «consolidare il dialogo con le nuove generazioni attraverso i loro linguaggi». Tradotto: plasmare una nuova generazione di influencer che parlino di energia e ambiente usando le parole dell’azienda fossile italiana per eccellenza.
E non è che Eni parta da zero. Da anni investe molto in collaborazioni con celebrità online: l’attore Paolo Ruffini, la travel blogger Manuela Vitulli, il gamer Jody Checchetto, e soprattutto creator come @iwouldbeandrea e @nonsonokristiano, diventati i volti di Plenitude su TikTok. Tutto questo si affianca alle sponsorship tradizionali, dal Festival di Sanremo alla Serie A, fino alla Vuelta di Spagna.
Federico Spadini di Greenpeace Italia, citato da Valori, la riassume così: «Eni ha sempre cercato di associare Plenitude a eventi amati e lontani dall’immaginario fossile, come Sanremo o le Olimpiadi invernali. Ora usa la voce dei content creator per presentarsi come qualcosa di familiare e amichevole». Il problema? «Di verde e amichevole Plenitude ha solo il logo».
Perché i numeri raccontano altro. Eni è il primo emettitore italiano, e il suo core business è l’estrazione e vendita di idrocarburi. Si tratta di un’azienda privata, ma i principali azionisti sono pubblici: ministero dell’Economia e delle Finanze e Cassa Depositi e Prestiti. Secondo le ong Greenpeace e Recommon, Eni da sola nel 2021 ha prodotto 456 Mt CO2eq. Cioè più dell’Italia nel suo complesso. E secondo uno studio di Reclaim Finance, i suoi piani di produzione di idrocarburi sono superiori del 70% rispetto a quanto richiesto dagli scenari Net Zero dell’Agenzia Internazionale dell’Energia. Ancora: per ogni euro investito in fossili, Eni investe appena 7 centesimi in rinnovabili.
E allora viene da chiedersi: cosa insegneranno davvero in questa scuola per influencer? Forse Eni vuole creare una schiera di influencer, giovani creator, magari in buona fede, e farli diventare i nuovi megafoni del greenwashing fossile. Ho abbastanza fiducia nei meccanismi di fact checking e di reputazione digitale per sperare che questa roba non funzioni. Però dobbiamo tenere le antenne dritte perché Eni ha delle bocche di fuoco economiche impressionanti, capaci di finanziare da sole mezza YT Italia.
Video
Quello che avete appena visto o ascoltato è quanto avvenuto al presidio dell’azienda Alba di Montemurlo, i cui dipendenti – quasi tutti afgani e bengalesi – erano in sciopero per difendere i propri posti di lavoro e i diritti conquistati. Al terzo giorno di sciopero però la titolare dell’azienda è arrivata e ha iniziato a distruggere i gazebo del presidio, ha aggredito fisicamente gli operai, dopo di ché è arrivata una seconda macchina con persone animate dall’intento di picchiare i manifestanti.
Leggo sul Fatto Quotidiano, articolo a firma di Flora Alfiero: “Pugni, calci e un lavoratore portato via in ambulanza. Al terzo giorno di presidio ai cancelli della fabbrica, i dipendenti dell’Alba di Montemurlo, in provincia di Prato, si sono ritrovati davanti a una scena che mai avrebbero immaginato nel corso della loro lotta che, alcuni mesi fa, sembrava anche aver avuto una svolta. E invece sono dovuti tornare a farsi sentire.
La vertenza dell’Alba Srl – stireria e confezione tessile – affonda le radici in un sistema che il sindacato Sudd Cobas definisce di “sfruttamento”, orchestrato attraverso “scatole cinesi” aziendali”.
Poi l’articolo spiega in cosa consiste questo sistema: “Fino allo scorso gennaio, i lavoratori erano formalmente assunti dalla Forservice Srls, sebbene operassero nello stabilimento dell’Alba sotto la direzione della stessa. Paghe da fame con il contratto delle pulizie applicato a stiratori e cucitori, straordinari non retribuiti e precarietà estrema caratterizzavano le loro condizioni. Prima ancora, erano stati dipendenti della ReStiro Srl, sparita senza pagare Tfr, tredicesime e quattordicesime”.
Cioè, in pratica, sta dicendo la giornalista, l’azienda principale, Alba srl, non assumeva direttamente le persone, per non sporcarsi il curriculum, ma appaltava i lavori ad altre aziende, come delle scatole cinesi, che facevano lavorare le persone a condizioni inumane, ma appunto senza sporcarsi la reputazione.
Per fortuna, “Dopo i primi scioperi, a febbraio era stato raggiunto un accordo che portava all’assunzione diretta da parte dell’Alba Srl con contratti a tempo indeterminato e l’applicazione del contratto collettivo nazionale Tessile Industria.
Ma le speranze si sono presto infrante: ad aprile una parte delle macchine da cucire è stata trasferita in un nuovo stabilimento intestato alla Forservice, dove i lavoratori, reclutati da un caporale anche in altre città, sempre secondo i Sudd Cobas, sarebbero costretti a turni di dodici ore e a vivere tra fabbrica e alloggio. L’azienda avrebbe infatti avviato un progetto sistematico di svuotamento dello stabilimento principale attraverso subappalti a società controllate, aggirando così l’accordo sindacale”.
Quindi c’è un’azienda, Alba srl, che usa delle società fantoccio per far lavorare persone migranti in condizioni inumane, sfruttando il sistema del caporalato. Ma non è tutto. Perché Alba s.r.l., attraverso questi operai, stira e cuce capi per altri brand. E chi sono questi brand? L’articolo non lo dice e l’informazione non è pubblica al momento, ma i sindacati parlano di “importanti brand della moda del made in Italy”, “quelli che in negozio arrivano a costare quanto un loro stipendio”.
Insomma, quegli operai pestati sono l’ultimo anello della catena del cosiddetto Made in Italy, il motivo di vanto, la copertina scintillante del nostro Paese. Una copertina che però nasconde le pagine oscure di una filiera in cui tutte le spese folli e tutti i margini, altissimi, sono concentrati in alto. Il lusso sfarzoso delle sfilate, dei riflettori, i dividendi milionari per gli azionisti, poggia su queste gambe qui.
Fra l’altro nella moda è evidente come in tanti altri settori, il legame fra sfruttamento delle persone e sfruttamento delle risorse. È un settore dall’impatto gigantesco sia dal punto di vista ecologico che sociale e umano.
La moda però, come ci ha ricordato Daniel Tarozzi in due puntate di Soluscions dedicate al tema, è anche un settore in cui i gusti e le richieste delle persone hanno un impatto forte e diretto. Ed è anche uno di quei settori dove le cose stanno cambiando più velocemente. Per il comparto della moda etica e sostenibile è prevista una crescita intorno al 9-10-% nei prossimi anni.
Certo, sarà sempre più importante distinguere fra chi farà una moda realmente etica e sostenibile, e chi invece userà i soliti trucchetti per apparirlo, senza esserlo. Noi comunque siamo qui per fare questi distinguo. Fra le fonti vi lascio le due puntate di Soluscions, per abbonati, e una guida alla moda etica che potete scaricare gratuitamente, registrandovi al sito.
Ieri la Sardegna è doventata la seconda regione d’Italia, dopo la Toscana a febbraio scorso, ad avere una sua legge sul suicidio medicalmente assistito. Ne abbiamo parlato in una delle nostre news che trovate fra le fonti. La prima era stata la Toscana, che aveva approvato una legge nel febbraio scorso. La legge sarda si chiama “Liberi Subito” e nasce, come devo dire quasi ogni singolo progresso sul tema si sia fatto negli ultimi anni, grazie al lavoro e allo stimolo dell’Associazione Luca Coscioni.
La nuova legge sarda garantisce l’accesso gratuito al suicidio assistito per le persone affette da patologie irreversibili e dipendenti da trattamenti vitali, che scelgano in modo consapevole e autonomo di porre fine alla propria vita. C’è una procedura di verifica, affidata a una commissione multidisciplinare e a un comitato etico, che devono verificare il sussistere delle condizioni di base, e c’è un tempo massimo entro il quale il comitato si deve riunire, fissato a 30 giorni. Perché il tempo è un dettaglio molto importante quando parliamo di fine vita, in passato la procrastinazione e i ritardi di chi doveva deliberare hanno portato a storie di sofferenza evitabile e di attese ingiustificate.
Quindi una notizia importante. Ovviamente è un po’ un assurdo che siano le regioni, in ordine sparso, a occuparsi di questo tema. Ma è un assurdo che deriva dal silenzio assoluto del governo su questo tema (e devo dire non solo di questo governo, ma almeno anche del precedente). Perché è dal 2019 che c’è una sentenza della Corte Costituzionale – la numero 242, quella sul caso Cappato-DJ Fabo, per intenderci – che afferma che in presenza di determinate condizioni, il suicidio assistito sia un diritto.
Solo che il Parlamento non ha ancora legiferato in modo organico sul tema. E da anni si assiste a un prolungato stallo legislativo, che ha spinto alcune Regioni – come Toscana e ora Sardegna – ad assumersi la responsabilità di regolare autonomamente tempi e procedure.
Nel dibattito nazionale, il governo attuale ha più volte dichiarato di voler puntare sul potenziamento delle cure palliative, proponendole come alternativa al suicidio medicalmente assistito. Ma come hanno fatto notare i promotori della legge sarda, le cure palliative e il diritto a scegliere non sono in contrapposizione, anzi sono due strumenti complementari di un sistema sanitario realmente attento alla dignità della persona. Insomma, si tratta del classico bias del falso dilemma, in cui una soluzione viene presentata come opposta ad un’altra quando in realtà potremmo semplicemente sostituire una “o” con una “e”.
Comunque, mentre lo stallo prosegue, considerate che ci sono un’altra decina di regioni che stanno portando avanti iniziative simili, pur in fase diverse. Per approfondimenti sulla vicenda sarda invece vi rimando anche alla rassegna di SCC che uscirà domani.
A Gaza è in corso un genocidio. Sì lo so che non sembra una notizia, perché è così da quasi due anni, ma da martedì a dirlo non sono solo attivisti, ONG, giornalisti, qualche politico, ma la Commissione d’inchiesta indipendente dell’ONU sui Territori palestinesi occupati. E lo dice con parole che non lasciano spazio all’interpretazione: “l’intento genocida era l’unica deduzione ragionevole che si potesse trarre dal comportamento delle autorità israeliane”.
È un rapporto lungo 72 pagine, piene di prove, di casistiche, di dettagli e risultato di una lunga indagine. E sarà presentato ufficialmente all’Assemblea generale ONU in ottobre, ma i suoi contenuti sono già stati resi pubblici.
Vediamo cosa dice. Non so se lo sapete ma il termine genocidio ha una sua definizione molto specifica, fatta proprio dalle Nazioni Unite. Secondo la Convenzione ONU per la prevenzione e la repressione del crimine di genocidio del 1948, infatti, un atto può essere definito genocidio se è commesso con l’intento di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso, e rientra in uno dei seguenti cinque atti:
- Uccisione di membri del gruppo
- Lesioni gravi all’integrità fisica o mentale di membri del gruppo
- Sottoposizione intenzionale del gruppo a condizioni di vita calcolate per provocarne la distruzione fisica (Blocchi di cibo, acqua, medicine; assedi).
- Adozione di misure volte a impedire nascite all’interno del gruppo
- trasferimento forzato di bambini del gruppo a un altro gruppo
Nel caso palestinese la Commissione ha individuato alcuni di questi punti e in particolare l’imposizione deliberata di condizioni di vita calcolate per provocare la distruzione fisica di un gruppo.
Nel documento si indicano con chiarezza anche i responsabili politici e militari, tra cui Netanyahu, Gallant e Herzog. E si dice anche un’altra cosa importante: che l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023, pur essendo un crimine di guerra, “non rappresentava una minaccia esistenziale per Israele”. E che quindi l’argomento dell’“autodifesa” usato fin da subito dalla leadership israeliana non regge.
Ora, a ottobre il rapporto verrà presentato all’Assemblea generale Onu. È probabile che venga approvata una risoluzione, e anche che questa risoluzione passi, perché a differenza del consiglio di sicurezza, nell’Assemblea nessun paes epuò mettere il voto e ogni paese conta come qualsiasi altro.
Una risoluzione dell’Assemblea però non è giuridicamente vincolante. È politica, morale, diplomatica. Quindi non ci saranno effetti immediati, anche se è probabile che una risoluzione del genere spinga più paesi a imporre sanzioni o a prendere altre misure.
E a proposito di sanzioni, ieri invece è successa un’altra cosa significativa, sempre sul diplomatico istituzionale. La Commissione Europea ha proposto la sospensione dell’accordo commerciale con Israele. In pratica, significherebbe reintrodurre dazi sui beni israeliani che oggi entrano a tariffa agevolata in Europa. Parliamo di un impatto economico stimato in oltre 200 milioni di euro l’anno, su un volume di scambi che vale 68 miliardi.
Non solo: Bruxelles propone anche sanzioni individuali contro due ministri israeliani dell’estrema destra, Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich, responsabili – tra le altre cose – della promozione di insediamenti illegali e di atti violenti nei territori occupati. Oltre che contro dieci leader di Hamas.
Solo che non è detto che la questione passi. Perché la Germania, alleata storica di Israele, che cerca ancora disperatamente di dimenticare il nazismo, si oppone alla sospensione degli accordi commerciali. E anche il governo italiano potrebbe mettersi di traverso. Mentre per approvare le sanzioni serve l’unanimità. Stiamo a vedere.
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