La frana che divide a metà il Paese – 10/4/2026
La frana di Petacciato riapre il tema della mancata prevenzione del dissesto idrogeologico in Italia; svelata la possibile identità di Satoshi Nakamoto; svolta norvegese per ridurre la crudeltà negli allevamenti intensivi di polli.
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Fonti
#Petacciato
Altreconomia – Lo sport di piangere sul latte versato, ovvero la frana di Petacciato in Molise
Il Fatto Quotidiano – Frana di Petacciato, il piano di intervento progettato 25 anni fa: “Pagato, ignorato e messo in un cassetto”
Il Post – L’unica cosa da fare con la frana di Petacciato, in Molise
Ferrovie.it – Da venerdì 10 aprile, alle ore 6, sarà progressivamente riattivata la circolazione ferroviaria sulla linea Adriatica, lungo la tratta Pescara-Foggia
#SatoshiNakamoto
Il Fatto Quotidiano – Ecco chi è davvero Satoshi Nakamoto, l’inventore del Bitcoin. Ma Adam Back smentisce il New York Times: “Non sono io”
The New York Times – Who Is Satoshi Nakamoto? My Quest to Unmask Bitcoin’s Creator
#AllevamentiIntensivi
GreenMe – Basta polli a crescita rapida: in Norvegia l’industria avicola cambia rotta (ma è solo l’inizio)
Trascrizione episodio
Nella giornata di martedì, le piogge torrenziali che hanno colpito la costa adriatica meridionale, quindi Abruzzo, Molise e Puglia, hanno riattivato una frana nel comune di Petacciato, in Molise, che praticamente ha bloccato e sta continuando a bloccare il traffico ferroviario e in parte anche automobilistico lungo una delle principali dorsali del nostro Paese.
La frana ha disallineato i binari delle ferrovie di oltre dieci centimetri ed ha aperto voragini in diverse strade, fra cui l’Autostrada A14 e questa cosa sta causando una serie di problemi giganteschi a migliaia di persone che si sono trovate bloccate, costrette ad annullare viaggi o impossibilitate a tornare a casa.
Visto che per sfortuna sua, ma per fortuna nostra dal punto di vista del servizio giornalistico, il fondatore di ICC Daniel Tarozzi si trovava proprio in Puglia e aveva un treno prenotato proprio per quella giornata, per prima cosa vi farei ascoltare la sua testimonianza sui disagi e i problemi creati da questa cosa, e anche qualche sua riflessione interessante.
Contributo disponibile nel podcast
Grazie Daniel. Cerchiamo quindi di capirci qualcosa a partire dalla questione geologica. Cosa significa che una frana si è riattivata?
Leggo sul Post:
La frana di Petacciato non è nuova: lo scivolamento del terreno in questa zona è noto da decenni e infatti nelle ultime ore diversi geologi hanno parlato di “riattivazione”. Il fronte è lungo circa 4 chilometri e va dall’area a nord del paese fino al mare. L’autostrada A14, la linea ferroviaria e la statale adriatica passano parallele proprio a poca distanza dal mare”.
L’articolo poi spiega come è possibile, fisicamente. In pratica secondo un importante studio scientifico alla base di questa enorme porzione di terreno ci sarebbe un tipo di materiale chiamato argilla azzurra, sopra cui nel corso dei millenni si sono depositati strati e strati di sabbie e ghiaie più dure, parliamo di decine di metri. Tutti questo strati sono in pendenza verso il mare, una pendenza di circa il 7%.
“Le argille alla base hanno una caratteristica che le rende insidiose: quando si inzuppano d’acqua perdono la loro resistenza e diventano viscose, più morbide. Questa condizione, unita alla pendenza del terreno, porta alla riattivazione della frana”.
Quindi succede che quando piove a lungo, quando c’è una stagione di piogge particolarmente abbondante che magari dura più a lungo del previsto, l’acqua che si accumula nello strato argilloso fa sì che gli strati superiori inizino a scivolare e ruotare.
Lo scienziato autore dello studio di cui sopra, Francesco Fiorillo, sentito dal Post, dice che è impossibile contenere il movimento della frana: “«Semplificando, possiamo dire che lo scatto dura poche ore e al termine di questo movimento il pendio trova una stabilizzazione temporanea fino a nuove riattivazioni, che solitamente hanno una frequenza di almeno 15 anni». In questa fase di emergenza l’unica cosa da fare è aspettare che la frana si fermi per iniziare a riparare i danni alla linea ferroviaria e alle strade”.
Altro dato interessante, che chiude l’articolo, è la dichiarazione del capo dipartimento della Protezione civile Fabio Ciciliano, che ha detto che i tempi di ripristino saranno molto lunghi: «Se ci aspettiamo un ripristino in 5-7 giorni dell’autostrada A14 e della linea ferroviaria siamo fuori strada».
Una versione che cozza con i messaggi più rassicuranti mandati ieri da Ferrovie dello Stato, che dal loro sito hanno annunciato ieri: “Da venerdì 10 aprile, alle ore 6 di mattina, sarà progressivamente riattivata la circolazione ferroviaria sulla linea Adriatica, lungo la tratta Pescara – Foggia, con una riduzione cautelativa della velocità. Per gli interventi di ripristino sono al lavoro oltre 60 tecnici di Rete Ferroviaria Italiana e imprese appaltatrici, impegnati senza sosta a partire dalle ore 19 di mercoledì 8 aprile”. La giornata di oggi ci aiuterà a capire se la situazione ferroviaria tornerà presto alla normalità e se il problema p stato almeno tamponato oppure no.
L’altra domanda che viene da farsi è: ok, ma se sapevamo che c’era questa frana da almeno 10 anni, possibile che non si sia fatto niente? In realtà un piano era stato fatto, solo che non è mai stato seguito. Ne parla il Fatto Quotidiano.
Franz Baraggino intervista l’architetto Domenico Staniscia, ex assessore ai lavori pubblici di Petacciato fra il 1999 e il 2003 e in seguito promotore del Comitato ‘No Frana’. Staniscia racconta che c’era un progetto in mano a Regione e Comune dal 2002 e mai portato a termine, che “aveva l’ambizione di risanare uno dei fronti franosi più estesi d’Europa”.
Il progetto, racconta l’ex assessore, prevedeva “Un sistema idraulico composto da trincee di drenaggio, pozzi di raccolta e tubi collettori che avrebbe dovuto stabilizzare le porzioni più critiche e attive della frana, abbassando la falda ma anche riducendo l’infiltrazione delle piogge nel sottosuolo”. Un progetto simile realizzato per una frana che colpì Ancona decenni addietro sembra aver funzionato. Nel caso del Molise, però, il progetto è stato lasciato cadere nel nulla, per disinteresse, inedia, o come sostiene Staniscia perché non era una roba su cui qualcuno avrebbe potuto guadagnarci.
Tutto ciò apre una questione più ampia, che è quella della gestione non di questa frana, ma di tutte le frane in Italia, che sono un fenomeno diffuso e potenzialmente sempre più impattante. Leggo da un articolo di Paolo Pileri su AltrEconomia, Pileri è un professore del politecnico di Milano fra i massimi esperti di suolo che abbiamo in Italia:
“Al 2025 si contavano 636.207 frane, più o meno 211 ogni 100 chilometri quadrati: un numero impressionante. L’indice di franosità medio italiano, ovvero l’indicatore che rapporta la superficie del corpo di frana (area in frana) a quella territoriale, è pari all’ 8,3% ma alcune Regioni superano il 18% (Valle d’Aosta e Marche), altre si attestano su valori oscillanti tra il 10% e il 16% (Lombardia, Trentino-Alto Adige, Emilia-Romagna, Toscana, Abruzzo, Molise). Proprio Abruzzo e Molise sono tra queste ultime. Non è difficile capire che con un indice del genere noi dovremmo avere un intero ministero ad hoc a occuparsene “h 24”. Una sorta di ministero delle Frane. Invece ci continua a toccare in sorte il contrario”.
L’articolo prosegue fornendo altri dati: “La superficie interessata da tutte le frane censite è immensa: oltre 25mila chilometri quadrati, pari al’8,3% dell’Italia. Come se tutta la Sicilia -o la Lombardia o il Piemonte- fosse off limits. Le frane sono corpi in movimento, a volte impercettibile, a volte rapido come schegge. Il caso italiano è quello di fenomeni prevalentemente rapidi, le cui conseguenze sono devastanti per persone, infrastrutture e insediamenti. Tutte cose note non solo agli studiosi e a chi scrive cronache ambientali, ma anche -teoricamente- al Parlamento, alle Regioni e ai Comuni nelle persone dei loro governanti e dei consiglieri e parlamentari, perché quei documenti – nella parte che non ho letto citava due report ISPRA – sono fatti per loro e vengono inviati ufficialmente al Parlamento e presentati ufficialmente oltre a essere online a libero accesso. Li hanno mai visti? Letti? Discussi? Temo di no”.
Secondo Pileri però il punto non è solo che questi dati non vengono letti, studiati e che non si fa niente per risolvere la situazione. È che la si continua ad aggravare. Nonostante questi dati siano noti e documentati, si continua a consumare suolo e urbanizzare proprio dentro aree a rischio frana. Tra il 2022 e il 2024 sono stati urbanizzati oltre 1.400 ettari in queste zone, una quota significativa del consumo di suolo nazionale. Abruzzo e Molise vengono citati come esempi recenti.
Il punto fondamentale, stressato da Pileri, è che dovremmo smettere di intervenire solo dopo i disastri e cominciare invece a prevenire davvero, cambiando un modello di sviluppo che consuma il suolo e il territorio in modo insostenibile e spesso irreversibile.
Su questo – piccolo inciso mio – è interessante la divisione introdotta dall’ultimo report Ispra che divide fra consumo di suolo irreversibile e consumo reversibile e un generale spostamento semantico dall’espressione consumo di suolo a quella “uso” del suolo. Magari ne riparliamo. Al netto di questo, credo sia fondamentale, come ci invita a fare Pileri alla fine dell’articolo, mettere le questioni ambientali al centro delle decisioni politiche e smettere di trattarle come secondarie, perché il dissesto non è una fatalità, ma anche il risultato di scelte umane.
Qualche settimana fa avevamo raccontato di come un’inchiesta giornalistica avesse svelato l’identità di Banksy, lo street artist più famoso al mondo. Adesso è successa una cosa simile, ma con soggetti diversi. Diverso è il giornale che ha condotto l’inchiesta, per Banksy era Reuters stavolta è il NYT, e diverso è ovviamente il soggetto, ma altrettanto leggendario sebbene in ambiti diversi.
Trattasi di Satoshi Nakamoto, il leggendario inventore dei bitcoin, ritenuto una delle persone più ricche del mondo, sulla cui identità però c’è sempre stato un mistero fittissimo. Sapevamo che Satoshi Nakamoto è quasi certamente uno pseudonimo ma nessuno sa – o forse spaeva – con certezza chi ci sia dietro.
Quello che si sa è che tra il 2008 e il 2011 Satoshi compare online, pubblica il white paper di Bitcoin, scrive il software iniziale, scambia mail con altri sviluppatori e messaggi nei forum, e poi sparisce. Ma non si è mai capito se fosse, né se fosse una sola persona o un gruppo, se fosse giapponese, inglese, statuinitense.
Ecco, secondo il New York Times, dietro lo pseudonimo di Satoshi Nakamoto potrebbe esserci Adam Back, crittografo britannico e ceo di Blockstream. L’ipotesi nasce da un’indagine durata un anno, basata su vecchi archivi del web, email, analisi tecnica e analisi dello stile di scrittura.
Gli elementi che portano a lui sono diversi: Back frequentava gli stessi ambienti cypherpunk di Satoshi, aveva competenze molto simili, lavorava sugli stessi problemi legati alla moneta elettronica, privacy e crittografia, ed è anche l’inventore di Hashcash, una tecnologia che ha influenzato direttamente il modello del Bitcoin.
A rendere la pista ancora più forte, secondo il giornale, ci sono due aspetti: il fatto che Back sparisca dalle discussioni pubbliche proprio quando compare Satoshi, e soprattutto la stilometria, cioè l’analisi linguistica, che avrebbe trovato una corrispondenza quasi perfetta fra il modo di scrivere dei due.
Back però ha smentito tutto e dice di non essere lui Satoshi. Ma se l’ipotesi fosse vera, significherebbe aver finalmente dato un volto al creatore del Bitcoin, che controllerebbe anche un patrimonio stimato in circa 73 miliardi di dollari.
Questa la vicenda. Ora però vi chiedo: se avete seguito anche la vicenda di Banksy, e se come me avete avuto almeno inizialmente un moto di sdegno quando i giornalisti ne hanno rivelato l’identità. Provate la stessa sensazione anche di fronte a questa notizia, in cui l’autore è un Ceo miliardario (non che Banksy sia povero) e non uno street artist dalla propensione sociale? Secondo voi i giornalisti hanno sbagliato? E se avete sensazioni discordati fra un caso e l’altro, come mai, e quale dovrebbe essere allora il discrimine fra cosa si può fare e cosa non si può fare? Vi lascio queste domande aperte, riflettiamoci.
C’è una novità interessante sugli allevamenti di polli che arriva dalla Norvegia. Un articolo di Francesca Biagioli su GreenMe racconta che ogni anno miliardi di polli vengono allevati in modo intensivo e selezionati per crescere velocissimamente, fino a raggiungere il peso da macellazione in meno di 40 giorni. Questa crescita forzata provoca moltissimi problemi di salute e sofferenze, anche se formalmente in Europa esistono standard minimi di benessere animale.
La novità è che in Norvegia il settore avicolo ha deciso di cambiare rotta: entro il 2027 i principali attori della filiera si sono impegnati ad adottare due misure. La prima è la selezione del sesso dell’embrione nell’uovo, per evitare l’uccisione dei pulcini maschi appena nati. La seconda è la sostituzione dei polli a crescita rapida con razze che crescono più lentamente e stanno meglio.
Non si tratta di una legge dello Stato, ma di un accordo volontario dell’industria. Però è comunque importante perché mette nero su bianco obiettivi precisi e mostra che si possono migliorare le condizioni degli animali anche dentro un sistema produttivo industriale.
Detto questo, non è una rivoluzione, perlomeno non ancora, nel senso che la Norvegia non sta superando gli allevamenti intensivi, sta solo provando a renderli meno crudeli. Però, se davvero manterrà questi impegni, potrebbe diventare un esempio per il resto d’Europa.
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