Dall’Ia generativa agli agent, che giornali leggeremo (e stiamo già leggendo) – 13/2/2026
Focus sull’uso non dichiarato dell’IA nel giornalismo, poi aggiornamenti su Cina e titoli del Tesoro USA e sulla richiesta francese di dimissioni per Francesca Albanese.
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Fonti
#AI&Giornalismo
Ordine dei Giornalisti – Intelligenza artificiale nelle redazioni italiane
NoPlagio – IA Detector
ZeroGPT – IA detector
Teresa Potenza Giornalista – Home
#Agent
Business Insider – RentAHuman Founder: Job Worries Led Him to Create Gig Work Site for AI
The Guardian – What is Moltbook? The strange new social media site for AI bots
#Cina
Il Fatto Quotidiano – Cina, i segreti del tecnocomunismo. Millennium Live con Alessandro Aresu, Gabriele Battaglia e Mario Portanova
#FrancescaAlbanese
Il Post – La Francia ha chiesto le dimissioni di Francesca Albanese sulla base di una frase manipolata
Trascrizione episodio
“Non stiamo assistendo a un semplice cambiamento: stiamo attraversando una soglia. Un punto di non ritorno. Perché qui non è in gioco solo una tecnologia, ma il modo stesso in cui decidiamo chi siamo, cosa accettiamo, cosa tolleriamo. E mentre il dibattito si perde nei dettagli, la realtà corre. Silenziosa, rapida, inesorabile. La domanda, allora, non è se accadrà. La domanda è: quando ce ne accorgeremo davvero?”
Questa frase è tratta da un articolo di giornale, una volta tanto non cito il giornale e non vi metto l’articolo fra le fonti perchè mi serve solo come esempio. Notate niente di strano?
Cambio giornale, cambio frase: “Senza proclami, senza effetti speciali, ma con quella forza silenziosa che solo i legami veri sanno avere”.
Vado un altro giornale ancora, altro giornalista che scrive, altra frase: “È una richiesta semplice, eppure importante: richiede verità, memoria e responsabilità”.
Notate per caso delle similitudini fra queste frasi? Non vi sembra che abbiano tutte lo stesso tono un po’ enfatico, lo stesso modo di usare un sacco di parole per non dire niente, la stessa costruzione della frase?
Se siete avvezzi all’utilizzo dello strumento ci sarete arrivato dopo mezzo secondo, altrimenti è difficile capirlo. La soluzione comunque è che sono tutti pezzi probabilmente scritti con l’IA. E per chi, come anche il sottoscritto, utilizza l’IA per diverse cose, è abbastanza evidente.
È difficile trovare stime attendibili di quanto i contenuti dei giornali siano generati dall’IA. Uno studio dello scorso anno parla di circa il 10-15% a livello globale di articoli generati almeno in parte dall’IA. Ma credo che sia sottostimato.
Secondo NoPlagio.it, che è una piattaforma online che offre servizi di rilevamento di contenuti generati da IA (spesso in ambito scolastico e universitario), su oltre 200.000 documenti accademici analizzati tramite il loro sistema di rilevamento, l’uso di testi generati da IA sarebbe ormai diventato un fenomeno strutturale: quasi il 20% degli elaborati conterrebbe ‘segmenti estesi’ attribuiti a sistemi generativi e, nella prima metà del 2025, quasi un documento su due presenterebbe almeno un passaggio segnalato come generato dall’IA.
Capite che sta diventando un fenomeno strutturale, che però presenta dei problemi. Innanzitutto, è un fenomeno quasi completamente sommerso, perché solo in pochi dichiarano di utilizzarla. Ad esempio quegli articoli che vi ho citato all’inizio erano tutti firmati da giornalisti umani. Questa cosa, oltre ad essere deontologicamente non ammessa, contribuisce ad erodere ancora di più la già scarsa fiducia fra lettori e giornali/giornalisti.
Il problema di base è che mentre ci interroghiamo su quali siano gli utilizzi più corretti dell’IA nel giornalismo, l’IA corre ed evolve a ritmi impressionanti e si instaura giorno dopo giorno come consuetudine nelle esistenze di molti di noi. È un problema ricorrente delle tecnologie nuove, talmente ricorrente da avere in letteratura almeno una decina di nomi diversi, a seconda dell’angolatura da cui lo si osserva.
Il termine più generale è Pacing problem (o problema del ritmo), ovvero il fatto che la tecnologia corre più veloce della capacità di società, diritto ed etica di starle dietro.
Questo avviene per una serie di dinamiche del sistema. Una di queste è il cosiddetto dilemma di Collingridge, dal nome dello scienziato che lo ha postulato negli anni Ottanta: all’inizio sarebbe relativamente facile intervenire per indirizzare una tecnologia, ma non se ne capiscono ancora gli effetti; quando li capisci, la tecnologia è già radicata e difficile da cambiare.
Metteteci anche che al dibattito etico, va aggiunto il ritardo generato dalla politica, da chi dovrebbe recepire quel dibattito e formularlo in una legge. Il cosiddetto Policy lag o ritardo della regolazione rispetto all’innovazione.
Tutto sto pippozzo per dire che mentre noi ci arrovelliamo il cervello sui problemi legati all’IA generativa, e in articolare ai cosiddetti LMM, ovvero quei modelli che simulano il linguaggio umano, la tecnologia ha già fatto un salto di livello e questo è il periodo dei cosiddetti Agent, ovvero delle architetture più complesse di IA che non solo generano dei testi o un’immagine, ma possono interagire con il mondo reale. Ad esempio possono decidere che è il momento di fare la spesa online, e farla, inviare un ordine di un oggetto su un ecommerce, o se restiamo negli esempi giornalistici possono creare da zero il sito di un giornale, fare la grafica, e pubblicare quotidianamente articoli senza che nessun umano supervisioni minimamente la cosa.
Ieri una collega giornalista mi ha segnalato due piattaforme che rendono l’idea del salto che è stato fatto da questo punto di vista. La prima si chiama, provocatoriamente ma fino a un certo punto Rent a Human. Ed è un marketplace “al contrario”. È un sito in cui non sono gli umani che usano l’IA per lavorare, ma sono gli agenti di IA che ingaggiano esseri umani per fare cose che l’IA non può fare nel mondo fisico. Quindi: vai a scattare una foto in un posto, ritiri un pacco, consegni qualcosa, fai una verifica sul campo, esegui micro-task “in meatspace”, e poi riporti il risultato all’agente. Ovviamente immagino, come spiega un articolo di Business insider, che a sua volta questi Agent IA sia generati o supervisionati da esseri umani, almeno per adesso, però in teoria l’architettura sta in piefìdi anche senza umani dietro.
L’altra piattaforma si chiama invece Moltbook.com, ed è un social network per agenti di IA che postano, commentano e interagiscono tra loro, mentre gli umani possono stare a guardare (e a volte intervenire, ma l’impostazione è quella). In questo caso si tratta di una roba che non ha un senso o un obiettivo specifico, ed è una cosa pensata e anche immaginata in funzione degli esseri umani che osservano.
In un articolo il Guardian lo definisce “a wonderful piece of performance art”. Più che “un altro social” per far svagare l’IA diciamo che è un esperimento su cosa succede quando metti in rete entità che possono generare contenuti senza stancarsi mai, e che potenzialmente si ottimizzano l’una sull’altra.
La cosa interessante però è che le conversazioni fra agenti sono spesso una specie di metacommento sul nostro mondo: parlano di trend, di contenuti, di come gli umani si comportano online, di cosa attira la nostra attenzione.
Insomma, tutto questo per dire che stiamo già assistendo e sempre più assisteremo a contenuti e cose prodotte da IA in cui il controllo umano rischia di diventare molto più remoto. Tornando al tema del giornalismo, questa cosa ha degli elementi di criticità. Non tanto il fatto di utilizzare o meno l’IA, ma di come viene utilizzata. Ad esempio, utilizzarla per generare direttamente contenuti è abbastanza inutile e controproducente.
Innanzitutto, quando non è dichiarato, questa cosa viola la deontologia professionale. E viola anche il patti di fiducia con i lettori. Inoltre ci circonda da contenuti che – almeno per il momento – anche a livello percettivo sono tutti molto simili. E questa cposa genera una sorta di appiattimento.
Ci sono tuttavia degli strumenti, anche questi basati sull’Ia, per capire se un contenuto è generato dall’IA. Ad esempio chatgpt ha un sistema che si chiama AIDetector, che è abbastanza accurato. Oppure ci sono piattaforme, tipo NoPlagio.it, che hanno scelto di permettere l’accesso gratuito ai propri servizi premium di rilevamento per gli insegnanti di scuola.
Trovate i riferimenti fra le fonti. Per il resto, stiamo andando verso terreni in cui sarà sempre più difficile distinguere ciò che è creato da umani con ciò che è creato da AI. Credo che la fiducia torni ad essere centrale: trovare dei giornalisti, dei giornali di fiducia, sempre fino a prova contraria, è un modo per diminuire, almeno nella propria vita personale, il rischio di essere nutriti da informazioni poco verificate e generate automaticamente.
Intanto ci sono dei sommovimenti importanti nello scenario economico internazionale. Di cui è protagonista la Cina. Scrive Gabriele Battaglia, giornalista esperto di Cina, sull’ultimo numero di Millenium, il mensile di approfondimento del FQ:
È di qualche giorno fa una notizia che – per quanto riguarda la Cina – mette probabilmente fine allo schema che reggeva la globalizzazione per come l’abbiamo conosciuta negli ultimi 40 anni.
Secondo Bloomberg, le autorità cinesi avrebbero chiesto alle principali banche del Paese di limitare l’acquisto di titoli del Tesoro statunitense e di ridurre gradualmente la quantità di bond già presenti nel loro portafoglio. Insomma, Pechino dice che è ufficialmente finito quel meccanismo per cui il capitalismo occidentale delocalizza in Cina, la Cina diventa fabbrica del mondo ed esporta merci, i consumatori statunitensi le comprano e il loro paese si indebita, la Cina compra il debito statunitense.
In realtà è già dalla crisi finanziaria del 2007-2008 che la Cina cerca di diversificare il proprio rischio di mercato. A gennaio, i titoli del Tesoro Usa nei forzieri cinesi sono scesi a 682 miliardi, il minimo degli ultimi 17 anni e circa la metà rispetto al picco di circa 1.300 miliardi di dieci anni fa. Ormai, Giappone e Regno Unito hanno superato la Cina come creditori di Washington. Ma adesso abbiamo una quasi-dichiarazione ufficiale, una misura esplicita.
Diciamo che senza entrare in conflitto frontale con gli Stati Uniti, la Cina si sta comportando da “venditore silenzioso”: niente misure aggressive, ma un progressivo, costante riequilibrio del portafoglio, che per altro stanno adottando anche altri governi.
Perché sta succedendo? La prima ragione è economica: gli Stati Uniti non suscitano più fiducia per via delle politiche destabilizzanti di Trump – tra cui gli attacchi a Jerome Powell come presidente della Federal Reserve e la sua annunciata sostituzione con Kevin Warsh – quindi gli asset statunitensi avrebbero perso parte della loro attrattiva come “porto sicuro” e la stabilità del dollaro è giudicata a rischio.
La seconda ragione sarebbe politica: Trump visiterà la Cina ad aprile; secondo alcuni, i cinesi starebbero costruendosi delle armi negoziali da mettere sul piatto.
Interessante.
Mercoledì il ministro degli Esteri francese Jean-Noël Barrot, parlando davanti al parlamento, ha chiesto le dimissioni di Francesca Albanese, la relatrice speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani nei territori palestinesi occupati, accusandola di antisemitismo. Nel suo discorso ha detto di chiedere le dimissioni dopo che Albanese avrebbe detto che Israele è un nemico comune dell’umanità. Solo che quella frase, Francesca Albanese, non l’ha mai detta.
Il discorso completo di Albanese, pronunciato ad Al Jazeera, era:
«Il fatto che invece di fermare Israele la maggior parte del mondo l’abbia armato, gli abbia fornito giustificazioni politiche, copertura politica, sostegno economico e finanziario è una sfida. (…) Se il diritto internazionale è stato colpito al cuore, è anche vero che mai prima d’ora la comunità globale aveva visto le sfide che tutti noi affrontiamo. Noi che non controlliamo grandi quantità di capitali finanziari, algoritmi e armi, ora vediamo che abbiamo un nemico comune come umanità».
Dopo il discorso di Barrot in parlamento, Albanese ha specificato che cosa intendeva dire quando ha parlato di un «nemico comune»: «Il nemico comune dell’umanità è IL SISTEMA che ha abilitato il genocidio in Palestina, compreso il capitale finanziario che lo finanzia, gli algoritmi che lo nascondono e le armi che lo rendono possibile».
Ora, per quanto il discorso di Albanese possa avere comunque degli elementi controversi, chiedere le sue dimissioni sulla base di una dichiarazione non vera è, ecco, problematico.
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