La nuova corsa alla Luna è diversa – 3/4/2026
Dalla missione Artemis 2 e la nuova corsa alla Luna alla sospensione definitiva del piano casa del governo Meloni. Poi le proteste in Israele contro la pena di morte per i palestinesi, il crollo di un ponte dopo il maltempo nel Centro-Sud e una testimonianza sulle fabbriche cinesi che racconta il divario industriale sull’auto elettrica.
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Fonti
#MissioneLuna
Domani – Artemis II è partita, gli astronauti in viaggio verso la Luna
Il Post – Artemis II giorno per giorno
The Guardian – This Artemis moon mission is a truly unifying international project, one of the few we have left
The Guardian – Lunar prospectors: the businesses looking to mine the moon
#PianoCasa
L’Indipendente – Prima sottofinanziato, poi rinviato, infine cestinato: addio al Piano casa del governo Meloni
#Israele
Italia che Cambia – In Israele approvata la pena di morte per i palestinesi, ma gli israeliani non ci stanno
#CrolloPonte
Italia che Cambia – Crollo del ponte sul Trigno: perché le nostre infrastrutture non reggono alla crisi climatica?
#Cina
Facebook / Dario Tamburrano – ALICE NEL PAESE DELLE MERAVIGLIE
Trascrizione articolo
Ieri notte, insomma la notte fra mercoledì e giovedì, alle 00.35 ora italiana è partita una missione molto importante della Nasa, chiamata Artemis 2, che porterà un equipaggio in orbita verso la Luna, per la prima volta dal 1972. E che è un primo passaggio per portare nuovamente le persone sulla Luna. Ma in un contesto e con delle finalità molto diverse dal primo e per ora unico allunaggio del 1969.
Leggo su Domani: “A bordo della capsula Orion ci sono 4 astronauti: Victor Glover, Christina Koch (che condivise con Luca Parmitano una missione sulla Stazione spaziale internazionale a cavallo tra 2019 e 2020), Reid Wiseman della Nasa, e Jeremy Hansen dell’agenzia spaziale canadese.
Teatro di partenza della storica missione- la prima nel ventunesimo secolo verso il nostro satellite- il Kennedy space center di Cape Canaveral, Florida, con il gigante a due stadi Space Launch System (Sls). Lo scopo della missione? Volare intorno alla Luna testando la navicella Orion. L’allunaggio vero e proprio è previsto nel 2028 con Artemis IV. Artemis II ha messo in funzione i motori europei quasi immediatamente dopo il lancio”.
Il primo giorno della missione- fanno sapere dall’Agenzia spaziale europea (Esa)-, Orion rimarrà in orbita terrestre mentre l’equipaggio controllerà i sistemi del veicolo spaziale. Dopo la separazione dallo stadio superiore del razzo, gli astronauti prenderanno il controllo manuale di Orion e utilizzeranno i motori del sistema di controllo di assetto per esercitarsi nelle “operazioni di prossimità”, manovre di attracco essenziali per le future missioni Artemis.
Il secondo giorno, una volta ottenuto il via libera dai controllori di missione, il motore principale del Modulo di Servizio Europeo si accenderà per uno dei momenti più critici della missione: la manovra di iniezione translunare. Questa potente manovra accelererà Orion fuori dall’orbita terrestre e porterà l’equipaggio in un viaggio di quattro giorni verso la Luna.
Durante il volo, ulteriori accensioni dei motori affineranno la traiettoria di Orion, assicurando che il veicolo spaziale e i suoi astronauti rimangano esattamente sulla rotta prevista.
La durata prevista di Artemis 2 è di dieci giorni.
Se vedete alcune simulazioni del volo, in effetti vedete che il razzo fa un giro attorno alla terra e poi sfruttando l’accelerazione gravitazionale si lancia verso la luna, compiendo una sorta di 8, girando attorno al satellite e quindi riatterrando sulla Terra l’11 aprile.
E vabbé, questo è il succo. È un momento storico perché apre di nuovo quella finestra della storia dell’umanità che si era chiusa presto in cui gli esseri umani vanno ad esplorare nuovi mondo nello spazio. Ma… ci sono tante questioni interessanti perché queste missioni sono molto diverse da quelle passate.
Ai tempi l’obiettivo era principalmente simbolico, si inseriva nella competizione con la Russia per ammaliare il mondo. Oggi la competizione cìè sempre, anche se con la Cina più che con la Russia, ma più che ad ammaliare il mondo serve ad estrarre risorse.
Scrive Oliver Holmes sul Guardian: “Nel vuoto silenzioso dello spazio, cinque robot autonomi rimescolano la superficie lunare, scavando uno strato soffice di rocce e polvere e lasciandosi dietro file di tracce regolari.
Fermandosi solo per ricaricarsi in una centrale solare, queste macchine grandi più o meno come un’auto processano internamente la terra lunare per estrarre un tipo di elio così raro sulla Terra che si stima che un contenitore grande quanto il palmo di una mano valga milioni. Una volta lavorata, questa risorsa preziosa viene caricata in un razzo e sparata di nuovo verso la Terra.
È una visione che sembra uscita dalla fantascienza, ma ci sono già diverse aziende che stanno raccogliendo fondi per estrarre risorse dal vicino di casa della Terra, in una corsa a chi sarà il primo a beneficiare della nascente economia lunare.
Il Guardian nello specifico parla di un’azienda Usa chiamata Interlune, e nota anche che nella sua comunicazione l’azienda evita la parola “mining” (estrarre) e preferisce parlare di “harvesting”, raccogliere. Una scelta lessicale che serve chiaramente a rendere l’idea meno aggressiva, meno distruttiva, più accettabile, ma che comunque cela le nuove mire degli esseri umani sulla Luna.
Anche la NASA parla apertamente di “growing the lunar economy” e ha avviato ormai da anni il programma CLPS con cui compra servizi da aziende private per portare strumenti e tecnologie sulla Luna. Anche l’ESA (l’agenzia spaziale europea) sta lavorando a infrastrutture come telecomunicazioni e navigazione lunare pensando a un futuro ecosistema di missioni pubbliche e private.
Ma, dicevamo, la competizione è soprattutto fra Usa e Cina, la Cina negli ultimi anni ha fatto molto. Il suo obiettivo dichiarato è portare astronauti sulla Luna entro il 2030. E dopo l’eventuale sbarco umano, vuole costruire entro circa il 2035 una International Lunar Research Station, cioè una base/avamposto scientifico lunare, pensata per operazioni robotiche a lungo termine e presenza umana a intermittenza, poi sempre più stabile. In alcune presentazioni ufficiali e ricostruzioni giornalistiche si parla persino di una futura centrale energetica sulla Luna, anche con ipotesi nucleare, per alimentare la base.
Quindi, ecco, la Luna rischia di trasformarsi nel nuovo avamposto, nella nuova frontiera della competizione estrattiva. Ma c’è anche un altro fattore che dobbiamo considerare quando si parla di spazio.
Scrive sempre sul Guardian Christopher Riley: “Più di 50 anni fa, le fotografie della Terra scattate dalla Luna dagli astronauti dell’Apollo ebbero un effetto dirompente su una società distratta da divisioni e conflitti. Allora, come oggi, arrivavano in “un’ora di cambiamento e di sfida, in un decennio di speranza e di paura, in un’epoca insieme di conoscenza e di ignoranza”, come aveva detto il presidente John F. Kennedy. Ma ciò che non aveva previsto era che, sulla strada verso la Luna, avremmo scoperto la Terra.
Eccolo, il nostro pianeta, visto all’improvviso come una sfera finita di roccia, avvolta da uno strato d’aria che sostiene la vita sottile quanto la buccia di una mela. Questa visione contrastava con l’esperienza quotidiana di chi viveva sulla superficie di un mondo apparentemente infinito e dalle risorse illimitate. Poco dopo nacquero una speciale Giornata della Terra, l’associazione ambientalista Friends of the Earth e una serie di leggi per la tutela dell’ambiente”.
È vero. È ampiamente documentato come il movimento ambientalista sia nato dopo le prime foto inviate dallo spazio. La potenza di quelle immagini è incredibile nel farci sentire tutti abitanti dello stesso sasso colorato. Se cercate la storia della famosissima foto chiamata pale blue dot ne avrete una riprova. Quindi vedremo cosa prevarrà: se la spinta a colonizzare, conquistare, estrarre, oppure la sensazione fraterna del vederci condividere, tutte e tutti, lo stesso sassolino pallido perso nello spazio sconfinato.
Non so se vi ricordate del piano casa del governo Meloni. Lo aveva presentato la premier stessa lo scorso anni, al meeting di Rimini di agosto, parlando di “un grande piano casa a prezzi calmierati per le giovani coppie”, dicendo che “senza una casa è difficile costruire una famiglia”. Il piano ambiva a costruire 100mila nuove case in 10 anni, con un investimento di circa 15 miliardi.
Ma dall’annuncio in avanti, la vita del piano casa è stata costellata di tagli e rinvii, finchè ieri in una conferenza il presidente di Federcasa Marco Buttieri ha messo probabilmente la parola fine sulla storia, annunciando che anche quello che rimaneva dei finanziamenti è stato sospeso per via della situazione geopolitica.
Mario Catania su L’Indipendente ricostruisce le varie tappe del Piano. Dopo l’annuncio iniziale di Meloni, a novembre 2025 il ministro Tommaso Foti ridimensiona il piano dimezzandone il budget e parlando di un’operazione da oltre 8 miliardi.
A dicembre 2025, nella manovra di bilancio, compaiono però solo 50 milioni per il 2027 e 50 milioni per il 2028, mentre per il 2026 non c’è nulla. 100 milioni in 3 anni. Sommando gli stanziamenti distribuiti in vari provvedimenti, il totale effettivo si ferma a circa 970 milioni tra il 2026 e il 2030, molto lontano dalle cifre inizialmente evocate, per il recupero di case popolari sfitte. Questi sono gli unici fondi stanziati.
All’inizio del 2026, però, durante la conferenza stampa di inizio anno, Meloni torna sul tema e riformula il progetto. Il piano viene descritto come quasi pronto, “in dirittura di arrivo”, ma anche qui con un profilo più limitato: non più un grande intervento complessivo, bensì l’obiettivo di realizzare 100mila nuove case a prezzi calmierati in dieci anni, escluse le case popolari.
Il 25 febbraio 2026, nel question time alla Camera, Salvini rilancia ancora. Parla di 1 miliardo e 200 milioni di euro destinati al recupero di circa 60mila alloggi popolari sfitti, da restituire alle famiglie in graduatoria. Annuncia anche cantieri già nel 2026 e lascia intendere che il decreto attuativo sarebbe arrivato a breve, entro una decina di giorni, in Consiglio dei ministri. – E qui, lasciatemi dire, errore strategico del governo perché si sa che quando Salvini annuncia la partenza dei cantieri è preludio di disfatta.
Fatto sta che il decreto attuativo non arriva mai. L’ultimo passaggio è appunto la sospensione dei 970 milioni destinati al recupero delle case popolari sfitte, motivata con le ricadute economiche dell’attacco americano e israeliano all’Iran: aumento dei costi energetici, rincari delle materie prime e crescita delle spese militari. A quel punto il piano casa, già ridimensionato e mai davvero partito, si arena del tutto.
Ora, io sono sicuro che ci siano diverse cose da imparare da questa vicenda, e per questo ho chiesto un parere alla persona più esperta di politiche abitative che conosco. Lucio Massardo, coi-fondatore di meWe abitare collaborativo. Cosa ne pensi Lucio?
Contributo disponibile nel podcast
Due notizie molto importanti di ieri, al volo. In Israele ci sono state importanti proteste contro la nuova legge approvata dallo Knesset, il parlamento israeliano, che introduce, per i palestinesi residenti della Cisgiordania che saranno condannati dai tribunali militari – gli unici che avranno giurisdizione su di loro – la pena di morte di default. Una legge tremenda, voluta dal ministro della Giustizia, l’estremista di destra Ben Gvir, ma alla quale stavolta anche una parte della popolazione israeliana si sta ribellando.
La seconda notizia è che ieri a causa delle forti piogge ed esondazioni che hanno colpito Abruzzo e Molise (e in parte la Puglia) un ponte è crollato lungo la statale adriatica, travolto dalle acque. Per fortuna il tratto era stato chiuso al traffico, però questo fatto credo ci debba far riflettere sullo stato di salute delle nostre infrastrutture viarie. Molti di queste infatti (quasi il 90%) risalgono al boom degli anni Sessanta Settanta e i materiali con cui sono costruite, tipo il calcestruzzo, hanno una vita media di qualche decennio, cinquanta-sessant’anni. Per cui siamo nel periodo storico in cui molte strutture iniziano ad essere vecchie, e il clima è sempre più instabile. È urgente fare strategie di adattamento, e trovare i soldi per farle, anche qui, più che per fare guerre.
Di entrambe queste notizie, molto importanti, trovate una nostra news fra le fonti, molto approfondita.
Voglio concludere leggendovi una testimonianza dell’europarlamentare Dario Tamburrano e la sua visita a una fabbrica cinese, perché l’ho trovata molto interessante. Scrive Tamburrano sui suoi canali social:
Ieri mattina sono stato in visita alla #EV Gigafactory di #Xiaomi a Pechino per vedere con i miei occhi ciò che appare in tanti video che sono online sulla produzione delle #SU7.
Un’ora in pulmino nell’enorme stabilimento dell’intera filiera, non solo dell’assemblaggio, ma di tutto il processo produttivo: dal blocco di alluminio da fondere fino alla automobile finita realizzata con centinaia di robot dotati di sensori assistiti dalla intelligenza artificiale con tolleranza di 500 micron.
Niente polvere, unto, sporco o fumi (tranne un po’ di puzza in un passaggio per il decapping dell’acciaio). Sembrava più una clinica che una fabbrica di automobili.
Dallo stabilimento esce un’auto completa ogni 1,30 minuti circa. Prezzo di vendita qui in Cina circa 30.000 euro (400 CV, 5 metri di lunghezza, autonomia fino a 900 km in ciclo CLTC), circa la cifra di acquisto di una 500 elettrica qui da noi. So che i prezzi non sono direttamente paragonabili, ma servono a farsi un’idea.
Questa è la differenza tra un paese che ancora insegue i deliri di #Marchionne a favore dei biocarburanti e sulla irrealizzabilità dell’auto elettrica, e un paese dove invece si è pianificata e si pianifica la politica industriale ed energetica con un orizzonte di 20 anni; e soprattutto si realizza concretamente innovazione ed economia di scala.
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