I farmaci calmierati della Lombardia e l’obesità come malattia – 20/1/2026
L’obesità diventa malattia cronica e la Lombardia sperimenta farmaci calmierati; i curdi siriani accettano un accordo svantaggioso col governo; il divieto ai social per i minori in Australia non funziona.
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Fonti
#Ozempic
Il Post – In Lombardia si potranno acquistare i farmaci dimagranti a prezzo calmierato
#Curdi
Italia che Cambia – I curdi, fra repressione, ribellione e nuovi modelli democratici – Io non mi rassegno+ #6
Il Post – L’accordo con il governo della Siria è una resa per i curdi
#Digitale
Valigia Blu – Australia: il divieto dei social per i minori di 16 anni si rivela inefficace
Italia che Cambia – Patti Digitali: la comunità si unisce per aiutare genitori e figli a rapportarsi con la tecnologia
Trascrizione episodio
Sabato la Regione Lombardia ha stabilito che venderà a prezzo calmierato alcuni farmaci per contrastare l’obesità. Si tratta di farmaci che inducono una sensazione di sazietà, perché simulano il funzionamento di un ormone che normalmente il nostro organismo produce durante la digestione e quindi attivano il suo recettore e generano una sensazione di sazietà anche se non si è mangiato. I più famosi fra questi farmaci sono il Wegovy e il Saxenda ma ce ne sono anche altri.
Sono farmaci nati per curare il diabete ma diventati famosi soprattutto per il loro effetto dimagrante. E negli ultimi anni sono stati al centro di mille discussioni, tra chi li vede come una svolta nel contrasto all’obesità e chi invece teme un uso scorretto, specie nel mondo delle diete fai-da-te e dell’ossessione estetica.
In Italia fin qui non sono molto diffusi, mentre all’estero la situazione è diversa All’estero, soprattutto negli Stati Uniti e in alcuni Paesi europei come UK, Francia, Germania, l’uso di farmaci come Wegovy è molto più diffuso — sia perché sono stati introdotti prima, sia perché c’è stata grande domanda da parte dei medici e dei pazienti, sia per una maggiore disponibilità commerciale e, in alcuni casi, per un uso anche non strettamente medico.
Qualcosa però sta cambiando anche nel nostro paese. Circa due mesi fa infatti, a novembre, l’obesità è stata riconosciuta ufficialmente come malattia cronica con una legge dal governo.
La decisione della regione Lombardia nasce da qui e dal fatto che, se da un lato si riconosce l’obesità come malattia al tempo stesso, i farmaci di nuova generazione, quelli di cui stiamo parlando, non sono ancora inclusi nei cosiddetti LEA – cioè nei livelli essenziali di assistenza e quindi non possono essere distribuiti dal servizio sanitario nazionale, insomma non sono coperti, e costano centinaia di euro al mese, perciò se li può permettere solo chi ha i soldi per comprarli.
La decisione lombarda nasce proprio da qui: non potendoli distribuire direttamente col servizio sanitario, la Regione ha deciso di vendere questi farmaci a prezzo calmierato, attraverso una convenzione regionale. In pratica, la persona obesa che rientra in certi criteri – ancora da definire – potrà ricevere la prescrizione medica e acquistare il farmaco a un prezzo ridotto, grazie a una convenzione che sarà gestita da ARIA, l’agenzia regionale per gli acquisti.
Al tempo stesso, mi pare che ci sia una questione di fondo che merita un minimo di approfondimento sul fatto di considerare l’obesità una malattia. Ora, siamo in un terreno medico, che non è il mio e in cui cercherò di muovermi con cautela. Innanzitutto: di cosa parliamo? Non parliamo di essere un po’ in sovrappeso, ma di essere appunto obesi, quindi con un indice di massa corporea molto alto e in maniera prolungata, cronica appunto.
Sicuramente ci sono dei vantaggi a riconoscere questo stato come una malattia, sia perché così le persone che ne soffrono hanno diritto a cure e supporto psicologico attraverso il Servizio Sanitario Nazionale, insomma questa cosa diventa qualcosa che la sanità pubblica deve affrontare, non una responsabilità individuale da scaricare sulla persona.
Inoltre questo riconoscimento può aiutare anche a cambiare il modo in cui guardiamo l’obesità, a eliminare lo stigma sociale che spesso la riconduce, semplificandola, a pigrizia, a “mancanza di forza di volontà”, e a vederla come una condizione complessa, con cause metaboliche, genetiche, psicologiche e sociali. Questo può ridurre la colpevolizzazione e favorire l’empatia.
E poi curare bene l’obesità riduce il rischio di malattie associate, come diabete di tipo 2, ipertensione, problemi cardiovascolari, apnea notturna, alcuni tumori.
Al tempo stesso, ci vedo alcuni rischi e un modo di affrontare il problema molto tipico della nostra società.
Innanzitutto, non è ancora chiaro – come in tanti altri casi – quali siano i reali effetti psicologici e sociali di definire qualcosa come una malattia o un disturbo. Perché può avere effetti anche opposti, se da un lato può favorire le cure e l’inclusione, dall’altro può anche, magari in alcuni soggetti, togliere potere, come non ci fosse margine d’azione sulla propria salute. Insomma, rischia di rinforzare una visione passiva, medicalizzata del corpo.
Così come etichettare qualcuno come “malato”, in alcuni contesti, può accentuare lo stigma, invece che ridurlo.
Poi c’è il rischio di spalancare le porte del mercato a una nuova ondata di farmaci dimagranti, pubblicizzati come “soluzione” miracolosa, con tutto l’interesse dell’industria farmaceutica e appunto il rischio che questi si diffondano ben oltre il perimetro della cura dell’obesità.
Ma forse il rischio maggiore, l’aspetto che più mi preme sottolineare è un altro. Riconosco infatti anche in questa cosa un pattern tipico della nostra società: ovvero affrontare il sintomo per non cambiare le cause. Considerare l’obesità una malattia rischia di farci trascurare le profonde cause sistemiche che la generano, e che hanno portato al paradosso che oggi, per la prima volta nella storia dell’umanità, l’obesità è un problema per i poveri più che per i ricchi: alimentazione industriale, abitudini alimentari errate, junk food, sedentarietà imposta, disuguaglianze sociali.
Insomma, come al solito la risposta è complessa e se da un lato probabilmente questi farmaci possono migliorare la vota a molte persone, dall’altra se continuiamo a sopprimere tutti i sintomi senza mai preoccuparci delle cause sistemiche dei problemi, questi continueranno a rispuntare da altre parti, finché i sintomi non saranno troppi per essere affrontati singolarmente.
Domenica, dopo settimane di combattimenti, il governo siriano e i combattenti curdi hanno fatto un accordo per il cessate il fuoco, che però somiglia molto a una resa da parte dei curdi. Ne parla un articolo del Post.
“L’accordo prevede lo scioglimento di fatto delle SDF, la loro integrazione nell’esercito regolare siriano e la cessione allo stato di gran parte dei territori controllati dai curdi.
Sono grosse concessioni da parte dei curdi, indeboliti dai combattimenti recenti e senza aiuti esterni: l’accordo è considerato una loro resa. È invece una grossa vittoria per il presidente siriano, Ahmed al Sharaa.
Secondo l’accordo i curdi devono cedere immediatamente allo stato le province a maggioranza araba di Raqqa e Deir Ezzor, che controllano da anni: di fatto la cessione è già avvenuta, perché in queste ore l’esercito siriano ha rapidamente occupato gran parte di quei territori, man mano che le SDF si ritiravano. Le due province sono anche quelle più ricche di pozzi di petrolio, che secondo l’accordo finiranno direttamente sotto il controllo dello stato. I curdi avevano chiesto una condivisione dei profitti della vendita del greggio, ma è improbabile che questo succederà.
Lo stato siriano, oltre che dei pozzi di petrolio, prenderà il controllo di tutti i varchi di confine e delle altre infrastrutture, tra cui le dighe sul fiume Eufrate. Di fatto ai curdi rimarrà un certo grado di autonomia soltanto nella provincia di Hasakah, quella più propriamente curda. Anche lì però il governatore sarà nominato dal governo centrale.
Dal punto di vista militare, i curdi avevano chiesto inizialmente che le SDF si potessero integrare nell’esercito siriano mantenendo le proprie formazioni e divisioni. L’accordo prevede invece che i combattenti entrino nell’esercito come semplici individui, per evitare ogni rischio di solidarietà tra combattenti curdi. Il governo prenderà anche il controllo dei campi di prigionia dove sono rinchiusi migliaia di combattenti dello Stato Islamico con le loro famiglie, sorvegliati per anni dai combattenti dell’SDF dopo la sconfitta del gruppo terroristico.
Per rendere meno duro il colpo, al Sharaa ha firmato un decreto che fornisce ai curdi alcune garanzie dal punto di vista culturale e sociale. Il curdo sarà riconosciuto come lingua nazionale (ma non ufficiale) e potrà essere insegnato nelle scuole delle regioni a maggioranza curda. Nowruz, l’anno nuovo per i curdi e per altre popolazioni, sarà riconosciuto come festa nazionale. Ai curdi sarà inoltre concessa la piena nazionalità siriana, e potranno tra le altre cose ottenere un passaporto: per decenni il vecchio regime degli Assad aveva negato la nazionalità ai curdi, togliendo loro molti diritti.
Nelle ultime settimane però l’esercito siriano ha cominciato ad avanzare nei territori controllati dai curdi. A inizio gennaio ha sloggiato dopo duri scontri le forze curde da Aleppo, dove le SDF avevano una piccola presenza militare. Negli ultimi giorni ha attaccato il territorio controllato dai curdi a nord-est. I curdi hanno subìto anche le pressioni diplomatiche del governo degli Stati Uniti, che negli ultimi anni aveva protetto e tollerato il loro dominio su parte della Siria, ma che con Donald Trump si è molto avvicinato ad al Sharaa.
A causa delle pressioni militari siriane e di quelle diplomatiche americane il comandante delle SDF, Mazloum Abdi, si è trovato costretto a firmare l’accordo di domenica, benché sia molto svantaggioso. Abdi ha detto in un videomessaggio che spiegherà le sue ragioni alla popolazione curda «nei prossimi giorni».
Ho sentito per telefono Federico Venturini, ricercatore ed esperto della questione curda, che avevo intervistato in una puntata di INMR+. Federico mi ha raccontato che la questione è abbastanza complessa.
Il documento in 14 punti che è circolato e su cui si basano i media pare sia stato fatto circolare unilateralmente dal governo di damasco, ma non è stato confermato dall’SDF. Quindi non si sa se il documento è reale e qualcuno dice che ci sono dei sottopunti che non sono stati resi pubblici. Quindi c’è molta incertezza.
Uno dei punti fermi dei curdi sono il concetto di autonomia e democrazia, dicono che non sono disponibili a compromessi su questi due principi. Sappiamo che le truppe si sono ritirate dalla zona vicina a Raqqa e dai campi petroliferi nella parte ovest. Kobane potrebbe essere stretta d’assedi, da un lato la turchia dall’altra i jihadisti di Damasco.
E poi c’è una questione molto poco conosciuta delle prigioni in territorio dell’amministrazione autronoma del nord ovest dove i prigionieri ex isis sono sotto attacco da Damasco e difese dall’SDF. Le forze Usa e internazionali non stanno intervenendo.
In pratica nei territori DAANES (Democratic Autonomous Administration of North and East Syria) (che non comprendono solo i curdi ma anche altre minoranze) ci sono tantissime prigioni o campi di prigionia, con migliaia di combattenti Isis, via via che l’Isis veniva sconfitto i combattenti e le loro famiglie e bambini sono state rinchiuse qui. Anes voleva che se ne occupasse Damasco o le forze internazionali per gestire questa situazione esplosiva. Al momento Damasco sta attaccando queste prigioni per prenderne possesso e liberare detenuti. La coalizione internazionale non supporta le forze dell’SDS per bloccare la fuga di estremisti islamisti
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