Quel gran casino delle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina – 27/1/2026
Dalle proteste contro le Olimpiadi invernali Milano-Cortina ai conflitti globali per l’acqua, passando per l’accordo Ue-India e una nuova tecnologia per distruggere i PFAS.
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Fonti
#OlimpiadiMilanoCortina2026
Italia che Cambia – Fiamma olimpica, proteste in tutta Italia. Ecco perché
la Repubblica – Milano Cortina 2026, niente villaggio per gli atleti di Israele
#UEIndia
Rai News – Ue e India pronte a firmare accordo di libero scambio strategico
#Acqua
The Guardian – Dramatic rise in water-related violence recorded since 2022
#PFAS
The Guardian – New filtration technology absorbs PFAS at 100 times the rate
Trascrizione episodio
Si stanno avvicinando le Olimpiadi invernali di Milano Cortina, e con l’avvicinarsi di questo appuntamento, stanno crescendo anche le polemiche e le proteste, per tanti motivi diversi.
Ieri in una nostra news abbiamo provato a mettere in fila le tante cose che stanno facendo discutere di questo grande evento e le tante manifestazioni di dissenso che le stanno accompagnando praticamente in ogni città in cui passa la torcia olimpica.
Ad esempio a Trieste è stato molto attivo il gruppo locale di XR che ha scritto: “A Trieste è passata la fiamma olimpica, seguita dal carosello di sponsor delle Olimpiadi invernali Milano Cortina, con in testa Coca Cola ed Eni che hanno riempito di ipocrisie piazza Unità”. “Come XR Trieste abbiamo partecipato alle proteste organizzate dal movimento per la Palestina per contestare la partecipazione di Israele ai giochi olimpici e boicottare la presenza di sponsor come Eni, Coca Cola, Leonardo e Intesa San Paolo complici del genocidio in corso a Gaza”.
“I valori olimpici di pace e di democrazia – prosegue nel comunicato XR Trieste – vengono completamente svuotati e la guerra viene fatta entrare e legittimata. Ribadiamo che non esiste giustizia ambientale senza giustizia sociale. Le olimpiadi invernali che inizieranno il 6 febbraio, promosse come le olimpiadi più sostenibili di sempre e a costo zero, ancora prima dell’inizio hanno causato danni ambientali enormi, per opere per lo più inutili inutili per lo svolgimento dei giochi e senza nessun beneficio per i territori ospitanti, ma funzionali solo a un grande gioco di speculazione finanziaria”.
Ecco, come vedete anche solo da questo comunicato, ci sono parecchie questioni delicate in ballo. C’è il tema della partecipazione di Israele, Stato con il quale per ragioni storiche l’Occidente continua a esercitare un chiaro doppio standard rispetto al registro utilizzato verso la Russia. Che poi, a dirla tutta forse per una totale coerenza si dovrebbero escludere anche gli atleti statunitensi per aver di fatto realizzato un colpo di stato in Venezuela e minacciato di invadere la Groenlandia?
C’è il tema degli sponsor poco etici, perché diciamocelo, è tipo una banda a delinquere: c’è un’azienda di armi fra le più grandi d’Europa, una banca armata, un colosso dei combustibili fossili responsabile di una fetta di emissioni impressionante. Forse fra tutte Coca-Cola è l’azienda che si è impegnata un po’ di più nella transizione ecologica, ma ecco, si fa per dire, perché rimane il maggior responsabile di inquinamento da plastica al mondo e anche un po’ l’emblema di un’alimentazione poco sana. Poi c’è il tema della speculazione e poi c’è il tema dell’impatto ambientale e del greenwashing. Insomma, un bel po’ di roba.
Anche a Padova XR ha organizzato proteste diffuse, con un volantinaggio e un presidio che è stato represso dalle Forze dell’Ordine. Un’attivista di XR Padova ha detto: “Padova era militarizzata, il controllo era massimo, e riteniamo illegittimo e ingiustificabile il fatto di essere state identificate semplicemente perché volevamo dare dei volantini. Tutto questo rientra all’interno del nuovo pacchetto sicurezza che sta venendo approvato in questi giorni. Denunciamo questa repressione e queste olimpiadi che portano devastazione nelle montagne e nei territori”.
Ma in cosa consiste questa devastazione ambientale? C’è davvero? Innanzitutto c’è una questione di fondo che non riguarda solo le olimpiadi ma proprio la sostenibilità degli sport invernali in epoca di crisi climatica. Come fa notare l’Huffington Post “oggi circa il 90% delle piste da sci in Italia dipende già dalla neve artificiale”.
Insomma immaginare dei giochi invernali sostenibili rischia di essere una contraddizione in termini. Ma in cosa consisterebbe la dichiarata sostenibilità? Leggo ancora: “Il comitato organizzatore ha promesso Giochi più sostenibili, in linea con l’Agenda Olimpica 2020 e l’Agenda 20+5 del Comitato Olimpico Internazionale, che impongono la riduzione delle emissioni di CO2 e il riutilizzo delle infrastrutture”.
Il piano per delle olimpiadi invernali sostenibili si basa su 4 voci sostanzialmente: uso di energia rinnovabile, riutilizzo di strutture esistenti, economia circolare (ma più che economica circolare, se poi si va a leggere si parla di differenziata e riciclo) e misurazione di impatti ambientali e sociali. Che intendiamoci, è meglio di niente, ma ciononostante, l’impronta di carbonio dei Giochi è enorme.
Anche perché “Quasi due terzi delle emissioni olimpiche derivano dagli spostamenti di atleti, tifosi, media e staff. Solo le Olimpiadi del 2022 hanno prodotto oltre 17.000 tonnellate di CO₂ equivalente, con i viaggi di lavoro responsabili di più del 70% delle emissioni totali. A questo si aggiungono trasporti merci, alloggi, consumi energetici e costruzione delle infrastrutture, spesso realizzate a scapito di ecosistemi protetti”. Insomma, pensare a delle Olimpiadi sostenibili è raccontarsi una favoletta. Poi oh, possiamo scegliere comunque di farle, perché ci piacciono, ci emozionano, e comunque provare a farle limitando i danni, magari andando a tagliare più emissioni da altre parti. Però, ecco, almeno chiamiamole così: Olimpiadi invernali comunque insostenibili, ma un po’ meno, che vogliamo continuare a fare perché ci piacciono.
In tutto ciò, visto che le polemiche non erano abbastanza, negli ultimi giorni ci si è messo anche il Ministro degli interni Matteo Piantedosi, finito al centro di una vicenda poco chiara che riguarda un presunto intervento dell’ICE – che sta seminando il panico negli Stati Uniti e ha scatenato la rivolta di migliaia di americani – proprio a Milano e Cortina.
Sull’ipotesi il Ministro ha dichiarato che “non risulta la presenza sul territorio nazionale di agenti appartenenti all’ICE, né ora né in vista delle prossime Olimpiadi invernali. ICE non opera in Italia”. Ma è stata la stessa ICE a smentire Piantedosi spiegando che “l’unità ICE supporterà il Servizio di Sicurezza Diplomatica del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti per tutta la durata dei Giochi Olimpici e Paralimpici del 2026 a Milano”. Insomma gi atleti Usa saranno scortati dall’ICE, che io al loro posto mi cagherei sotto. Mentre dal governo di Israele fanno sapere che gli atleti israeliani saranno alloggiati in luoghi segreti, e saranno scortati, come da tradizione – ci tiene a far sapere Repubblica, come per sottolineare che è tutto normale – da agenti (armati) del Mossad. Ah, lo spirito olimpico!
C’è poi la gestione economica e della cantierizzazione: secondo Legambiente, il 13% della spesa complessiva riguarda le opere essenziali e ben l’87% finanzia la legacy ovvero infrastrutture permanenti destinate ai territori. “16 opere risultano concluse, 51 in esecuzione, 3 in gara, 28 ancora in progettazione. Solo 42 hanno una data di fine lavori collocata prima dell’inizio dei Giochi. Significa che il 57% degli interventi sarà completato dopo l’evento, con l’ultimo cantiere previsto nel 2033″, precisa Legambiente nella sua analisi risalente a metà dicembre. Ha destato polemiche anche la decisione di pescare i 43 milioni di euro necessari per l’organizzazione del servizio d’ordine e di soccorso pubblico dal Fondo per vittime di mafia, usura e agli orfani di femminicidio.
Dopo l’accordo Ue-Mercosur, attualmente congelato, oggi l’Unione europea sta per siglare un altro gigantesco accordo, questa volta con il paese più popoloso al mondo. L’India.
Come ricostruisce Rai News, “I negoziati per un accordo di libero scambio tra Unione Europea e India erano stati avviati nel 2007, si erano arenati nel 2013 e sono ripartiti formalmente nel luglio 2022. Oggi è attesa la firma politica dell’intesa”.
“La maggior parte dei capitoli negoziali è stata chiusa o portata a un livello considerato sufficiente per una dichiarazione politica di conclusione dell’accordo. Questo non significa però un’entrata in vigore immediata: il testo dovrà affrontare un iter di ratifica complesso, che include l’approvazione del Parlamento europeo e, con ogni probabilità, dei parlamenti nazionali degli Stati membri”. Quindi siamo ancora in una fase intermedia diciamo. Ma cosa prevede?
“Sul piano economico, il quadro è imponente. Secondo le proiezioni del Fondo Monetario Internazionale, l’India è destinata a diventare la terza economia mondiale. L’Unione Europea è già oggi il suo principale partner commerciale: gli scambi bilaterali di merci hanno raggiunto i 135 miliardi di dollari nell’anno fiscale 2023-24, con un aumento di quasi il 90 per cento nell’ultimo decennio, a cui si aggiungono circa 60 miliardi di euro di scambi nei servizi.”
L’intesa apre la strada a un mercato integrato di circa due miliardi di persone, pari a oltre un quarto del PIL mondiale. Non si tratta solo di riduzione dei dazi: per l’Europa significa accesso più competitivo a un’economia in forte crescita, con benefici per settori oggi penalizzati da barriere e costi elevati – come automotive, agroalimentare, vino e macchinari (questo è ciò che l’Europa esporterebbe). Per l’India, l’accordo rafforza l’accesso al mercato europeo in comparti chiave come tessile, servizi informatici, farmaceutico e alcune produzioni agricole”. Anche qui sospetto che ci possano essere alcune controindicazioni, ma ancora è tutto troppo vago per fare analisi sensate.
Al tempo stesso, è interessante notare come l’Unione Europea si stia muovendo nella sua cosiddetta strategia di de-risking: ovvero ridurre le dipendenze critiche da singoli paesi (in primis la Cina, ma ormai anche gli Usa) senza arrivare a una rottura totale delle relazioni economiche globali.
Il libero scambio comunque è solo una parte di un disegno più ampio. All’accordo economico si affianca un Partenariato su Difesa e Sicurezza, che punta a rafforzare la cooperazione industriale militare e a ridurre la storica dipendenza indiana dalla Russia.
UE e India – leggo ancora – condividono inoltre un interesse crescente nella sicurezza marittima tra Oceano Indiano e Mediterraneo, aree attraversate da tensioni e da un coordinamento sempre più visibile tra Cina, Russia e Iran. Anche la cooperazione in cybersecurity e difesa digitale assume un peso politico rilevante, in un contesto di aumento degli attacchi informatici e delle operazioni ibride.
Chiudiamo con due notizie sull’acqua. Quella roba di cui siamo composti al 70 e passa per cento, che dobbiamo bere costantemente per sopravvivere, ma della cui importanza spesso ci dimentichiamo. Ma che a quanto pare è alla base di un numero crescente di conflitti.
Secondo il Pacific Institute, un think tank statunitense che tiene traccia da anni dei cosiddetti “water conflicts”, dal 2022 a oggi gli episodi di violenza legati all’acqua sono quasi raddoppiati. Da 235 casi nel 2022 siamo passati a 419 nel 2024. E sono solo quelli ufficialmente registrati.
Ma cosa significa, cosa si intende per “violenza legata all’acqua”? In pratica sono tutte le volte in cui l’acqua diventa o il motivo scatenante di conflitto – pensate a due comunità che si contendono un fiume; o il bersaglio di un conflitto – pensate ai bombardamenti su infrastrutture idriche. O addirittura un arma – cioè quando un esercito blocca l’accesso all’acqua per affamare una popolazione.
Un articolo del Guardian che riprende il report cita alcuni esempi recenti. Il più tragico, probabilmente, è quello di Gaza, dove Israele ha sistematicamente distrutto impianti idrici, desalinizzatori, fognature, rendendo l’acqua potabile un miraggio. Ma ci sono anche le tensioni fra India e Pakistan per l’uso delle acque dell’Indo, i bombardamenti russi sulle dighe ucraine, le proteste violente in Sudafrica contro la scarsità d’acqua. E poi ci sono le tensioni in Africa orientale e nel Sahel, dove la siccità spinge intere popolazioni a migrare, generando nuove conflittualità.
Gli esperti dicono che dietro questi conflitti c’è ovviamente la crisi climatica, ma non solo. C’è anche la corruzione, la cattiva gestione delle risorse, l’assenza o l’inefficacia di infrastrutture, la mancanza di accordi equi per la gestione dei bacini idrici condivisi. Insomma, come al solito quando la crisi climatica si innesta su problemi di governance mai risolti, e quando in gioco c’è una risorsa chiave come l’acqua, l’output più probabile è il conflitto.
Il problema è che la situazione da questo punto di vista non dovrebbe migliorare, almeno non nel breve periodo. Secondo le Nazioni Unite, entro il 2030 la domanda globale di acqua dolce supererà l’offerta del 40%. E attualmente solo un quinto dei paesi che condividono fiumi e laghi ha firmato trattati per gestirli insieme.
Ora, come usciamo da questa spirale? Gli esperti intervistati dal Guardian dicono che le soluzioni ci sarebbero e passano per 4 pilastri: infrastrutture resilienti, accordi equi fra paesi e comunità diverse, riconoscimento del diritto umano all’acqua e adattamento al cambiamento climatico.
La seconda notizia sull’acqua è invece molto più rincuorante e ha a che fare con i cosiddetti PFAS, ovvero sostanze sostanze perfluoroalchiliche, anche detti inquinanti eterni, dato che non si degradano in ambiente, il nostro corpo non è in gradi di processarli e quindi si accumulano, sia nel nostro organismo sia negli ecosistemi, creando problemi di salute gravi per noi e altre specie.
Si accumulano negli ecosistemi non così, dal nulla, ma perché gli esseri umani creano queste molecole chimiche per la loro caratteristica di rendere le cose impermiabili, e qund le usano in pentole antiaderenti, tessuti impermeabili, schiume antincendio.
La buona notizia però arriva da Rice University negli Stati Uniti, dove un gruppo di ricercatori ha messo a punto una tecnologia che, secondo un articolo del Guardian, potrebbe davvero cambiare le carte in tavola, la definisce gamechanger.
Il cuore della scoperta è un nuovo materiale filtrante chiamato LDH — un doppio idrossido stratificato di rame e alluminio — che funziona come una super‑spugna: attrae le molecole di PFAS ad una velocità fino a 100 volte maggiore rispetto ai filtri tradizionali. Questo perché il materiale ha una carica positiva che attira i PFAS, che invece sono carichi negativamente, e li cattura in modo incredibilmente efficiente.
Ma non solo: questo nuovo filtro non si limita a catturarli, ma di fatto li distrugge. In genere i PFAS catturati nei filtri finiscono in depositi di rifiuti pericolosi o vengono trattati con processi ad altissima temperatura che spesso lasciano sotto‑prodotti tossici. Ma la ricerca di Rice ha dimostrato che questi composti, una volta concentrati nel materiale LDH, possono essere scomposti con un processo a temperature relativamente più basse che trasforma i PFAS in un residuo sicuro (come fluoruro di calcio) che può essere smaltito senza ulteriori rischi.
Detto questo, la strada per implementare questa tecnologia nei grandi impianti di trattamento è ancora lunga. Gli scienziati stessi ammettono che la scala industriale non è facile da raggiungere, per cui nel frattempo dobbiamo comunque impegnarci a ridurre sensibilmente l’utilizzo di questi materiali. Però, ecco, è una cosa da tenere d’occhio.
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