Il ritorno del caso Sea Watch e il nuovo scontro governo-magistratura – INMR 20/2/2026
Il Tribunale di Palermo condanna lo Stato a risarcire Sea-Watch; negli USA allevatori riconvertono i maiali in coltivazioni sostenibili; in Francia un omicidio a Lione infiamma lo scontro tra RN e sinistra radicale.
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Fonti
#SeaWatch
Italia che Cambia – Cosa c’entra il caso Sea-Watch con il referendum sulla giustizia (Italia che cambia)
Open – Salvini: Sea Watch da risarcire? “Chi non vota sì al referendum è complice degli speronatori” – Il video (Open)
#Allevamenti
The Guardian – ‘We’re not hippies’: why these Iowa farmers swapped pigs for mushrooms (The Guardian)
#Rai
Domani – Rai, Petrecca si dimette. Direttore ad interim di Rai sport Lollobrigida (Domani)
#Francia
il Post – Il Rassemblement National ha trovato un’occasione nel dibattito sull’omicidio di Quentin Deranque (Il Post)
#Torino
il Post – 18 manifestanti che lo scorso autunno avevano partecipato a proteste per la Palestina a Torino sono stati sottoposti a misure cautelari (Il Post)
#Epstein
Domani – Caso Epstein, arrestato l’ex principe Andrea. Il re: «La legge segua il suo corso» (Domani)
Trascrizione episodio
Mercoledì, il 18 febbraio, il Tribunale di Palermo ha condannato lo Stato italiano a risarcire la Ong tedesca Sea-Watch per i danni patrimoniali legati al fermo amministrativo della nave Sea-Watch 3 avvenuto a Lampedusa tra il 12 luglio e il 19 dicembre 2019. N e abbiamo parlato in una delle nostre news.
Lo stato dovrà pagare a Sea Watch circa 76mila euro di rimborso spese, a cui si aggiungono 14mila euro per le spese di giudizio. Una sentenza che a un mese dal referendum riaccende la tensione fra magistratura e governo.
La decisione – che come ha ricordato dallo stesso presidente del Tribunale, è impugnabile, quindi non è detto che la vicenda si chiuda qui – si innesta su una lunga sequela di atti amministrativi e ricorsi.
Giusto per fare il super riassunto. Siamo nel giugno 2019, la Sea-Watch 3 è la principale imbarcazione della Ong tedesca Sea Watch, che è una ong che si occupa del cosiddetto search and rescue ovvero ricerca e soccorso in mare (SAR) nel Mediterraneo centrale, dove soccorrono le imbarcazioni di migranti in difficoltà.
Al comando della Sea Watch 3 c’è Carola Rackete, attivista, poi diventata per breve tempo anche eurodeputata, ma in seguito, nel 2024. L’imbarcazione aveva appena soccorso 53 di persone in area SAR libica, e poi si era diretta, come da convenzioni, verso il porto più vicino di un paese sicuro, che in quel caso era il porto di Lampedusa. E lì era rimasta per circa due settimane, in mare, perché l’Italia le vietava l’ingresso. Erano i tempi del governo Lega.M5s e c’era Salvini ministro dell’interno.
Alla fine, nella notte tra 28 e 29 giugno, Rackete aveva deciso di forzare il blocco ed entrare comunque a Lampedusa, quindi di attraccare per far sbarcare le persone a bordo; durante la manovra ci fu contatto con una motovedetta della Guardia di Finanza. Dopo lo sbarco, Rackete fu arrestata e la nave venne appunto sequestrata e poi tenuta ferma per mesi.
A quel punto Sea-Watch aveva presentato opposizione al prefetto di Agrigento. Da quale non sarebbero arrivate risposte. Ed è questo il passaggio che viene adesso contestato dal tribunale di Palermo. Perché in base alla disciplina richiamata, l’assenza di risposte avrebbe prodotto un silenzio-accoglimento che avrebbe dovuto far cessare il sequestro.
Nonostante ciò la nave rimase bloccata fino a quando, con un ricorso d’urgenza, il Tribunale dispose la restituzione il 19 dicembre 2019. È su questo percorso che oggi matura il riconoscimento economico. Durante i mesi di blocco, infatti, la Sea-Watch ha sostenuto costi documentati (gestione, manutenzione, adempimenti tecnici e operativi) senza poter operare. Il risarcimento, quindi, non riguarda un “danno morale” o politico, ma il rimborso dei costi vivi imputati a un fermo ritenuto illegittimo e protratto oltre il consentito.
Solo che, come ogni cosa che riguardi l’immigrazione, anche questo risarcimento che è una questione almeno apparentemente procedurale, ha aperto lo scontro politico già acceso sul tema immigrazione. La Presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha criticato pubblicamente la decisione, presentandola come un segnale che renderebbe più difficile l’azione del governo contro l’immigrazione irregolare; anche Matteo Salvini ha parlato di “scelta incredibile”, collegandola esplicitamente alla campagna referendaria sulla giustizia.
Cari italiani, dovete pagare 76 mila euro dei vostri soldi alla Ong Sea Watch, quella di Carola Rackete: lo ha deciso il Tribunale di Palermo. Vi pare normale? Come diceva il grande Gino Bartali, ‘l’è tutto sbagliato, l’è tutto da rifare’. Il 22-23 marzo si va a votare SÌ per cambiare questa giustizia. Chi vota no è complice degli speronatori” così il Ministro Salvini in un video sui suoi social.
Insomma, a circa un mese dal voto del referendum sulla riforma della giustizia, questo ennesimo scontro fra governo e magistratura mette in evidenza i punti caldi della questione. È evidente che il governo tende a vedere la magistratura come un continuo intralcio, soprattutto su temi caldi come l’immigrazione. Il fatto è che essere un intralcio è in un certo senso, il ruolo della magistratura. Il funzionamento dei pesi e contrappesi, della tripartizione dei poteri, su cui poggiano le già traballanti democrazie occidentali, sarebbe proprio questa roba qua.
Quello che il potere – o meglio un potere – vive come un impedimenti ai suoi piani, per chi sta dall’altra parte della barricata si traduce in tutele e protezione. Laddove questi puntelli saltano e il potere non ha argini, vediamo quasi sempre saltar via diritti, e così via.
Ora, il problema di un sistema basato su pesi e contrappesi, è che la logica sottostante è competitiva: i poteri competono, si arginano a vicenda, sopprimono le reciproche voglie di tracimare, ma basta un momento di sbilanciamento, basta che uno dei pesi pesi un po’ più degli altri, perché tenti il colpo di mano. Per questo è molto interessante ragionare su modelli in cui le tutele e la pluralità non sono il frutto di uno scontro fra poteri, ma sono intrinseche, ovvero ragionare su modelli cooperativi.
Da agricoltore dell’Iowa di sesta generazione, Tanner Faaborg sa fin troppo bene che le tradizioni agricole sono dure a morire. Perciò, quando ha messo in moto i piani per trasformare l’azienda di famiglia — da allevamento intensivo che ospitava più di 8.000 maiali l’anno — a una fattoria che coltiva funghi lion’s mane (criniera di leone) e funghi ostrica, sapeva che alcuni colleghi avrebbero potuto prenderlo in giro. Solo che non si aspettava necessariamente che suo fratello fosse il primo della lista.
Sto leggendo un articolo di Tom Duggins sul Guardian, che racconta un percorso di conversione molto interessante di alcuni allevamenti Usa.
«Mio fratello maggiore ha lavorato con i maiali per tutta la sua vita adulta, gestendone circa 70.000 in cinque contee», dice Faaborg. «Ma siamo arrivati a un punto in cui è passato dal ridere di me al dire: be’, forse lascio il lavoro e vengo a darti una mano».
«Adesso è il più appassionato», racconta Katherine Jernigan, direttrice del Transfarmation Project di Mercy for Animals, un’organizzazione non profit che ha aiutato i Faaborg a fare il salto e ad avviare la nuova attività, la 1100 Farm. «È quello più “sintonizzato” su quali funghi stanno crescendo meglio».
Nato nel 2019, il Transfarmation Project lavora con aziende agricole in tutti gli Stati Uniti che vogliono abbandonare l’allevamento animale industriale — spesso svolto come lavoro in appalto per conto delle grandi aziende della carne — e passare a un modello di business sostenibile e pienamente indipendente.
Offrono indicazioni su come riconvertire le infrastrutture esistenti per colture diverse, ma anche consulenza imprenditoriale: come trovare il mercato, creare un sito web, costruire un marchio e vendere direttamente ai consumatori. Mettono inoltre a disposizione fondi per ricerca e innovazione che possono aiutare a coprire i costi della transizione. Oggi i Faaborg usano il loro raccolto di funghi “funzionali” per creare prodotti come tinture e sali, venduti online direttamente ai consumatori.
L’idea è andare oltre una forma di agricoltura intensiva che ha un impatto enormemente dannoso sull’ambiente, ma anche proteggere gli agricoltori stessi: molti infatti scoprono che il modello delle CAFO (concentrated animal-feeding operation, cioè gli allevamenti intensivi concentrati) pesa sulla loro salute mentale. Da questo punto di vista, la storia dei Faaborg è piuttosto tipica di un settore in cui la concentrazione dell’agricoltura ha avuto effetti negativi su persone e comunità.
«Una volta avevamo tutte queste fattorie indipendenti», dice Faaborg, «ma chi aveva soldi ha pensato fosse importante possedere ogni singolo pezzo dell’operazione: possedere i maiali, il mangime, le linee di distribuzione, e poi appaltare il lavoro».
«La nostra famiglia viveva in stile “fattoria domestica”, con qualche gallina e un grande frutteto: la mattina uscivamo a raccogliere le uova, vivevamo davvero della terra… ogni animale aveva un nome, ci piacevano le faccende, la raccolta, il diserbo».
Per i Faaborg le cose sono cambiate circa 30 anni fa, quando qualcuno di una grande azienda della carne bussò alla loro porta. Furono offerti prestiti per costruire diversi grandi capannoni per maiali e adottare il modello CAFO. Il piano era ripagare il debito in dieci anni e poi aumentare il reddito familiare. Ma c’era un costo diverso, non economico.
«È diventato più una cosa del tipo: abbiamo un datore di lavoro, abbiamo un impiego, dobbiamo andare là fuori a fare queste cose per incassare l’assegno, pagare le bollette e ripagare il prestito. E questo logora la salute mentale. Ti cambia. Ti toglie il senso di orgoglio e di valore personale».
Secondo dati governativi, circa dieci anni fa la popolazione dell’America rurale e delle piccole città ha iniziato per la prima volta a diminuire, con i giovani che si spostano sempre più verso le aree urbane in cerca di opportunità economiche. Molti agricoltori con cui parla il Transfarmation Project si trovano in difficoltà per gli alti debiti contratti con il modello CAFO, che possono diventare ingestibili. Gran parte del lavoro del progetto consiste nel mostrare che un modello diverso è possibile, più vicino all’autonomia di un tempo.
«La visione più ampia non è solo riconvertire singole aziende agricole, ma dimostrare che un sistema diverso è possibile», dice Jernigan. «Sentiamo agricoltori disperati: pensano di essere cattivi agricoltori o di aver sbagliato qualcosa. Ma aiutarli a capire che fanno parte di un sistema in cui per loro è quasi impossibile avere successo… non posso dire quanto li aiuti a comprendere che esistono soluzioni».
Per i Faaborg, il cambiamento li ha resi di nuovo entusiasti del loro lavoro e del legame con la natura. E vogliono che altri sappiano che un futuro diverso è possibile.
«La nostra famiglia non è un candidato “probabile” per questa storia e per questo successo», dice Faaborg. «Non siamo una famiglia di hippie, né una famiglia ricca che aveva soldi da parte e ha detto: “Sì, dai, sarà divertente”. Mio padre ha fatto il saldatore per circa 40 anni. Abbiamo avuto i capannoni per i maiali per più di 30 anni. I miei genitori non erano tipi da cambiamenti. Ma se può farlo la nostra famiglia, può farlo qualsiasi famiglia».
Intanto In Francia sta diventando un grosso caso politico l’omicidio di Quentin Deranque, 23enne militante di estrema destra, morto dopo un pestaggio da parte di un gruppo di militanti di estrema sinistra.
Il fatto risale al 12 febbraio. A Lione c’è una grande conferenza legata a La France insoumise, il partito di sinistra radicale guidato da Jean Luc Mélenchon. A margine di questa conferenza c’è una proteste dell’estrema destra, e qui si trovano faccia a faccia gruppi di estrema destra e militanti antifascisti dell’area dell’estrema sinistra. A un certo punto la tensione degenera, ci sono scontri e Deranque, durante la confusione finisce a terra.
A quel punto, secondo la ricostruzione degli inquirenti, un gruppo di persone incappucciate si accanisce su di lui prendendolo a calci e pugni: Deranque riporta ferite gravissime, viene portato in ospedale e muore due giorni dopo. Nei giorni successivi la polizia ferma 11 sospettati: diversi sarebbero legati alla Jeune Garde, un collettivo antifascista che era stato sciolto nel 2025, e tra loro compare anche un assistente parlamentare del deputato Raphaël Arnault del partito di Melenchon, ma che di Jeune Garde è il fondatore.
La tragedia è presto diventata una questione politica, in questo caso anche comprensibilmente. E come racconta il Post, il partito Rassemblement National, quello di Marine Le Pen, sembra aver trovato in questo fatto l’occasione per normalizzarsi. Mercoledì Jordan Bardella, uno degli esponentiu di punta del partito, ha provato a usare la vicenda per ribaltare la narrazione che fin qui è sempre stata usata per attaccare l’estrema destra: ha dipinto l’estrema sinistra come “pericolo democratico” e ha chiesto di fatto di isolare LFI dalle istituzioni. La stessa esatta retorica con cui fino a poco fa veniva attaccato il suo partito.
Poi, si è dimesso Paolo Petrecca dalla carica di direttore di Rai Sport dopo le polemiche legate alla conduzione della serata ianugurale e dopo la rivolta interna della sua redazione.
Ieri è stato anche arrestato l’ex principe britannico Andrea finito nell’occhio del ciclonme per il caso Epstein. L’arresto non è dovuto alle accuse di stupro e rapporti con minorenni ma al fatto di aver passato informazioni riservate a Epstein, nella sua ex veste di emissario commerciale del governo di Londra.
18 manifestanti, 11 uomini e sette donne, che tra settembre e novembre scorsi avevano partecipato a proteste in favore della Palestina a Torino sono stati sottoposti a misure cautelari. I reati contestati dalla procura sono danneggiamento, violenza privata aggravata, resistenza aggravata e lesioni a pubblico ufficiale, e si riferiscono a vari episodi avvenuti in quel periodo, come la vandalizzazione di alcuni spazi delle Officine Grandi Riparazioni (OGR) di Torino durante l’Italian Tech Week, l’assalto alla redazione del quotidiano La Stampa e l’occupazione dei binari della stazione di Porta Susa in sostegno alla Global Sumud Flotilla.
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