12 Gen 2024

Stato contro narcos, in Ecuador è guerra civile? – #858

In Ecuador è in corso una specie di guerra civile fra lo Stato e i gruppi di narcotrafficanti. In Niger intanto il governo golpista ha deciso di pubblicizzare la gestione dell’acqua sottraendola a una multinazionale francese, nel percorso che dichiaratamente dovrebbe portare a una maggiore indipendenza economica della nazione. Parliamo anche del terremoto in Giappone e delle inondazioni nella Repubblica Democratica del Congo, due tragedie simili nei numeri ma trattate in maniera molto diversa dai media.

Sta succedendo un gran casino in Ecuador. Molti giornali raccontano di un paese sull’orlo di una guerra civile, con lo Stato da una parte e i narcotrafficanti dall’altra. Cerchiamo di vederci più chiaro e lo facciamo tramite un articolo sul manifesto di ieri scritto da Michele Bertelli, che fra l’altro saluto perché era un mio compagno di università – vabbè non so quanto questo dettaglio possa interessarvi. 

Bertelli – è stranissimo chiamare per cognome una persona che conosci bene – inizia raccontando quello che è al momento l’episodio più grave e simbolico di ciò che sta accadendo nel paese sudamericano. Leggo: 

«Siamo in onda perché sappiano che non si gioca con la mafia». Con queste parole, 13 uomini armati a volto coperto hanno fatto irruzione martedì pomeriggio negli studi del canale televisivo TC , nella città portuale di Guayaquil, obbligando giornalisti e tecnici a sdraiarsi al suolo. Per mezz’ora la trasmissione è andata avanti in diretta, con il personale di TC obbligato a chiedere che la polizia – che nel frattempo aveva circondato l’edificio – si ritirasse. Il sequestro si è concluso senza morti due ore dopo, quando la polizia ha fatto irruzione negli studi televisivi e arrestato 18 persone. Tutte giovanissime, fra i 16 e i 25 anni di età.

È l’ennesima giornata di terrore per l’Ecuador. Secondo il Comitato di emergenza di Guayaquil, 29 diversi edifici sono stati oggetto di attacchi da parte di vari gruppi di uomini che hanno cercato di replicare l’azione di TC e prendere altri ostaggi nelle loro mani. Nemmeno gli ospedali sono stati risparmiati dall’ondata di violenza: il quotidiano online Primicias ha riportato infatti tentativi di sequestro nelle strutture Luis Vernaza, Teodoro Maldonado, nell’ospedale cittadino e in quello del niño. Alla fine, il bilancio sarà di 11 morti violente a Guayaquil e almeno due poliziotti assassinati nel cantone di Nobol. La polizia arresterà 70 persone in tutto il paese.

Ma perché sta avvenendo tutto ciò? Tutto inizia con la fuga dalla prigione di Guayaquil del più pericoloso narcotrafficante del paese, José Adolfo Macías Villamar, conosciuto anche come “Fito”. In risposta “il governo dell’Ecuador ha decretato lunedì sera lo stato di eccezione e il coprifuoco in tutto il territorio nazionale per permettere la mobilitazione dell’esercito a supporto delle operazioni di polizia, sia nelle carceri che per le strade. Alla scelta del governo, a sua volta, ha fatto immediatamente seguito una notte di violenze, con attacchi bomba e macchine incendiate in otto provincie del paese. E poi il sequestro in diretta televisiva.

Tutto questo sta generando un clima di panico: Nella capitale Quito, martedì molti edifici sia pubblici che privati hanno deciso di mandare a casa i loro dipendenti prima dell’orario stabilito. Le fake news si susseguono senza sosta sui social, annunciando sequestri nella metropolitana e allarmi bomba nei centri commerciali. Per diverse ore è stato difficile sapere cosa stesse accadendo realmente.

Poi mercoledì è arrivato un ulteriore inasprimento del conflitto. Il presidente Daniel Noboa ha firmato il decreto-legge 111, dichiarando il conflitto interno nel paese. L’Ecuador ora è in guerra. I nemici sono 22 gruppi criminali, elencati uno a uno nel decreto. Contro di loro, l’esercito potrà effettuare operazioni militari.

Come spiega ancora il giornalista, “Sia nel decreto che nelle interviste successive, Noboa ha comunque garantito che qualsiasi operazione avverrà nel rispetto dei diritti umani. Ciononostante, l’Alleanza per i diritti umani dell’Ecuador esprime preoccupazione per l’ennesima «dichiarazione dello stato di eccezione e mobilitazione delle forze armate che risultano inefficaci nella loro prospettiva e nella loro esecuzione». Ma sembra una delle poche grida fuori dal coro: dopo il sequestro a TC, l’assemblea dei parlamentari ecuadoriani ha manifestato subito il proprio appoggio all’esercito e alla polizia nazionale. E anche l’ex presidente ed avversario politico di Noboa Rafael Correa ha scritto su X che è il momento dell’unione nazionale per sconfiggere il crimine organizzato, che ha dichiarato guerra allo Stato.

Vi leggo la conclusione del pezzo: “Che la forza basti a porre fine alla crisi in cui è piombato l’Ecuador risulta difficile da credere. Dopo anni in cui sembrava immune alla crisi del narcotraffico, il paese è oggi al centro della rete dei traffici internazionali. Per l’Osservatorio Ecuadoriano sul crimine organizzato, ormai tutti i grandi cartelli internazionali hanno alleanze sul territorio. Già all’indomani delle elezioni, Luis Córdova-Alarcón, esperto di sicurezza dell’Unversità centrale dell’Ecuador, spiegava al manifesto che «tutta l’America latina si trova di fronte a un grande trilemma: deve riuscire a ridurre la volenza, ridurre la corruzione e ottenere crescita economica. Purtroppo, è un trilemma impossibile da risolvere tutto insieme»”.

Ecco, questa è la situazione in Ecuador, e fa eco con diverse altre situazione in Sudamerica, continente che sembra sul punto di entrare in una nuova fase di instabilità, con la vittoria di Milei in Argentina, le mire espansionistiche di Maduro in Venezuela e tanti altri fattori.

Spostiamoci in Africa, perché stanno succedendo molte cose anche lontano dai riflettori, in paesi da cui spesso ci arrivano poche notizie. Leggo da L’Indipendente, articolo a firma di Dario Lucisano, che “Il governo golpista del Niger ha deciso di nazionalizzare lo sfruttamento dell’acqua potabile, istituendo una nuova Compagnia di Stato dal nome Nigerian Waters che gestirà il servizio di produzione e distribuzione dell’acqua potabile in tutti i centri urbani e semi-urbani del Paese”. 

“La decisione del governo nigerino – siega ancora l’articolo – arriva dopo la scadenza del contratto di locazione con la Niger Water Exploitation Company, filiale della società francese Veolia con cui il Paese aveva rapporti da oltre vent’anni. Il contratto con la compagnia francese è terminato il 31 dicembre, e ha dato così spazio di manovra al nuovo governo per portare avanti la politica di “decolonizzazione forzata” che è in atto dal golpe di luglio. Con la partenza dei soldati francesi e la graduale cacciata delle forze straniere, l’esecutivo di Abdourahamane Tchiani – detto Omar –, vertice del colpo di Stato, ha infatti favorito una politica di accentramento, volta a ritagliare sempre più indipendenza al Paese.

E non è tutto: stando a quanto si legge su un post condiviso su X dalla giunta militare alla guida del Paese, la decisione di nazionalizzare le acque e di cacciare la compagnia francese in via definitiva è da collocare in un vasto piano di rilancio dell’economia nigerina che coprirebbe l’intero 2024. Un piano che prevederebbe una spesa totale di 2653 miliardi Franchi CFA (corrispondenti a circa 4 miliardi di euro) e punterebbe a una «crescita media del 7,9%», e in cui la nazionalizzazione dei servizi essenziali servirebbe anche a finanziare un aumento delle spese sociali, di cui il 59% destinato ai settori della sanità e dell’educazione.

Certo, il momento è delicato, anche perché il Niger è oggetto di numerose sanzioni da parte della Comunità economica degli Stati dell’Africa Occidentale e isolato sin da luglio dagli altri partner stranieri, tra cui in particolare l’UE e gli USA: prima del colpo di Stato, l’economia del Niger si reggeva molto su istituzioni sovranazionali che legavano gli aiuti a misure strutturali a partire dalle privatizzazioni. 

Ad esempio secondo Euronews, il Niger riceveva infatti dalla Banca Mondiale quasi 2 miliardi di dollari all’anno. Ora le relazioni internazionali del paese sono abbastanza compromesse, mentre il governo sta provando a stringere legami con altri governi golpisti della zona, costituendo con Mali e Burkina Faso l’Alleanza degli Stati del Sahel (AES). Inoltre il paese si è avvicinato sempre di più alla Russia.

Ora, è una situazione con tante contraddizioni e in cui è davvero difficile capire come stanno e soprattutto che piega prenderanno le cose. Quando si ha a che fare con regimi militari e assenza di democrazia, lo abbiamo visto spesso, le situazioni possono prendere svolte brusche e inaspettate in qualsiasi momento. Fatto sta che stanno succedendo cose interessanti e che questi governi golpisti sembrano avere le idee chiare nel non voler più che i loro paesi siano sfruttati economicamente da potenze straniere. O perlomeno occidentali, visto che non è chiaro quanto la Russia stia influenzando le politiche dei Niger e degli altri paesi del Sahel.

Se vi interessa approfondire la situazione, di recente abbiamo pubblicato una puntata di INMR+ dedicata proprio al Sahel e ai tanti interessi in gioco in questa fascia di terra tanto ricca di risorse naturali e umane quanto martoriata e instabile.

Le ultime settimane sono state anche caratterizzate da due eventi naturali catastrofici, che i nostri media hanno coperto in maniera molto diversa fra loro. Un potente terremoto in Giappone e una inondazione nella RDCongo. 

Come spesso facciamo notare, la gravità percepita e riportata dai media di un evento è direttamente proporzionale a una serie di fattori, fra cui:

  • il Pil del paese interessato
  • la vicinanza culturale con noi
  • l’appartenenza al nostro stesso blocco geopolitico

Il Giappone presenta due di queste 3 caratteristiche e quindi la copertura mediatica del terremoto è stata molto alta. Il fatto in sé ve lo riassumo: in Giappone c’è stato un terremoto molto potente di magnitudo 7.6 che ha causato anche uno tsunami e ha provocato un innalzamento di 3-4 metri del suolo intorno all’epicentro. Per via del sisma sono morte oltre 200 persone, ma il conto potrebbe salire attorno a 250 considerando i dispersi. I feriti sono 567, le case distrutte o seriamente danneggiate sono 1.814, oltre 14 mila sono senza energia elettrica e quasi 59 mila senza acqua, gli sfollati sono 30 mila.

Inoltre lo tsunami, quindi l’onda anomala ha rischiato di danneggiare gravemente una centrale nucleare, causando un’altra Fukushima. Per fortuna i danni sembrerebbero essere limitati.

Nella Repubblica Democratica del Congo invece, nelle due settimane a cavallo fra 2023 e 2024 delle piogge molto intense che hanno causato inondazioni e frane considerate le peggiori da più di 60 anni. Secondo una stima del governo le alluvioni hanno causato la morte di quasi 300 persone e distrutto più di 43mila abitazioni e 1.325 scuole.

E il numero dei morti dovuti alle alluvioni potrebbe aumentare per il peggioramento delle condizioni igieniche dovute ai danni delle inondazioni, che potrebbe favorire la diffusione di malattie. 

In questo caso, come riporta il Post, uno dei pochi giornali a dare spazio alla vicenda, ci sono due fattori scatenanti da tenere in considerazione: il cambiamento climatico che causa una maggiore intensità e concentrazione nelle precipitazioni e la deforestazione, che ha aumentato i rischi di frane. 

Al netto di tutto ciò, l’aspetto che mi colpisce ogni volta è osservare come due tragedie simili (anzi quella della RDC ha numeri e dimensioni maggiori) vengano trattate in maniera molto dissimile. In questo caso fra l’altro c’è una distanza geografica da entrambi i luoghi e anzi, mentre un caso è frutto solo dei movimenti tellurici terrestri, nell’altro, quello del Congo, c’è lo zampino dell’essere umano, perché il clima che cambia rende fenomeni come questo più imprevedibili e violenti. Per cui giornalisticamente dovrebbe essere più interessante. 

Eppure mentre del terremoto in Giappone si è parlato per diversi giorni delle inondazioni in RDC quasi per niente. E badate, non penso che ci sia qualche giornalista cattivo che razionalmente pensa che una vita di un giapponese valga di più di una di un congolese. Tutto ciò avviene perlopiù a livello di inconscio, di immaginario. Quasi in automatico. Diamo per scontato che una tragedia in Giappone ci interessi di più di una in Congo. Ma se andiamo a chiederci perché, ci tocca fare i conti con una realtà scomoda: ovvero che siamo vittime e al tempo stesso artefici di un immaginario che sì, un po’ razzista lo è. 

Noi abbiamo girato la cartina dell’Italia, su ICC. Voi, se per qualche motivo avete una mappa del mondo in casa, provate ad appenderla al contrario. Anche per gesti come questo passa il cambiamento dell’immaginario. 

È tornata INMR e non poteva non tornare anche la mitica rubrica la giornata di ICC, a cura del nostro direttore Daniel Tarozzi. Oggi Daniel però non ci racconta solo la giornata, bensì la settimana di ICC, visto che la rassegna è stata praticamente in pausa fino a ieri e nel frattempo sono usciti un sacco di articoli interessanti. A te Daniel.

Audio disponibile nel video / podcast

#Ecuador
il manifesto – Ecuador in guerra coi narcos: «Lo Stato deve prevalere»

#Niger
L’Indipendente – Il Niger si riprende le risorse: annunciata la nazionalizzazione dell’acqua

#Congo
il Post – Quasi 300 persone sono morte per le piogge intense nella Repubblica Democratica del Congo

#Giappone
il Post – Le complicate operazioni di soccorso per il terremoto in Giappone
Corriere della Sera – Giappone: tsunami di 3 metri su centrale atomica. Ente energia: studi su impatto terremoto del 1° gennaio

#lagiornatadICC
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