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2 Nov 2018

Non ho più l'orologio

Scritto da: Francesco Bevilacqua

Cosa succederebbe se ad un tratto smettessimo di indossare l’orologio? In che modo potrebbe cambiare la nostra percezione del tempo e del mondo che ci circonda?

Da anni non indosso più un orologio.

 

Ho imparato a rendermi conto del tempo che passa guardandomi intorno e non chinandomi sul mio polso. Ascoltare i rintocchi delle campane, osservare la posizione del sole in cielo, fare attenzione ai segnali del mio corpo che mi aiutano a percepire lo scorrere del tempo – la fame, il sonno, la stanchezza, la freschezza.

 

Ma anche ciò che succede intorno a me, nel mondo in cui vivo: il bar sotto casa è già aperto? Il postino è già passato? Il vicino è già rientrato a casa dopo il lavoro?

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Non avere più l’orologio aiuta a vivere senza ansia la giornata. Libera la mente dal condizionamento del tempo, dell’impegno, degli orari da rispettare. Quando gioco con i miei figli mi concentro su di loro, su quello che stiamo costruendo, sul rapporto che giorno dopo giorno si fa più solido e complesso, possibilmente lontano dalle logiche di mercificazione del tempo imposte dalla nostra società.

 

Vorrei insegnare loro che lentezza non vuol dire svogliatezza, pigrizia o negligenza. Lo faccio attraverso i piccoli gesti, a cominciare dal concedere a ciascuno il tempo di cui ha bisogno: il tempo per scendere le scale con le piccole gambette di un bimbo, il tempo di passeggiare in giardino perdendosi ogni minuto dietro fiori, insetti e sassolini, il tempo di indossare un paio di scarpe scambiando la destra con la sinistra, sbagliando ad allacciare la stringa o giocando con il velcro.

 

Mi prendo il tempo di perdere tempo. Forse durante un pasto rimanere per qualche minuto bloccati con la forchetta a mezz’aria e la bocca semiaperta non è maleducazione né svogliatezza né stordimento. Forse il mio cervello in quel momento aveva qualcosa di più importante da fare che dirigere il cibo verso la mia bocca. O forse voleva solo fare una pausa.

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Mi ribello alla logica del cartellino. Ritengo che imporre a una persona di lavorare 8, ma anche 10 o 12 ore al giorno voglia dire schiavizzarla. Non incatenandola, ma utilizzando meccanismi più subdoli e sottili come il debito, il consumo, la continua necessità di acquistare cose che non ci servono e che non potremmo neanche permetterci. E gioisco quando leggo di esperimenti positivi di imprenditori illuminati che lasciano i loro dipendenti liberi di autogestire i loro orari di lavoro.

 

M’immagino che l’orologio sia una manetta che stringe il nostro polso e lo incatena a qualcosa: un appuntamento, un treno su cui salire, una medicina da prendere o anche solo l’assurda necessità di “essere produttivi”, di fare qualcosa, di non sprecare il tempo prezioso oziando e rallentando il ritmo di vita. E da quando ho tolto l’orologio mi sono sentito come un carcerato finalmente liberato dalla sua detenzione, che può alzarsi, sgranchirsi le braccia, alzare la testa e guardare di nuovo il sole intero e non più a scacchi.

 

Forse è solo un’illusione: la vita va avanti e magari l’unico effetto che ho guadagnato è diventare un ritardatario. Però dentro di me ho avuto l’impressione di essere un po’ più libero, di avere un lucchetto in meno alla gabbia che ci impedisce di essere felici.

 

 

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