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31 Gen 2020

Cellulari tra scienza e mercato: a Torino la prima sentenza sul cancro

Scritto da: Annalisa Jannone

La sentenza di Torino sulla cancerogenicità delle frequenze emesse dai cellulari fa emergere prima ancora che il dibattito scientifico quello etico. Le evidenze dei dati raccolti dall’OMS sempre più confermano la pericolosità dei campi elettro magnetici. Ma perché ancora molti negano gli elementi di pericolosità a fronte di assenza di prove di innocuità?

La recente sentenza della Corte d’Appello di Torino ha riconosciuto che l’esposizione alle frequenze del cellulare stimata di 12.600 ore nel corso di 12 anni sono state la causa dell’insorgenza di un raro tumore del nervo acustico (neurinoma) nel lavoratore che ha chiesto il risarcimento all’INAIL.

La notizia buona è che la magistratura è stata in grado di prendere in considerazione gli studi scientifici esistenti al di fuori dei conflitti di interesse che spesso intorbidiscono la raccolta e la valutazione dei dati scientifici.

La notizia cattiva è che si delinea sempre più come il complesso e variegato mondo scientifico sia molto distante da quell’aura di imparzialità, affidabilità e utilità pubblica che a noi tutti piacerebbe.

Poco meno di 3 ore al giorno dell’uso del cellulare possono quindi essere la causa di un cancro. Quali sono i dati scientifici che le due parti hanno portato in tribunale? Quale situazione emerge?

La IARC (Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro) dell’OMS ha per ora classificato queste frequenze come “possibilmente cancerogene” (2B). Questa classificazione è basata su studi obsoleti che hanno valutato un tempo troppo breve di esposizione. Con la pubblicazione nel 2018 dei due grandi studi indipendenti, dell’Istituto Ramazzini di Bologna e del National Toxicology Program americano, viene confermato l’effetto cancerogeno del 3G su animali e sugli umani. Questi e altri nuovi studi hanno portato la IARC ad indicare come prioritaria una revisione della cancerogenesi delle radiofrequenze ad onde non ionizzanti.

Inoltre un grande studio epidemiologico europeo il “MobiKids” per la valutazione del cancro da CEM (campi elettromagnetici) al cervello, su bambini e giovani di 14 paesi, pagato dalla Commissione Europea, si è concluso nel 2016. Purtroppo non sono ancora stati pubblicati i risultati, sembra che non ci si riesca a mettere d’accordo sulla valutazione dei dati, non abbiamo i risultati neanche dei singoli paesi.

Lo stesso membro della IARC, la ricercatrice ed epidemiologia Annie J. Sasco lamenta che è sempre più difficile trovare soggetti indipendenti da finanziamenti dell’industria e che questo incide sulla valutazione finale. 

Il dato che più dovrebbe farci prendere misure preventive, anche sull’uso dei cellulari, wifi e tablet, è che studi, revisioni e meta analisi indicano che i soggetti più rischio sono i bambini e che in Italia la percentuale di bambini che incontrano il cancro è maggiore oggi che 30 anni fa.

Le cause sono difficili da individuare tra agenti chimici e fisici; i fattori inquinanti si accumulano e si sommano velocemente all’aumentare delle fonti inquinanti. Gli organismi umani hanno una grande adattabilità ma accumulano misure difensive croniche che diventano ad un certo punto insostenibili e sfociano in diverse patologie anche a distanza di anni. I più giovani sono più esposti perché più plastici: la programmazione del setting epigenetico è in formazione. La madre passa al feto ciò che in lei è ancora latente ma che con più facilità si manifesterà nel figlio, anche a distanza di anni. 

Ad Aprile dovrebbe anche entrare in vigore la tanto attesa Rete Nazionale del Registro Tumori che potrebbe dare uno slancio per migliorare la copertura nazionale. Infatti a metà dello scorso anno solo il 70% della popolazione italiana era coperta dai registri tumori territoriali. La raccolta dati di questi registri è tutt’altro che lineare. Tra ritardi, standard qualitativi di accreditamento, norme sulla privacy e inefficienze burocratiche (anagrafi, cartelle ospedaliere, referti, dimissioni, etc.) la raccolta dati è difficile. Quindi anche la partecipazione a studi epidemiologici nazionali e internazionali ci mette in una situazione di forte incertezza sui dati, al di là della valutazione di questi.

Non dotarsi di strumenti di indagine adeguati sull’incidenza del cancro espone maggiormente la popolazione alle pressioni e alle priorità delle grandi industrie. Ecco lo scivoloso gioco dei dati scientifici, in cui chiunque può negare l’esistenza di possibili elementi di rischio anche in assenza di prove di innocuità.

Anche le istituzioni sanitarie scivolano in questo contesto, ad esempio il report dell’ISS è stato duramente criticato dai medici ISDE (Medici per l’Ambiente Italia). 

La dottoressa Patrizia Gentilini

La dottoressa Patrizia Gentilini ha così espresso il suo disappunto: «Nelle conclusioni del report dell’ISS si afferma che l’uso comune del cellulare non è associato ad aumento del rischio di cancro ma gli stessi studi presi in considerazione dal rapporto non solo fanno emergere dati statisticamente significativi del contrario, cioè della pericolosità delle radiazioni elettromagnetiche, ma sono stati fatti su un tempo di esposizione troppo breve, ad esempio sull’utilizzo del cellulare per sole 2 ore al mese! Come l’ISS valuta gli studi epidemiologici? Su 7 meta analisi esistenti, 4 indicano causalità accertata e 3 no, l’ISS nel suo rapporto prende in considerazione solo le 3 che non indicano relazione tra cancro e frequenze anche se inadeguate.»

Tutto questo è stato materia di valutazione del tribunale di Torino. Infatti si dichiara nella sentenza che è stata data una maggiore considerazione agli studi dei ricercatori indipendenti rispetto a quelli viziati dai conflitti di interessi, negazionisti. Quindi il criterio etico è stato un criterio di valutazione delle evidenze scientifiche.

Arrivare ad una verità scientifica è un percorso molto lento per natura, e per condizioni “ambientali” della ricerca, e comunque sempre mai definitivo. Quindi il colpevole non è il grado di incertezza, che da sempre muove l’umanità, ma la mancanza di trasparenza di tutti i processi in campo.

Fonti e bibliografia: clicca qui

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