1 Apr 2022

Genova dice no al traffico d’armi: la mobilitazione dei portuali contro le navi della morte

Scritto da: Valentina D'Amora

Ieri, 31 marzo, c'è stato uno sciopero di 24 ore del porto di Genova. I portuali si oppongono alla guerra e hanno incrociato le braccia in occasione dell'arrivo di una delle navi della flotta Bahri, da anni simbolo delle "navi della morte", che trasportano armamenti. Ecco cosa è successo.

Genova - “Blocchiamo i nostri porti dal traffico di armi”, “Non un centesimo, un fucile o un soldato per la guerra”. Queste sono alcune delle parole pronunciate ieri al porto di Genova. Studenti che distribuiscono volantini, portuali che si abbracciano, ambientalisti, semplici cittadini, tutti uniti in questa giornata di lotta. Siamo stati al CAP, il circolo ricreativo dell’autorità portuale di via Albertazzi, e abbiamo partecipato all’assemblea che si è svolta dopo il presidio del mattino a Ponte Etiopia.

I portuali si sono chiesti quali sono le implicazioni di questo continuo invio di armi ai vari teatri di guerra e non vogliono che il porto di Genova diventi un polo strategico di spostamenti di armamenti. «D’altronde – sottolinea Andrea Agostini, storico militante ambientalista genovese – una legge italiana, la 185 del 1990, sancisce il divieto di vendita – ma anche solo di transito – di armi dall’Italia a paesi in conflitto o in palese violazione dei diritti umani. E questa legge viene continuamente disattesa».

Tra le persone presenti aleggiava un interrogativo, pungente, spinoso: chi sta realmente pagando il prezzo del conflitto in atto? Oltre a chi sta vivendo il dramma della guerra sulla propria pelle, è indubbio il fatto che qui si sta affrontando un carovita che sta mettendo in ginocchio tantissime famiglie e imprese.

«In questi ultimi anni, i lavoratori del porto di Genova si sono sempre mobilitati contro tutte quelle navi che alimentano le guerre in ogni angolo del mondo, trasportando armamenti verso conflitti sanguinosi», sottolinea l’USB, l’Unione Sindacale di Base dei lavoratori del porto, che prosegue: «I recenti avvenimenti in Ucraina hanno soltanto reso evidente come la guerra sia una forma oramai diffusa che non risparmia neppure l’Europa. I nostri governi soffiano sul fuoco e non trovano di meglio che alimentare questa guerra, annunciando l’invio di nuove armi».

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Dai porti alle scuole

Proprio in questi giorni stiamo assistendo all’aumento della spesa militare, il 2% del PIL, mentre la povertà cresce e il costo stellare di bollette, carburanti, generi di prima necessità erodono stipendi e pensioni, il tutto dopo due anni di pandemia. Anno dopo anno i porti, commerciali e turistici, sono diventati anche hub utilizzati per il trasporto di armi. Il monitoraggio costante, e il conseguente blocco, sono gli unici mezzi per impedire che questa filiera bellica venga alimentata, con conseguenti rischi per l’incolumità dei lavoratori e della cittadinanza. “Per vivere in pace serve la giustizia sociale e occorre una politica che smetta di alimentare ingiustizie e cominci a progettare un futuro diverso”.

Incrociare le braccia di fronte alle armi che transitano sugli scali italiani, però, è un primo passo, perché le lotte dei lavoratori possono davvero bloccare una politica che corre veloce verso nuove guerre. Proprio per queste ragioni è stato indetto lo sciopero di 24 ore di ieri, 31 marzo, in concomitanza con il transito di una nave Bahri, con il suo carico di armi. E i portuali non erano soli: al loro fianco c’erano anche tantissimi studenti che lottano per la pace, per un’università anti-imperialista e popolare e che vogliono allargare questa battaglia anche per i diritti di chi lavora, per abbattere un sistema in crisi in cui a pagare sono sempre i più deboli.

Lottare affinché le future generazioni non debbano annaspare nel veleno

Porto Genova
Striscioni a varco Etiopia
“L’ITALIA RIPUDIA (davvero?) LA GUERRA”

L’articolo 11 della Costituzione parla chiaro: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo”. Così come le parole del Papa, anche lui schierato contro la guerra.

Un fatto è certo: le armi non sono fiori e portano morte e sofferenze. Molti dei partecipanti a questa “giornata di lotta” hanno ribadito che la guerra Russia – Ucraina sia una strumentalizzazione per un riarmo, senza precedenti, degli stati membri dell’Unione Europea. «La grande affluenza a questa assemblea è un barlume di speranza rispetto a questa follia e ve ne sono profondamente grato», ha dichiarato il portavoce di LEFT Lab.

IL 24 FEBBRAIO IL MONDO È CAMBIATO

«Il 24 febbraio il mondo è cambiato e ora stiamo andando verso una situazione che neppure gli analisti sanno interpretare in profondità, perché è un meccanismo che si sta autoalimentando», ha sottolineato il portavoce del movimento cattolico dei lavoratori, «per questo dobbiamo essere consci della gravità della situazione».

Anche chef Rubio, irriconoscibile in mezzo alla folla, ha preso la parola: «Ringrazio i giovanissimi e le giovanissime che ho visto di primo mattino al fianco dei portuali. Sono venuto qui per ascoltare e stare con i CALP, per lottare con tutti i lavoratori, perché solo chi agisce rischiando la propria libertà e tenendo fede ai propri ideali sta facendo la cosa giusta. Sarò sempre dalla parte di chi lotta affinché le future generazioni non debbano annaspare nel veleno. Bisogna essere consapevoli della nostra forza e della forza immensa che ha chi sa dire di no. Le armi non sono sassi, verranno usate n volte e interromperanno generazioni. È tutto interconnesso, i diritti umani violati, i diritti delle donne, LGBTQ+, il riscaldamento globale, tutto è vittima dell’ignoranza. Sono venuto per dire no, non nel mio nome».

Il prossimo appuntamento sarà sabato 2 aprile: alle 15 inizierà la manifestazione, “La guerra comincia a Genova”, che unirà chiesa e portuali. Saranno presenti il vescovo di Savona e l’arcivescovo di Genova, il quale firmerà la bandiera della pace proveniente da Savona come testimone di un percorso della pace che dovrebbe poi toccare gli altri porti italiani. Ad appoggiare la giornata un eterogeneo panorama sociale, con tantissime associazioni dall’Arci alle Acli, in un grandissimo schieramento che dirà no alla guerra. “Tutte le guerre passano dai porti, cominciamo a costruire la pace a partire dai porti”. Iniziamo da Genova.

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