8 Set 2022

Non Una di Meno: “Guerra, patriarcato, giustizia climatica e capitalismo sono legati insieme”

Scritto da: Valentina D'Amora

Cosa significa demilitarizzare? Nel senso letterale non è difficile capirlo, ma nel suo significato più ampio significa operare uno smantellamento culturale: vuol dire chiedersi come costruire una città diversa, liberare le menti dall’idea di poter abusare liberamente del pianeta, delle risorse, ma anche dei corpi e delle vite degli altri. Gli attivisti e le attiviste di Non Una di Meno hanno partecipato a "Demilitarizzare La Spezia, demilitarizzare il mondo", perché è proprio da questo categorico rifiuto alla guerra che vogliono immaginare una città nuova.

La Spezia - “Tra la devastazione del pianeta e l’oppressione di donne e soggettività c’è una radice comune: sta nell’idea di dominio e nelle strutture di potere patriarcali e capitaliste. […] Ora connettiamo le lotte“. La guerra, le ferite sanguinanti del pianeta e la violenza di genere possono essere legate da un filo invisibile che intreccia tutte queste dimensioni d’attualità? Secondo il nodo spezzino di Non Una di Meno sì. Ne hanno parlato in piazza a Marola il 21 agosto scorso, durante l’incontro “Demilitarizziamo La Spezia, demilitarizziamo il mondo” che è stato un momento di aggregazione e “artivismo” [arte + attivismo, ndr] in cui far sentire la propria voce. Ho deciso di parlare proprio con loro per approfondire questo tema.

Il vostro discorso per la demilitarizzazione di La Spezia ha portato alla luce tre macro capitoli della società di oggi. In che modo e a che livelli, al di fuori della piazza, si può intervenire secondo voi?

Come transfemministe rifiutiamo la guerra, tutte le guerre. Lo scorso 8 marzo questo rifiuto incondizionato è risuonato nello sciopero di Non Una di Meno e nelle mobilitazioni sociali in ogni parte del mondo. A sei mesi dall’invasione in Ucraina vogliamo lottare contro la guerra in connessione transnazionale: lo facciamo perché sappiamo che la violenza che produce è la forma più estrema di un patriarcato strutturale che da sempre combattiamo nelle case e nelle strade, nei luoghi di lavoro, negli ospedali, nei tribunali e nelle carceri, nelle relazioni, sui confini.

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Uno scatto del corteo dell’8 marzo scorso a La Spezia. La frase sul manifesto è stata estrapolata dal manifesto contro la guerra scritto dalle femministe russe

Siamo però consapevoli che la piazza non sempre è un luogo accessibile a tutte e tutti: pensiamo, per esempio, alle persone con disabilità, a quelle marginalizzate, a lavoratrici e lavoratori. Non per questo però ci fermiamo e, anzi, cerchiamo di immaginare pratiche alternative di “manifestazione”. L’attivismo di piazza va di pari passo con quello digitale, che si concentra sulla diffusione di materiale informativo autoprodotto o che proviene da reti di giornalismo indipendente.

Soprattutto in concomitanza con la pandemia da Covid-19 ci siamo spesso interrogate sulle modalità del “fare politica” quando le mobilitazioni di piazza non erano possibili. L’attivismo digitale porta esiti concreti sulla vita delle persone, per esempio tramite l’utilizzo di strumenti come il crowdfunding – il nostro per la Visita Ginecologica Solidale, conclusosi nel 2021, è andato molto bene – e i blog per la diffusione dei kit autoprodotti, dal vademecum antiviolenza alla guida all’IVG, l’interruzione volontaria di gravidanza.

In questo momento abbiamo deciso di convergere nella costruzione della manifestazione “Demilitarizzare La Spezia, demilitarizzare il mondo” perché crediamo nell’importanza di situarci, di partire da noi. Demilitarizzare non significa solo immaginare una città diversa, un’industria civile e sostenibile, vuol dire anche demilitarizzare le menti, liberarle dal dominio della violenza, dall’idea di poter possedere/sfruttare/umiliare il corpo e la vita altrui senza consenso. Opporci alla guerra per noi significa lottare contro gli interessi degli speculatori, l’economia di guerra post-pandemica, il carovita e lo sfruttamento del lavoro, della vita e dell’ambiente.

La prevenzione e il contrasto alla violenza patriarcale devono passare attraverso un ripensamento strutturale del sistema educativo

Quando parlate di transfemminismo cosa intendete?

Transfemminismo per noi è la lotta per cambiare il presente, condividere desideri, organizzare la nostra rabbia, continuare a stare dalla parte di chi, ovunque nel mondo, lotta per ribaltare tutte queste situazioni di violenza, sfruttamento e oppressione e per immaginare e costruire altri modi di vivere e altri futuri.

Con quali realtà state costruendo un “percorso condiviso, plurale e intersezionale”?

L’assemblea a Marola ha visto la partecipazione di diverse realtà pacifiste, movimenti antimilitaristi e ambientalisti, organizzazioni studentesche, associazioni, collettivi di artivismo, con artisti non solo spezzini ma anche toscani. Un gruppo sicuramente eterogeneo che rappresenta uno spaccato realistico dell’attivismo politico che continua a tessere una rete in tutta Italia e soprattutto nella nostra città. È proprio l’eterogeneità di questo gruppo a consentirci di riconoscere e costruire alleanze e una elaborazione politica all’altezza della complessità che ci circonda.

Solo con uno sguardo intersezionale è possibile cogliere le matrici e le connessioni dello sfruttamento e della violenza che agisce su corpi e ambiente come se fossero territori di conquista. Da sempre ci adoperiamo perché la costruzione e l’elaborazione politica delle mobilitazioni e delle iniziative a cui partecipiamo siano davvero orizzontali e plurali, in grado dunque di parlare universalmente a chiunque.

Demilitarizzare La Spezia
L’incontro del 21 agosto a Marola
Trovereste utile portare questo dibattito sui banchi di scuola?

Oggi il rapporto tra mondo militare e scuola si sta facendo sempre più stretto: in collegamento con la cosiddetta alternanza scuola-lavoro, le industrie della difesa entrano negli edifici scolastici per reclutare giovani studenti e studentesse e alle forze armate viene sempre più spesso delegato il ruolo di informazione e sensibilizzazione sulla violenza maschile contro le donne, omolesbobitransfobia e bullismo.

La prevenzione e il contrasto alla violenza patriarcale devono passare attraverso un ripensamento strutturale del sistema educativo e formativo, perché la violenza è una costante nelle nostre vite, un fenomeno sistemico che innerva la società nella sua interezza e interessa tutti i contesti educativi e formativi, dal nido sino all’università, senza risparmiare le scuole di alta formazione. Proprio perché identifichiamo scuola e università come luoghi primari di contrasto alle violenze di genere e di costruzione di un nuovo immaginario in grado di trasformare l’esistente, riconosciamo la necessità di un’istruzione che promuova una prospettiva decoloniale dei saperi, antimilitarista, femminista, in grado di stimolare lo sviluppo di un pensiero critico.

Ci adoperiamo anche per la giustizia ambientale, contro le grandi opere e a difesa della salute di tutte e tutti, in stretto collegamento con movimenti e organizzazioni studentesche che hanno animato e continuano ad animare le giornate di lotta lanciate da Fridays for Future in tutto il mondo.

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