24 Mag 2022

23 maggio: trent’anni dopo la strage di Capaci è ora di vedere di nuovo la gente incazzata

Scritto da: Alessia Rotolo

Sono passati trent'anni da quel 23 maggio 1992 in cui persero la vita il giudice Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e gli agenti di scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro. E da trent'anni i sintomi di questa malattia continuano ad affliggere un paese che non riesce a guarire. Ma se la cura fosse una riappropriazione della lotta alla mafia da parte della gente comune?

Palermo - È arrivato uno dei momenti dell’anno che più detesto. I giornalisti di Palermo ormai chiamano il 23 maggio “Le Falconiadi”, perché è il momento delle passerelle politiche e delle dichiarazioni fortemente inutili sulle quali fare titoli, il momento clou della “memoria parolaia”. Per me, che ho 43 anni, il 23 maggio è un momento doloroso, una ferita ancora aperta. Come per San Gennaro quando il sangue torna liquido, a me ogni anno si riapre una ferita. Spesso mi capita di pensare in quel giorno: quanto sarebbe bello fare silenzio e invece Palermo diventa un teatrino.

Quest’anno ricorre il trentennale da quel 1992, quindi siamo pronti a super-mega eclatanti dichiarazioni da parte di ministri e dei tanti politici che si passeranno il microfono in questi giorni, mentre la stragrande maggioranza dei palermitani è al mare o lontana dalla baraonda che si riversa intorno all’albero Falcone, per lo più studenti arrivati per l’occasione e autorità. Fra le poche cose che mi confortano vi sono l’entusiasmo, la tenacia e la perseveranza di Dario Riccobono di Addiopizzo Travel, che conosco ormai da quindici anni.

23 maggio 1

Quando sento che quel fervore sta per spegnersi, quello che mi accompagna da quando ho 13 anni, sbocciato quando ho visto e sentito il terrore di quei momenti, io penso a Dario e sento la sua voce nelle orecchie e allora mi rendo conto che la memoria ha ancora un senso, così come ha un senso parlare di quel 1992 alle giovani generazioni, agli stranieri, ai turisti, proprio come fa Dario ogni giorno e ancor di più durante il periodo delle commemorazioni.

Addiopizzo, i Comuni di Capaci e di Isola delle Femmine e tante altre realtà, quest’anno hanno organizzato una manifestazione da titolo “Verso il 23 maggio”, che prevede dibattiti, incontri, oltre alla consueta ritinteggiata alla scritta “No Mafia” della casina da cui fu azionato il telecomando per far esplodere il tritolo, quando dall’autostrada si levò una muraglia di terra e asfalto contro la quale si schiantarono le auto sulle quali viaggiavano Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e gli agenti di scorta. Tre morirono coi magistrati: Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro. Quattro rimasero feriti: Paolo Capuzza, Angelo Corbo, Gaspare Cervello, con l’autista Giuseppe Costanza.

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2 maggio1

Immagini che per chi le ha vissute saranno per sempre tatuate nella memoria. Quest’anno a Capaci è tornato il momento di confronto e dibattito a piazza Matrice: il 20 maggio a salire sul palco con Dario Riccobono per discutere sul tema della serata – 23 maggio 1992: fu solo mafia? – c’erano anche il magistrato Vittorio Teresi e il giornalista de L’Espresso Enrico Bellavia.

Ho avuto i brividi più di una volta in quella piazza gremita di gente di Capaci – ma anche tanti venuti dal resto d’Italia e ancor più lontano – per ricordare i giudici eroi e la loro scorta; una piazza attenta come non ne vedevo da anni. Si parte con un omaggio video a Letizia Battaglia: commozione, la sua storia, le sue foto, la sua voce. E poi le immagini dei funerali di Falcone, un popolo incazzato contro la mafia e contro le autorità accorse in pompa magna. Quel popolo si è spento, anche io mi sono spenta, anche se a rivivere quei momenti si riaccende la scintilla.

E proprio a quel popolo si rivolgono Teresi e Bellavia: «Quella marea di persone che scese in piazza – dice il magistrato in pensione –, quello sdegno che dopo trent’anni si è placato e soprattutto non è arrivato alle orecchie dei politici, che sono rimasti indifferenti». A Palermo saremo presto chiamati a votare per le comunali e a distanza di trent’anni il candidato di centrodestra Roberto Lagalla ha il sostegno di Dell’Utri e Cuffaro, entrambi condannati per mafia.

E poi le immagini dei funerali di Falcone, un popolo incazzato contro la mafia e contro le autorità accorse in pompa magna

«Il problema non sono Dell’Utri o Cuffaro, il problema è Lagalla», dice Bellavia, nel suo intervento. «Se fai campagna elettorale non puoi andare in giro con Dell’Utri e Cuffaro, perché bisogna dare un segnale di discontinuità. Io capisco che portino voti, ma è la disponibilità che dai a quegli ambienti che non va bene. Se ci fosse ancora quel popolo incazzato ai funerali di Falcone e Borsellino, non ci sarebbe partita».

«In questa terra non basta che abbiano scontato una pena, perché c’è un mondo che guarda e vede Lagalla come “disponibile”. Questa roba della lotta alla mafia deve diventare nostra, non soltanto della magistratura. Possiamo esprimere un parere politico da cittadini. Su Lagalla ho le idee chiare, io per fortuna vivo e voto a Cinisi, che non è più il paese di Tano Badalamenti, ma è quello di Peppino Impastato».

Parole chiare e vere, come la politica non è più da troppo tempo. Quanto sarebbe bello se quella marea di gente ogni 23 maggio scendesse in piazza a urlare “buffoni!” a tutti i politici presenti?

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