22 Giu 2022

I vini “eroici” della Liguria: La Polenza racconta la vita in vigna

Scritto da: Valentina D'Amora

Un’attività stoica, che da secoli non si fa spaventare dalle sfide della natura. La viticoltura in Liguria viene definita eroica per le oggettive difficoltà di domare il territorio: ma cosa c’è dietro (e dentro) a ogni bottiglia? Ne ho parlato con l’enologo di La Polenza, un’azienda agricola vitivinicola nel cuore delle Cinque Terre.

La Spezia - Io sono il mio lavoro. Storie di uomini e di vini è un libro di Pino Petruzzelli, attore e regista teatrale che ha voluto raccontare una Liguria fatta di vigneti, volti, di terrazzamenti, di vini, di fatica e tante storie raccolte sul campo, parlando con la gente. Pagina dopo pagina si sente il sudore e si legge tutta la dignità di chi ha scelto questo lavoro in un territorio così difficile.

Per questo ho deciso di parlarne con chi porta avanti una cantina storica della Liguria, Sebastiano Taddei, dell’azienda vitivinicola La Polenza, a Corniglia. Quella dove lavora Sebastiano è l’azienda con la più ampia estensione di terrazzamenti a conduzione diretta, che conta sette ettari coltivati a Vermentino, Bosco e Albarola. Lui è l’enologo dell’azienda e tira le fila della cantina e dei vigneti.

Com’è nata La Polenza?

Mentre l’apertura ufficiale risale al ‘91, la cantina è nata molto prima. La difficoltà qui è stata proprio creare l’azienda, perché storicamente alle Cinque Terre ogni famiglia ha sempre avuto un terreno per il proprio orto di sussistenza, una vigna e lo spazio per animali. Lorenzo Castè, il direttore della tenuta, è riuscito ad accorpare i tantissimi terreni dei microproduttori e grazie alla sua tenacia siamo riusciti ad arrivare a un primo vigneto di 3,2 ettari, messo in piedi tra Corniglia e San Bernardino.

la polenza vista
La vista dai vigneti
Come ci è riuscito?

Alla vecchia maniera: è andato casa per casa e, limoncino dopo limoncino, ha radunato i terreni di centinaia di proprietari. Oggi in ufficio abbiamo due faldoni di contratti di affitto.

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Come agricoltori state dando un contributo concreto al territorio, perché per prevenire il dissesto idrogeologico, la soluzione migliore è coltivare. 

Sì, infatti negli anni ‘60 il paesaggio era completamente diverso: il territorio era tutto terrazzato dal mare in su, gli ettari coltivati erano 1500, ora circa 43/45. Da Riccò del Golfo era tutto coltivato e non c’era un albero, mentre ora gli orti sono tanti pezzettini a macchia di leopardo e ci sono boschi ovunque.

Secondo te perché?

Sicuramente per la difficoltà oggettiva che presenta questa terra. Noi ci riteniamo un po’ dei pazzi masochisti, ma è il nostro lavoro. Sono dell’idea che occorra investire in maniera più decisa sulla tutela del territorio: il 2011 è lontano ormai, però abbiamo visto tutti cosa è successo.

Ci racconti la tua giornata tipo?

Premettendo che ora programmo a settimane, non più a giornate come accadeva sino a poco tempo fa, le attività sono diverse: in stagione si taglia periodicamente l’erba e ci si occupa della gestione del terreno. La parte dedicata ai trattamenti è quella più difficile e faticosa. C’è poi la questione dei muretti che vanno gestiti e mantenuti. Lo scorso anno abbiamo fatto un grande investimento – in parte ci ha aiutato il parco – per recinto elettrico e rete elettrosaldata, perché i cinghiali sono inevitabilmente molto presenti anche per l’abbandono generale delle terre.

Lavorando con la terra capisci meglio la natura e comprendi tutti quegli equilibri a cui tanti non fanno caso

Poi si arriva alla vendemmia: la parte maggiore è lo Sciacchetrà. Le uve vengono appassite in campo, in cassette apposite, per circa due mesi. Poi l’uva viene pigiata e lasciata a maturare sulle fecce fino a 36 mesi. Dalle nostre 4000 cassette, con 120 quintali di uve, produciamo quasi diecimila bottiglie di vino. Oltre a questo, abbiamo cinque vinificazioni diverse, quattro cru e un doc e dall’anno scorso produciamo anche un vino macerato.

Com’è nata la tua passione per il vino?

I miei genitori [sorride, ndr], quando ero in seconda media, mi mandarono a lavorare in un’azienda agricola in Toscana per punizione e invece è lì che mi sono appassionato alla viticoltura. Poi dopo il liceo e il percorso universitario ho avuto occasione di lavorare con Walter DeBattè, ex marinaio che ha deciso di cambiar vita per seguire le orme paterne e dedicarsi alla coltivazione di vigne alle Cinque Terre. Lui mi ha trasmesso la sua grande passione. D’altronde questo è un lavoro faticoso che senza passione non si fa.

sebastiano taddei
Sebastiano Taddei
Cosa ti sta dando questo lavoro?

La comprensione del mondo: lavorando con la terra capisci meglio la natura e comprendi tutti quegli equilibri a cui tanti non fanno caso.

Quali sono i progetti futuri dell’azienda?

Vogliamo diventare più grandi. Abbiamo in progetto la realizzazione di un frantoio annesso a un agriturismo nel Comune di Levanto, circondato dai tanti oliveti dell’azienda.

A inizio luglio a La Spezia ci sarà una rassegna dei vini liguri Doc e lgt, Liguria da bere: voi sarete presenti?

Sì, avremo uno stand per presentare le nostre etichette.

Il vino non si beve soltanto. Si annusa, si osserva, si gusta, si sorseggia…e se ne parla“. Re Edoardo VII

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