28 Ottobre 2025 | Tempo lettura: 9 minuti

La sfida di Mohammed Hmidat e dei contadini palestinesi: commercio equo, resistenza, libertà

Dal lavoro con le cooperative femminili alla sfida dell’acqua: il direttore di Al Reef racconta come il commercio equo sostiene i piccoli produttori e contadini palestinesi.

Autore: Andrea Degl'Innocenti
mohammed hmidat

A metà ottobre fa un caldo piuttosto anomalo a Firenze. Tuttavia, al mattino presto, quando incontro Mohammed Hmidat, agronomo palestinese e direttore generale di Al Reef, in un caffè nei pressi della stazione di Santa Maria Novella, l’aria è ancora frizzante. Negli stessi giorni in Palestina la temperatura è ben più alta: ci sono circa 30°. Per i contadini palestinesi sarebbe il momento ideale per piantare fave, insalate e patate e per raccogliere le olive, ma ci sono altre cose a cui pensare. Da pochi giorni è stato raggiunto un fragile accordo per il cessate il fuoco nella Striscia di Gaza e si cercano ancora i corpi fra le macerie.

Le bombe israeliane hanno distrutto non solo intere città, ma migliaia di ettari di campi coltivati. Secondo la FAO, nell’agosto 2025 solo l’1,5% dei terreni della striscia restava coltivabile. Di lì a breve il parlamento israeliano voterà anche il via libera all’annessione della Cisgiordania, per poi fermarsi su pressione dell’amministrazione USA. Mohammed Hmidat si presenta in compagnia di Beatrice De Blasi, portavoce della Fondazione Altromercato, che sta seguendo organizzativamente tutto il tour. 

Vive a Ramallah, in Cisgiordania e ha ricevuto da pochi giorni la notizia di essere stato nominato direttore generale di al Reef, la società che esporta i prodotti palestinesi nel mondo. Al Reef è a sua volta il braccio commerciale del Palestinian Agricultural Relief Committees (PARC), una ONG palestinese fondata negli anni Ottanta per promuovere sviluppo rurale, empowerment femminile, formazione e autonomia economica dei contadini.

Moammed Hmidat e rossella De Blasi conferenza
Mohammed Hmidat e Beatrice de Blasi durante uno degli incontri organizzati da Fondazione Altromercato.

Il percorso che lo ha portato a questo incarico parte da lontano: da neolaureato in ingegneria chimica in Giordania, ha iniziato con un lavoro tecnico-industriale nel settore della produzione di spugne. Poco dopo però ha capito che quel settore non faceva per lui e nel 1996 ha iniziato a lavorare con il PARC, gestendo una piccola fabbrica di marmellate a Gerico. 

Da allora ha dedicato la sua carriera allo sviluppo dell’agricoltura palestinese e al commercio equo, occupandosi di trasformazione alimentare, ricerca sulla qualità dell’olio d’oliva e sui datteri Medjoul, fino a diventare prima Quality Manager e infine direttore generale di Al Reef. Mohammed insegna anche tecnologia alimentare e ingegneria agricola all’Università Al-Quds – mentre stiamo per iniziare l’intervista lo chiama una sua studentessa, per chiedergli consigli sulla lavorazione della quinoa, oggetto della sua tesi.

Si trova in Italia dal 18 al 21 ottobre per un ciclo di incontri organizzato da Fondazione Altromercato, la quale coordina in Italia la campagna Building Hope for Palestine, con il supporto di Altromercato, il consorzio di cooperative e botteghe – oltre 200 in tutta Italia – che importa e distribuisce prodotti equosolidali provenienti da decine di paesi, tra cui la Palestina. Nella nostra chiacchierata, davanti a un caffè, mi racconta del lavoro della sua organizzazione per aiutare i contadini e le cooperative di donne, dell’importanza della rete del commercio giusto e di quello che possiamo fare anche dall’Italia, per aiutare.

Grazie di essere qui Mohammed, iniziamo dal generale. Che ruolo ha oggi l’agricoltura in Palestina?

L’agricoltura è e rimane la principale ricchezza della Palestina. Non abbiamo industrie pesanti né risorse come il petrolio: la nostra terra è la nostra economia. Dopo decenni di crisi e disoccupazione, molti palestinesi stanno tornando a coltivare: piantano ulivi, alberi da frutto, ortaggi e recuperano terreni abbandonati. Ma la sfida è durissima. Ogni giorno si registrano confische di terreni da parte dei coloni, e chi prova a difendere la propria terra rischia l’arresto o la vita. 

datteri 4
La lavorazione dei datteri in una delle cooperative affiliate ad Al Reef.

E poi c’è il problema dell’acqua, giusto?

Sì, l’altro grande problema è l’acqua: l’accesso alle falde sotterranee è controllato da Israele, che ne pompa la maggior parte verso gli insediamenti, lasciando ai palestinesi quantità minime per bere. In molti villaggi l’acqua arriva una sola volta a settimana per poche ore e bisogna riempire in fretta i serbatoi per sopravvivere. Non è possibile scavare nuovi pozzi: servirebbe un permesso che non viene mai concesso. Per questo lavoriamo su progetti di raccolta dell’acqua piovana e di irrigazione supplementare degli ulivi in estate. Sono soluzioni modeste ma essenziali per continuare a vivere della nostra terra.

Con Al Reef e PARC quante persone riuscite ad aiutare? 

È difficile fornire un numero preciso, perché il nostro lavoro si basa su progetti pluriennali che si rinnovano continuamente e coprono tutta la Palestina, dalla Cisgiordania alla Striscia di Gaza. Ogni progetto coinvolge centinaia di famiglie contadine: quando uno termina, ne parte un altro, spesso in un’area diversa. Sul fronte dell’export, Al Reef collabora stabilmente con circa dieci cooperative di olio d’oliva biologico, che riuniscono oltre 400 agricoltori, ma lavoriamo anche con produttori di datteri, za’atar, mandorle, couscous artigianale e grano.

Molte di queste realtà sono cooperative femminili, che rappresentano una parte importante del nostro modello produttivo e del nostro impatto sociale. Oltre a questi, il PARC, la nostra organizzazione madre, lavora su tutto il territorio palestinese con migliaia di piccoli agricoltori, offrendo formazione, assistenza tecnica e sostegno nei momenti di emergenza.

Avete lavorato molto sull’empowerment femminile. In che modo?

Sì, è uno degli ambiti che ci stanno più a cuore. In questi anni abbiamo formato centinaia di donne nelle cooperative agricole, soprattutto nel settore della trasformazione alimentare. Insegniamo tecniche per la produzione e conservazione di marmellate, couscous, erbe essiccate, frutta disidratata o congelata, sempre nel rispetto degli standard di qualità richiesti dal commercio equo. Visitiamo regolarmente i gruppi di produttrici per seguirle da vicino, offrendo supporto tecnico e formazione continua sulla preparazione delle materie prime destinate all’esportazione.

contadini palestinesi
Contadini palestinesi in un campo di grano a Jenin.

Avete dei principi che vi guidano in questo lavoro?

Nel lavoro con le donne applichiamo i principi del commercio equo: garantiamo un prezzo minimo che copre i costi di produzione e assicura un reddito dignitoso, più un premio aggiuntivo destinato alla cooperativa per finanziare iniziative comunitarie. Curiamo anche l’aspetto umano e familiare: molte delle nostre produttrici sono madri e lavorano solo fino a mezzogiorno, così possono rientrare a casa per cucinare e accudire i figli. È un modo per rendere il lavoro sostenibile non solo economicamente, ma anche socialmente.

Riuscite ancora a lavorare a Gaza?

Fino al 2007 seguivo personalmente diverse cooperative femminili nella Striscia di Gaza, ma dopo la chiusura dei valichi e le restrizioni sempre più severe non siamo più riusciti a trasferire i prodotti fuori dal territorio. Avevamo tre uffici operativi, oggi tutti distrutti. Per non interrompere completamente la produzione, nel 2008 abbiamo aperto una nuova cooperativa a Gerico, nella Valle del Giordano, dove il clima caldo e soleggiato – oltre 300 giorni di sole l’anno – è perfetto per l’essiccazione del couscous.

La vicinanza a Ramallah ci permette anche di seguire meglio il lavoro e garantire continuità alla produzione. Il nostro sogno resta quello di poter tornare un giorno a Gaza, riattivare le cooperative e lavorare di nuovo con le famiglie contadine che conosciamo da decenni.

Perché il circuito del commercio equo è importante per voi?

Perché è l’unico sistema che consente ai piccoli produttori palestinesi di sopravvivere e resistere. Acquistiamo i loro prodotti pagando un prezzo equo, che garantisce ai produttori un reddito dignitoso e sostenibile. Le nostre produzioni sono artigianali e su piccola scala: i costi per unità sono più alti rispetto all’agricoltura industriale. Il mercato convenzionale non accetterebbe facilmente un sovrapprezzo, ma il circuito del fair trade lo comprende e lo sostiene, perché dà valore alla giustizia economica e alla qualità sociale del lavoro.

donna cous cous
Una donna palestinese lavora il cous cous.

Me lo spieghi più nel dettaglio?

Secondo i principi del commercio equo, calcoliamo un prezzo minimo che deve coprire tutti i costi di produzione, incluso il lavoro svolto dai membri della famiglia, più una percentuale di profitto che permetta di vivere con dignità. Inoltre, aggiungiamo anche un piccolo margine, che va alla cooperativa stessa per sostenere attività comunitarie. In questo modo, non solo aiutiamo i “nostri” contadini, ma riallineiamo il mercato: anche gli intermediari privati tradizionali sono costretti ad alzare i loro prezzi per restare competitivi e l’intera comunità agricola ne beneficia. Quindi il commercio equo non è solo un modo per vendere prodotti: è una forma concreta di resistenza nonviolenta e di sovranità alimentare.

In questo periodo c’è molta attenzione delle persone sulla questione palestinese. Avete visto crescere la domanda a livello internazionale?

Sì, negli ultimi mesi abbiamo notato un forte aumento della domanda internazionale, soprattutto per i datteri Medjoul, uno dei prodotti simbolo della Palestina. In Italia, ad esempio, la richiesta è raddoppiata o persino triplicata nell’ultimo anno e partner come Altromercato ci chiedono costantemente di incrementare la produzione e le forniture. È un segnale importante: dimostra che le persone, acquistando questi prodotti, non stanno solo scegliendo un alimento di qualità, ma stanno anche partecipando attivamente a un gesto di solidarietà e giustizia economica.

Cosa consigli di fare, a chi legge, per aiutare la popolazione palestinese?

Ci sono tre modi principali. Primo: acquistare i prodotti palestinesi del commercio equo, perché ogni vendita significa reddito per un contadino o una cooperativa che può continuare a lavorare. Secondo: sostenere politicamente la causa della pace e il rispetto degli accordi internazionali; abbiamo bisogno non solo di risorse economiche, ma di un contesto stabile e umano in cui vivere. Terzo: offrire aiuti umanitari d’emergenza, soprattutto ora, quando migliaia di famiglie a Gaza e nel Nord della Cisgiordania hanno perso casa, cibo e vestiti. Serve un sostegno immediato per superare la crisi e ricominciare.

Informazioni chiave

L’agricoltura come forma di resistenza

In Palestina coltivare non è solo un lavoro, ma un atto di sopravvivenza e autodeterminazione. Difendere la terra significa difendere l’economia, la cultura e la dignità delle persone.

L’acqua, una risorsa negata

L’accesso alle falde è controllato da Israele e in molti villaggi l’acqua arriva solo poche ore a settimana. Progetti di raccolta piovana e irrigazione sostenibile permettono ai contadini di continuare a coltivare.

Il valore del commercio equo

Al Reef e PARC acquistano i prodotti dei piccoli agricoltori a un prezzo equo, garantendo un reddito dignitoso e reinvestendo parte dei ricavi in iniziative comunitarie. È una forma concreta di resistenza non violenta.

L’empowerment femminile come chiave del cambiamento

Centinaia di donne palestinesi partecipano a cooperative agricole e alimentari, trovando autonomia economica e sociale grazie alla formazione e al lavoro equo.