20 Novembre 2025 | Tempo lettura: 6 minuti

Zona rossa e Daspo urbano sono un problema politico, e anche di umanità

La geografa transfemminista Alice Salimbeni analizza l’espansione del Daspo urbano e delle nuove “zone rosse”, concentrandosi sul recente caso della zona rossa presente a Cagliari.

Autore: Redazione Sardegna che Cambia
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Nelle nostre città diventa ogni giorno più complicato capire cosa è ancora permesso fare e cosa invece è finito nel lungo elenco dei “non si può”. Anche a tema spazio pubblico, fra un decreto e un disegno di legge, spuntano divieti sempre nuovi e regolamenti più restrittivi. Purtroppo è tutto nella norma. Letteralmente. Negli ultimi otto anni, nel territorio italiano sono stati approvati numerosi regolamenti di sicurezza e di polizia urbana che introducono nello spazio pubblico le cosiddette “zone di Daspo”, in applicazione delle “Disposizioni urgenti in materia di sicurezza delle città” previste dal decreto Minniti.

Una zona di Daspo può essere una piazza, una strada o anche un intero quartiere, il cui accesso è vietato a determinate persone considerate potenzialmente pericolose per la sicurezza pubblica perché hanno commesso reati ad esempio di furto, o spaccio. L’obiettivo supposto per le zone di Daspo dovrebbe essere funzionare da deterrente contro comportamenti ritenuti minacciosi per l’ordine e l’incolumità della cittadinanza. Nelle aree soggette al provvedimento, in un primo momento la polizia locale può disporre un ordine di allontanamento immediato e segnalarlo al Questore per l’emissione del divieto di accesso alle persone ritenute essere potenzialmente pericolose.

Se le persone interessate tornano nella zona di Daspo entro le 48 ore, il questore può estendere la durata del provvedimento fino a 24 mesi. Siccome il Governo italiano tiene molto alle persone più giovani e non le voleva lasciare fuori, allora è stato approvato anche il D.L numero 123 del 15 settembre 2023 – noto come Decreto Caivano –, che permette di applicare lo strumento del Daspo anche a minorenni tra i 14 e i 18 anni, con l’obiettivo di contrastare la criminalità giovanile.

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Piazza del Carmine, una delle aree interessate dalla zona rossa – foto di Cristiano Cani

Daspo, zone rosse e dilemmi

Oggi sono qui per portarvi un po’ di sano pessimismo e per questo mi sono permessa un briciolo di ironia, anche se c’è davvero poco da ridere, perché anche a Cagliari, nonostante le mobilitazioni del 2021, lo scorso 17 settembre è stata approvata un’ordinanza prefettizia che istituisce una zona rossa, che prevede anche l’utilizzo del Daspo urbano, in piazza del Carmine e nelle vie circostanti, “al fine di sperimentarne gli effetti e di valutare la possibilità di estenderla ad altre aree della città” – ne abbiamo parlato qui.

Facciamo un piccolo esercizio di immaginazione: entriamo insieme nella zona rossa in piazza del Carmine. Una volante della polizia locale è parcheggiata di traverso, due agenti osservano attentamente i passanti, assorti in profonde riflessioni filosofiche: chi fermare o non fermare? Questo è il dilemma. E soprattutto, quali criteri usare per capire chi rappresenta potenzialmente un pericolo? Contano forse l’aspetto, i vestiti o il colore della pelle? Criteri non immediatamente escludibili di cui però a farne le spese sono principalmente le persone che vivono per strada – i cosiddetti “migranti”, venditori e venditrici ambulanti, chi chiede l’elemosina o le lavoratrici del sesso.

Lo strumento del Daspo scarica sulle singole persone la colpa dell’incapacità dello Stato italiano

Supponiamo per un momento che l’istituzione della zona rossa in piazza del Carmine e nei dintorni porti all’espulsione, per 48 ore o persino per 24 mesi, di tutte le persone individuate come potenzialmente pericolose. Al di là dell’ingiustizia evidente e della rabbia che questo provocherebbe anche in chi capisce che la propria percezione di sicurezza è stata barattata con la repressione di altre persone, restano alcune domande fondamentali: ora che le persone considerate socialmente pericolose secondo criteri spesso spudoratamente razzisti e classisti non attraversano più piazza del Carmine, quali problemi abbiamo risolto? Per chi?

Lo strumento del Daspo scarica sulle singole persone la colpa dell’incapacità dello Stato italiano di affrontare la povertà strutturale, l’accoglienza di chi attraversa i confini, le disuguaglianze sociali ed economiche che sono sempre più accentuate. E allora, per far finta di occuparsi di sicurezza, si cercano dei “cattivi” da usare come capro espiatorio. Li si punisce pubblicamente, allontanandoli di qualche centinaio di metri – giusto il tanto per non rovinare la foto del turista di turno. Poi gli allontanamenti vengono raccontati come “problemi risolti”. In questa grande messa in scena della sicurezza, dove la violenza si traveste da ordine e il successo si misura in numero di espulsioni, il Daspo diventa un dispositivo teatrale.

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Viale Trieste, una delle aree interessate dalla zona rossa – foto del Comune di Cagliari

Ripulisce il palcoscenico urbano, allontanando dal centro della scena quelle persone che, secondo l’estetica del decoro, sarebbe meglio tenere dietro le quinte. Attraverso discorsi che alimentano la paura e costruiscono alcuni corpi come minacce potenziali, il Daspo giustifica la repressione preventiva e il controllo. Così si attiva un processo di stigmatizzazione che produce consenso attorno alla violenza istituzionale: prima l’allontanamento temporaneo, poi quello di due anni, e infine – se la misura viene violata – la carcerazione. Una scala punitiva che trasforma la marginalità in colpa e la presenza di alcune persone nello spazio pubblico in reato.

Nessuna sarà libera finché qualcuna verrà espulsa

Ma attenzione, perché se accettiamo di stare a questo gioco, se ci sta bene dipingere un cattivo qui e uno lì –  sempre con gli stessi tratti somatici, sempre con pochi soldi in tasca – dobbiamo essere consapevoli che stiamo legittimando una violenza che va ben oltre la zona di piazza del Carmine. Mentre da un lato il Daspo impatta direttamente sulla vita quotidiana urbana e sociale delle persone a cui viene applicato, dall’altro alimenta una pericolosa paura razzista e classista che contribuisce al modo in cui pensiamo la sicurezza urbana, i confini e la cittadinanza stessa.

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Viale Trieste, una delle aree interessate dalla zona rossa – foto del Comune di Cagliari

In pratica, pur avendo estensioni e livelli diversi, i confini di piazza del Carmine, dello Stato italiano e dell’Europa funzionano secondo logiche di controllo interconnesse, che si rafforzano reciprocamente e si legittimano l’una attraverso l’altra. Chi ha diritto di stare nelle piazze è anche chi ha diritto di vivere una vita degna dentro i confini dello Stato e dell’Europa.

Se accettiamo che ci siano persone che non possono stare negli spazi pubblici – e sottolineo pubblici – accanto a chi ha abbastanza privilegi da non rischiare un Daspo, allora stiamo anche accettando l’idea che ci siano vite meno degne di altre. O peggio, che alcune vite non abbiano diritto di essere vissute qui. E allora, se non vogliamo riconoscerlo come un problema politico, almeno riconosciamolo come un problema di umanità. Nessuna sarà libera finché qualcuna verrà espulsa. NO a Decoro, Autorità, Sensazionalismo, Punizione e Obbedienza. No al Daspo urbano.

Alice Salimbeni è una geografa transfemminista e autrice del libro “Genere e spazio urbano. Pratiche femministe per una geografia gioiosa” (FrancoAngeli 2023). Si occupa delle rivendicazioni anticoloniali dei movimenti transfemministi nelle colonie interne europee, di femminismi insulari e di città transfemminista. Attualmente è ricercatrice presso l’University College Dublin con una borsa Marie Skłodowska-Curie.