29 Dicembre 2025 | Tempo lettura: 7 minuti
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Francesco Tonucci: “La scuola deve ascoltare, non essere ascoltata. E le famiglie abbiano fiducia nei bambini”

Francesco Tonucci, ideatore del progetto “La città dei bambini e delle bambine”, condivide alcune riflessioni su educazione, didattica, fiducia e cura delle piccole persone.

Autore: Angela Giannandrea
francesco tonucci

Proviamo a immaginare una città in cui le strategie di governo per il welfare siano pensate per offrire servizi non solo alle famiglie, ma anche ai bambini e alle bambine, che diventano protagonisti attivi, insieme agli adulti, di rigenerazione urbana e di trasformazione migliorativa della vita quotidiana. Ho rivolto qualche domanda a Francesco Tonucci, pedagogista, disegnatore – noto con il nome di Frato – e ricercatore del CNR. Tonucci è promotore, già dagli anni ’90, del progetto “La città dei bambini e delle bambine” e fervido sostenitore del protagonismo dei bambini come espressione fondamentale di tutto il processo educativo.

Il suo progetto, ormai di respiro internazionale, si fonda su alcuni princìpi della Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia come l’istituzione del “Consiglio dei bambini”: il sindaco prende in considerazione anche le loro opinioni perché solo così può essere sicuro di essere il sindaco di tutti. Viene così promossa la cittadinanza attiva anche per loro, riconosciuta dalla Convenzione nel 1989, cioè il diritto di essere giuridicamente cittadini e, come tali, di essere tutelati, rispettati nei loro tempi e interessi e di godere degli stessi diritti di tutti gli altri cittadini.

Secondo Francesco Tonucci i bambini hanno il diritto di esprimere il loro parere ogni volta che si prendono decisioni che li riguardano, parere che deve essere preso seriamente in considerazione. Hanno il diritto di associarsi, di essere autonomi e di giocare liberamente, perché il gioco – purché senza controllo di figure esterne – è espressione di libertà, creatività, autonomia. La città dev’essere “giocabile” – per usare un’espressione dello stesso Tonucci – e non luogo in cui includere solo spazi separati o dedicati al gioco.

Francesco Tonucci: "La scuola deve ascoltare, non essere ascoltata. E le famiglie abbiano fiducia nei bambini"

Francesco Tonucci, oggi a distanza di anni dall’implementazione del suo progetto ritiene che le città stiano realmente diventando “a misura di bambino”?

Ho sempre pensato e affermato che “la città delle bambine e dei bambini” fosse un’ utopia secondo l’accezione che Galeano dava a questa parola. Un progetto per muoversi, una direzione nella quale andare, senza sperare di raggiungere la meta. Un po’ come tutti i progetti politici – e questo è un progetto politico – per una nuova filosofia di governo della città assumendo come parametro i bambini.

In Italia il progetto ha avuto una significativa accoglienza nei primi quindici anni, quando a Palazzo Chigi c’era Romano Prodi, che impegnò il suo governo in una legge quadro a favore dei bambini: per la prima volta solo bambine e bambini senza necessità, urgenze o programmi scolastici; e quando a Roma Veltroni sindaco volle aderire al progetto.

Le città della rete italiana erano allora un centinaio. Poi la politica nazionale e locale cambiò e il progetto risentì del cambiamento. All’estero abbiamo invece una grande spinta in Argentina, che conta più di 100 città nella sua rete. Buona risposta anche in Spagna e in Brasile. Oggi il Progetto coinvolge 300 città in 15 Paesi. In Argentina si è avuta una buona relazione anche, negli ultimi anni, con il Governo precedente, specialmente durante la pandemia, con la Garante nazionale dei diritti dell’Infanzia e la Segreteria nazionale bambini e adolescenti (SENAF).

Nel corso degli anni come si è evoluto il consenso delle amministrazioni locali verso il vostro progetto?

Le reazioni sono sempre state molto positive, ma non sempre a queste sono seguite risposte operative coerenti e soddisfacenti.

Come è cambiato il protagonismo dei bambini nel corso degli anni?

Non mi sembra che si possa dire che ci siano dei cambiamenti. I bambini sono sempre disponibili e molto motivati a partecipare e contribuire con le loro idee e proposte se si sentono ascoltati e se ricevono risposte credibili e concrete. La realizzazione di loro proposte da parte della città cambia completamente l’atteggiamento dei bambini, di solito poco propensi a credere alle promesse adulte. In generale, direi che nelle nostre città è nato e cresciuto l’ascolto dei bambini, con tutto quello che significa.

Francesco Tonucci: "La scuola deve ascoltare, non essere ascoltata. E le famiglie abbiano fiducia nei bambini"

È noto che lei sia un difensore instancabile della Convenzione ONU dei diritti dei bambini. Da cosa scaturisce questa convinzione al di là del suo ruolo di pedagogista?

La Convenzione è un trattato internazionale breve e scritto in modo comprensibile a tutti, che affronta con chiarezza ed efficacia quasi tutti i problemi dell’infanzia nel mondo. Praticamente tutti gli Stati del mondo l’hanno ratificata e quindi in tutto il mondo i problemi dell’infanzia dovrebbero essere stati risolti – i trattati internazionali hanno un valore giuridico superiore per gli Stati che li ratificano. Questo prò nella pratica non è vero e purtroppo troppe poche persone a livello politico, educativo e amministrativo la conoscono, nonostante l’articolo 42 imponga l’ampia conoscenza da parte di adulti e bambini.

Ad oggi, con uno sguardo rivolto al passato e uno al futuro, rifarebbe tutto ciò che ha fatto?

Non so valutare se sia un merito o un demerito, ma la mia risposta è sì. Le do due esempi: nel 1970, all’inizio del mio percorso professionale, mi occupavo specialmente di educazione. Pubblicai il mio primo libro col titolo “La ricerca come alternativa all’insegnamento” e il secondo “A tre anni si fa ricerca”.

Il 26 maggio del 1991, quando per la prima volta presentai il progetto città dei bambini e delle bambine a Fano – nello stesso giorno il Parlamento italiano ratificava la Convenzione dei diritti dei bambini – chiesi alla città, come primo impegno, di permettere alle bambine e ai bambini di uscire di nuovo di casa senza essere accompagnati dai genitori per vivere il loro diritto al gioco. Continuo a pensare che siano due punti di vista ancora validi e sempre più urgenti.

Progresso tecnologico incontrollabile, crollo del sistema valoriale, intelligenza artificiale da una parte e necessità di implementare il protagonismo infantile dall’altra. Come vede il futuro?

La buona scuola – quella di Freinet, Montessori, Lodi, Freire, Milani – ha sempre utilizzato tutta la tecnologia disponibile. Nessuno di loro ne ha avuto paura. Ma i protagonisti sono sempre rimasti gli alunni grazie alle capacità di bravi maestri. La vecchia scuola ha riempito gli armadi di tecnologie, ma non ha mai saputo abbandonare le sue lezioni fatte su un programma che veniva da lontano ben rappresentato dai libri di testo e per questa scuola, che ha nel maestro il protagonista, le tecnologie non servono.

La realizzazione di loro proposte da parte della città cambia completamente l’atteggiamento dei bambini

Penso che continuerà così. Sull’intelligenza artificiale non so valutare ed esprimermi. Non credo sia in grado di aiutare a conoscere e sviluppare la personalità dei bambini, le loro attitudini e capacità che secondo l’articolo 29 della Convenzione devono essere le finalità dell’educazione. Forse potrebbe personalizzare i programmi scolastici – vecchia utopia della vecchia scuola – ma sarebbe un aiuto a una scuola sbagliata.

Cosa bolle in pentola per il futuro della vostra associazione e dei relativi progetti?

Siamo particolarmente impegnati su due fronti. Sul quello educativo proponiamo una scuola dell’ascolto del bambino; la rinuncia dell’aula a favore di laboratori; la mescolanza delle età. Sul fronte del progetto “La città dei bambini e delle bambine” siamo molto preoccupati per gli effetti allarmanti dei dispositivi elettronici sullo sviluppo dei bambini e abbiamo lanciato la Campagna internazionale “Io esco a giocare”.

La lascio a una riflessione personale.

Alla scuola, che ritrovi la sua dimensione e rinunci all’essere l’unica esperienza educativa dei bambini; che non occupi il tempo pomeridiano e del fine settimana con i compiti perché quel tempo non è suo. Scelga l’ascolto dei bambini anziché essere ascoltata da loro. Alle famiglie: che abbiano fiducia nei loro figli, li facciano uscire da molto piccoli, tutti i giorni, per giocare con gli amici fuori di casa e senza essere accompagnati. È una bella soddisfazione osservare l’autonomia dei figli che cresce, conoscerli attraverso i loro racconti e poter così verificare che siamo stati buoni genitori.

Vuoi approfondire?

Leggi anche la nostra intervista al pedagogista Daniele Novara.