5 Gennaio 2026 | Tempo lettura: 5 minuti

Il tempo dell’incrocio: il 2026 visto dalla parte della terra

Il 2026 non offre risposte, ma obbliga a decidere come restare, tornare o scegliere, accettando i costi delle proprie decisioni.

Autore: Marta Serra
2026
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Prima ancora dell’idea, viene l’aria. Prima delle previsioni, dei progetti e delle strategie, c’è sempre qualcosa che non si vede ma orienta tutto: il vento. I venti non portano solo cambiamenti fisici tangibili. Portano direzioni. Spostamenti di rotta. Squilibri che costringono a rivedere le mappe. Quando soffiano tutti nella stessa direzione, il cammino sembra lineare. Quando invece i venti si incrociano, la direzione non è più così certa. È in questo clima che si apre il 2026. Non come continuità, ma come incrocio.

Venti venti sei

2026 è un numero, ma pronunciato diventa suono: venti venti sei. Due venti, due correnti che si affrontano. E poi un “sei” che non è solo cifra, ma verbo essere: essenza, esistenza, stato. Questa è già una prima lettura simbolica essenziale. Il mondo si muove in direzioni divergenti e l’essere umano non può più restare alieno a questo movimento. Non può pretendere di osservare soltanto. Che gli piaccia o meno, è dentro. Il 2026, in questa chiave, non è un anno da attraversare passivamente. È un anno che chiama alla presenza. Il “sei” non rimanda all’astrazione, ma al corpo, alla relazione, alla responsabilità.

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Immagine di repertorio Canva

Nel linguaggio simbolico che abbiamo attraversato, il 6 è la vita che prende forma: famiglia, comunità, legami, decisioni concrete. Questo significa che l’incrocio del tempo non rimane solo nei grandi eventi globali. Si innesta nei gesti quotidiani: dove si vive, come si lavora, come si entra in relazione con la terra e con gli altri. Qui il varco non è un’idea. Il varco passa dal corpo. In molte tradizioni spirituali e di pensiero questi anni vengono letti come un punto di svolta.

Non come fine del mondo, ma come fine di una modalità automatica di stare nel mondo. Al di là delle differenze dottrinali, la convergenza è chiara: non si parla di catastrofe, ma di biforcazione. Di una linea che non può più essere percorsa per inerzia. Il 2026 si colloca dentro questo clima come fase di intensificazione dell’incrocio: meno promessa, più responsabilità.

Il 2026, per l’isola, non appare come un semplice nuovo inizio

L’incrocio visto dalla Sardegna

Se guardiamo questo tempo dalla parte della terra, dalla Sardegna, l’incrocio smette definitivamente di essere una metafora astratta. Qui l’incrocio è reale: tra spopolamento e ritorni; tra economie estrattive e tentativi di rigenerazione; tra uso e custodia del territorio; tra comunità che si svuotano e nuove forme di abitare che cercano spazio. La Sardegna è da sempre terra di passaggi: rotte, dominazioni, migrazioni, approdi. Oggi questo attraversamento prende una forma chiara: non è solo geografico, è esistenziale e politico. Il 2026, per l’isola, non appare come un semplice nuovo inizio. Appare come un momento in cui le contraddizioni chiedono una presa di posizione.

Non basterà più nominare le ferite, non basterà più opporsi. Servirà scegliere come restare. Sommando le cifre del 2026 si ottiene il dieci, che si risolve nell’uno: la chiusura di un ciclo e l’apertura di una nuova direzione. Ma questo 1 non ha il carattere dell’ingenuità. Non è un inizio leggero, non è una pagina bianca candida. È un inizio che arriva dopo una lunga fase di fratture, di smarrimenti collettivi, di crolli silenziosi e lenti riposizionamenti interiori. La svolta, qui, non è un cambio di slogan. È un cambio di postura profonda. È il modo in cui si torna ad appoggiare il peso sul terreno.

È il modo in cui si alza lo sguardo senza più aspettare una salvezza esterna. È il modo in cui si accetta che ogni direzione ha un costo e che ogni costo è una forma di verità. La svolta non ha il rumore dell’evento plateale, ha il suono più discreto e più anonimo della decisione che matura. Arriva quando ci si accorge che non si può più abitare una terra come prima, che non si possono più tenere aperte tutte le possibilità, che qualcosa chiede di essere scelto fino in fondo.

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Immagine di repertorio Canva

Restare, tornare, scegliere

Nel tempo dell’incrocio, parole come restare, tornare e scegliere cambiano peso. Non sono più semplici verbi dell’intenzione, diventano azioni che incidono sulla carne della terra. Restare non è più soltanto resistenza, è accettare e comprendere il vuoto dei paesi che si nascondono tra la nebbia dei ricordi, il silenzio che sussurra tra le case, l’assenza che diventa paesaggio. È continuare a vivere e far vivere un luogo quando non conviene più. È prendersi cura di ciò che non promette ricompense immediate. Tornare non è più soltanto nostalgia. È attraversare la distanza che si è creata tra sé e la propria origine, accorciare le radici. È rimettere le mani nella polvere delle strade, negli orti incolti, nelle relazioni interrotte.

È accettare che la terra non è rimasta immobile mentre noi eravamo altrove. Scegliere non è più un’opzione leggera. Scegliere significa tagliare, rinunciare, lasciare andare una parte delle possibilità per dare realtà a una nuova e unica direzione. Significa esporsi, significa abitare le conseguenze. Chi resta si assume un carico e chi torna entra in un campo di responsabilità nuovo. Chi sceglie lo fa sapendo che ogni direzione esclude qualcosa e che ogni cosa esclusa lascia una ferita aperta che va custodita. L’identità, allora, smette di essere racconto d’appartenenza. Smette di essere bandiera. Smette di essere retorica. Diventa presa in carico concreta della terra, dei legami, delle fragilità.

Diventa il modo in cui si decide di stare nelle relazioni. Diventa il modo in cui si attraversa il conflitto senza abbandonare il campo. Ogni isola è una promessa e una ferita. La Sardegna è entrambe, nello stesso anelito. Il 2026 non porterà risposte. Porterà domande che non si possono più evitare. Chi resta, resterà davvero. Chi torna, tornerà cambiato. Chi sceglie, perderà qualcosa per salvare l’essenziale. Il tempo dell’incrocio non perdona le mezze vite. Non accetta le mezze presenze. Non riconosce le mezze scelte. E quando i venti si incrociano, la terra non ti chiede chi sei stato, ma chi sei adesso, innoi e immoi – qui e ora.