Per tutelare la montagna italiana non bastano leggi e soldi, serve cultura amministrativa
Le leggi – poche – ci sarebbero e ogni tanto qualche fondo viene stanziato. Ma quello che manca alla montagna italiana e in generale alle aree interne è una formazione politica e amministrativa capace.
Bisogna prendere atto che la montagna italiana non riesce proprio a entrare tra le priorità della politica a qualsiasi livello istituzionale. Dimostrazione lampante di questo assunto sono le lacune dell’ultima legge approvata nel 2025 – la 131 del 12 settembre 2025 – soprattutto per la parte inerente i criteri che stabiliscono quali sono i Comuni montani. Le critiche, pienamente condivisibili, vanno rappresentate ai massimi livelli istituzionali, ma poi è giunto il momento di provare a riflettere su un aspetto spesso sottovalutato. Inserirò quindi un’angolazione particolare che non toglie le atre riflessioni ma prova ad aggiungere.
Le nostre montagne, ma in generale quelle che definiamo aree interne, hanno un problema atavico di “idonea” rappresentanza politica. So benissimo che questa posizione è molto scomoda da fare emergere perché può sembrare non corretta nei confronti di rappresentanti politici regolarmente eletti dai cittadini, però il problema esiste nella sua più triste oggettività.
Mi capita spesso di evidenziare, con una spinta emotiva forse anche eccessiva, le storie virtuose di sindaci che riescono a compiere dei veri e propri miracoli in realtà molto lontane dai centri decisionali delle politica e dell’economia – come il borgo umbro di Fornole. Esperienze di qualità che non sono sempre collegate alla disponibilità di risorse economiche: a volte infatti si fondano sulla capacità di sapere gestire la progettualità necessaria all’interno di una visione che mette al centro il benessere delle comunità.

Dai primi anni anni ’50, dopo la famosa alluvione del Polesine del 1951 – che mostrò in tutta la sua drammaticità la fragilità della montagna e dei suoi bacini imbriferi –, ci fu un sussulto di attenzione verso i territori montani con la legge 991 del 25 luglio 1952, “Provvedimenti in favore dei territori montani”. Fino ad allora, nonostante i precisi riferimenti istituzionali, la montagna non aveva ricevuto chissà quali attenzioni e forse più di tanto non ci si poteva aspettare perché le sensibilità ambientali erano all’anno zero e il grande esodo era di la da venire.
A essere lungimirante e quasi profetico – anche se inascoltato – fu il presidente della Repubblica Einaudi che, dopo aver visitato l’area del Polesine colpita al cuore, pronunciò parole forti verso il Governo e i legislatori dell’epoca: «La lotta contro la distruzione del suolo italiano sarà dura e lunga, forse secolare. Ma è il massimo compito d’oggi se si vuole salvare il suolo in cui vivono gli italiani».
Da quell’appello sono passati quasi 75 anni e tante leggi sulla montagna – mentre nulla di serio sulla difesa del suolo –, la situazione di fragilità è peggiorata e alluvioni o dissesti vari i susseguono senza soluzione di continuità. Alla luce di questa situazione, le pochissime risorse che ogni volta vengono inserite all’interno delle leggi specifiche sui territori montani non incidono su un sano e strutturale processo di nuovo ripopolamento della montagna. Lo so benissimo che le risorse previste nella legge non sono certo per la cura del territorio, anche perché sarebbero solo briciole, ma il loro peso specifico è pari a zero.
E se la montagna diventasse il luogo privilegiato di sperimentazione di nuove forme dell’abitare basate sulla cura del territorio e su un’economia sobria e solidale?
Al di là quindi delle giustissime critiche sui criteri che definiscono l’essere o meno territorio montano – che poi basterebbe seguire i nuovi studi di geografi e antropologi invece di inventarsi a ogni riforma nuove definizioni –, uno dei problemi più seri è come formare una nuova classe politica. Partendo dal virtuosismo di alcuni amministratori locali, dispersi in vari angoli della Penisola, andrebbe costruita una scuola di formazione nazionale, senza nulla togliere ovviamente alla comprovata validità dell’elezione diretta dei sindaci.
Di finanziamenti in alcuni casi ne stanno arrivando anche troppi – penso ad esempio all’area dell’Appennino centrale colpita dal sisma del 2016. Le risorse economiche però vanno messe a frutto con progetti validi che hanno ricadute positive per tutta la comunità e sappiamo che questo aspetto non è sempre al primo posto tra chi gestisce la cosa pubblica.
Non sto mettendo in croce i poveri amministratori locali che in tantissime occasioni fanno un lavoro immane, scarsamente retribuito e pieno di responsabilità. Però non riconoscere una certa impreparazione nella gestione di fenomeni sempre più complessi vuol dire mettere la testa sotto la cenere. La filiera istituzionale che dal Governo passa attraverso le Regioni e poi i Comuni è piena di falle che non consentono una governance lineare e men che meno una visione di futuro capace di coniugare sostenibilità ambientale, economica e socio-culturale.

A questa riflessione è inevitabile aggiungere un altro pezzo importante che riguarda il concetto di cura “rigenerativa” del territorio montano. Purtroppo nei decenni i finanziamenti per contrastare il dissesto idrogeologico, oltre a non essere mai adeguati alla necessità, sono stati utilizzati solo raramente per la prevenzione. Quelli impegnati per ripristinare il danno troppe volte sono stati destinati a lavori non certo eseguiti a regola d’arte e i fondamenti dell’ingegneria naturalistica sono spesso quasi ignorati.
Nel concludere inserisco una provocazione per rilanciare una riflessione che cerco di proporre da tempo: e se la montagna, in quanto spina dorsale del Paese, diventasse il luogo privilegiato di sperimentazione di nuove forme dell’abitare basate sulla cura del territorio e su un’economia sobria e solidale? Perché non pensare agli spazi geografici di quelle che chiamiamo aree interne e che rappresentano la riserva fondamentale di risorse naturali, culturali e storiche, come luoghi da riposizionare al centro di un progresso davvero umano che si sgancia da uno sviluppo predatorio?
Recuperare la loro storia per costruire un nuovo senso dell’abitare che sposi il concetto del limite e dare forma a un nuovo profondo cammino verso la ricostruzione di un’appartenenza che superi il disorientamento di chi resta e di chi sceglie di arrivare. Su questa riflessione, che in questa sede ho appena accennato, tornerò presto.









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