23 Febbraio 2026 | Tempo lettura: 6 minuti

Il dimensionamento scolastico mette a rischio il diritto allo studio in un quadro già precario

La Sardegna nell’ultimo triennio ha accorpato 38 autonomie scolastiche, secondo un piano di dimensionamento scolastico che, come ribadisce la Regione, “ha il sapore della distruzione”.

Autore: Sara Brughitta
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La dispersione scolastica viene principalmente descritta attraverso numeri e indicatori: percentuali, differenze territoriali, divari di genere. Una rappresentazione necessaria per misurare un fenomeno che non riguarda soltanto chi abbandona la scuola prima del tempo, ma anche chi, pur restando nel sistema educativo, fatica a raggiungere competenze di base adeguate o per lo meno ritenute tali. In Sardegna, secondo i dati ISTAT del 2025, la dispersione scolastica si mantiene su livelli piuttosto elevati: oltre il 20% degli studenti risulta a rischio.

Le disuguaglianze emergono già nei primi anni, anche in relazione all’accesso ai servizi educativi per l’infanzia, fortemente condizionato dalla situazione lavorativa – e quindi anche economica – delle famiglie. Un panorama quest’ultimo in cui, negli ultimi mesi, si è acceso un altro dibattito: quello sul dimensionamento scolastico e sull’accorpamento delle scuole, un tema di carattere amministrativo solo fino a un certo punto, che riguarda l’organizzazione del sistema scolastico regionale e l’accesso senza ostacoli al diritto allo studio.

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Immagine di repertorio Canva

Dimensionamento scolastico: cosa accade in Sardegna

Negli ultimi mesi nell’Isola quella sul dimensionamento scolastico è una questione che si è fatta incandescente soprattutto dopo la soppressione di nove autonomie scolastiche, che si aggiungono ai 38 accorpamenti registrati negli ultimi tre anni. Una scelta che alla Sardegna è stata di fatto imposta attraverso un commissariamento, disposto perché la Regione non avrebbe recepito integralmente, entro i tempi previsti, le indicazioni contenute nella normativa statale che disciplina il dimensionamento scolastico – una normativa rafforzata negli ultimi anni anche in relazione agli impegni assunti dall’Italia nell’ambito del PNRR, il Piano nazionale di ripresa e resilienza.

In particolare, la riduzione del numero delle autonomie scolastiche è collegata agli obiettivi di razionalizzazione della spesa pubblica e di riequilibrio del rapporto tra istituti e dirigenti scolastici, in un contesto segnato dal calo demografico. Una applicazione che ha suscitato forti contestazioni, anche perché incide in modo rilevante su territori già caratterizzati da spopolamento, isolamento geografico e fragilità sociali. Nel comunicato unitario delle organizzazioni sindacali CGIL, CISL, SNALS e Gilda della scuola di Nuoro e Ogliastra si sottolinea come una parte significativa degli accorpamenti ricada proprio nelle aree interne dell’isola, definite “zone di sacrificio”.

Si denuncia l’assenza di un confronto preventivo con le comunità scolastiche e con le istituzioni locali, mentre l’assessora regionale alla Pubblica istruzione, Ilaria Portas, ha definito queste scelte il risultato di «freddi calcoli che non rappresentano neanche i numeri reali», sottolineando come decisioni di questo tipo rischino di entrare in contraddizione con le politiche regionali di contrasto alla dispersione scolastica. «Mentre la Regione investe in edilizia scolastica, cerca di dare nuova linfa vitale alla scuola coinvolgendo le comunità locali e combatte la dispersione e l’abbandono dei banchi – ha dichiarato Portas – arrivano decisioni calate dall’alto che hanno tutto il sapore della distruzione».

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L’assessora regionale alla Pubblica istruzione Ilaria Portas

“Così si mette a rischio il diritto allo studio”

Il nodo del rapporto tra accorpamento e dispersione scolastica riguarda meno l’atto amministrativo in sé e più le sue conseguenze sul funzionamento quotidiano delle scuole. A sottolinearlo è Giuseppe Virdis, professore di Storia e Filosofia, che invita a guardare agli accorpamenti come interventi capaci di incidere sull’equilibrio educativo dei territori.

«Per quanto mi riguarda, i processi di razionalizzazione ed efficientamento hanno progressivamente smantellato il welfare: sanità e istruzione ne hanno pagato il prezzo più salato e continuano a farlo», spiega. «Il dimensionamento scolastico rientra fra questi processi. Di conseguenza la scuola perde dirigenze, risorse e le capacità di presidiare i territori, mettendo a rischio il diritto allo studio». Secondo Virdis, uno degli effetti principali è la perdita di prossimità: dirigenze chiamate a gestire istituti molto estesi, plessi distanti tra loro e una riduzione del tempo e delle risorse dedicate all’ascolto e alla prevenzione del disagio.

«La causa della dispersione scolastica non si può certamente imputare a un unico fattore – osserva – ma sicuramente l’accorpamento può peggiorare una situazione già complicata». In territori segnati da spopolamento e isolamento, come molte aree della Sardegna, questo aspetto diventa centrale. «Quando la scuola perde forza come presidio educativo e sociale, si rischia di lasciare soli proprio quegli studenti che avrebbero più bisogno di essere affiancati». In questo senso politiche di razionalizzazione fondate prevalentemente su parametri numerici rischiano di entrare in tensione con gli obiettivi di riduzione delle disuguaglianze e di contrasto alla dispersione scolastica.

Il dimensionamento scolastico non può essere considerato una misura neutra

Scuole come presidi sociali

Il dimensionamento scolastico non riguarda però solo le aree interne, ma viaggia da nord a sud dell’Isola. Negli ultimi anni, anche la rete scolastica cittadina ha vissuto diverse fasi di riorganizzazione, con fusioni e soppressioni di autonomie scolastiche. E le conseguenze si sentono anche nel capoluogo, non esente da fenomeni di dispersione. Secondo i dati riportati da Openpolis nell’indagine sulla condizione dei giovani nelle periferie di Cagliari ad esempio, il territorio cagliaritano presenta indicatori di fragilità educativa significativi.

Il tasso di abbandono precoce tra i 18 e i 24 anni si attesta sul 16,3%, mentre la quota di giovani NEET tra 15 e 29 anni raggiunge il 21,8%. Tra i figli di persone senza diploma, l’abbandono scolastico sale al 31,9%, con punte nei quartieri San Michele (33,8%) e Cep (34,5%) e valori più bassi nel Quartiere Europeo (2,3%) e La Palma (12,4%). Sono numeri che fra le righe suggeriscono come, anche nelle zone urbane, le scuole non siano solo luoghi di apprendimento, ma veri e propri presidi sociali.

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Immagine di repertorio Canva

L’accorpamento di istituti e plessi rischia di interrompere quei legami di prossimità consolidati con individui e famiglie, diminuendo le opportunità di supporto educativo e di contrasto anche al cosiddetto disagio giovanile. La razionalizzazione amministrativa, se applicata senza considerare queste dinamiche, rischia di aggravare le disuguaglianze già esistenti e di incidere negativamente sul diritto allo studio dei giovani, soprattutto di quelle persone che già vivono condizioni di marginalità. La perdita di autonomie può inoltre comportare minori risorse per interventi mirati, riducendo la capacità delle scuole di gestire progetti di sostegno e/o iniziative extracurriculari fondamentali per il supporto degli studenti.

Oltre la frustrazione

La discussione sugli accorpamenti scolastici non può quindi restare confinata a una questione di soglie numeriche e razionalizzazione amministrativa, ma urge interrogarsi fino in fondo sugli effetti che queste scelte producono nei contesti in cui le scuole operano. La dispersione scolastica non è soltanto un dato da monitorare, ma l’esito di percorsi complessi che si costruiscono nel tempo e che risentono fortemente delle condizioni sociali, economiche e geografiche dei territori.

In quest’ottica, il dimensionamento scolastico non può essere considerato una misura neutra: quando interviene in aree già segnate da fragilità, siano esse interne o periferiche, rurali o urbane, rischia di indebolire ulteriormente uno degli ultimi presìdi pubblici rimasti. Come uscire da questo labirinto di tagli, calcoli e “soluzioni” calate dall’alto? Giuseppe Virdis in merito risponde senza titubanze: «Per me è fondamentale avere fiducia e speranza nelle nuove generazioni, anche perché se ci si concentra solo su ciò che non ci piace nel mondo, il senso di impotenza e la frustrazione bloccano la voglia di migliorare».