24 Febbraio 2026 | Tempo lettura: 6 minuti
Ispirazioni / World in progress

Educare all’affettività ovvero il miglior antidoto contro i femminicidi

La Fondazione Una Nessuna Centomila, che si occupa di contrastare la violenza sulle donne, ha lanciato un progetto per formare i futuri insegnanti di educazione sessuo-affettiva. Un approccio (finalmente) culturale prima che criminale. Ne abbiamo parlato con la referente Celeste Costantino.

Autore: Fabrizio Corgnati
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Non chiamatela (solo) educazione sessuale. Non cadete nella trappola dell’ideologia politica, che vorrebbe farvi focalizzare tutta l’attenzione a livello genitale. Il tema è molto più profondo e, se permettete, interessante: non si tratta di insegnare ai nostri bambini come si fa l’amore, ma in un certo senso cos’è l’amore. Ecco perché – molto opportunamente, a mio modo di vedere – la Fondazione Una Nessuna Centomila ha scelto piuttosto di occuparsi di educazione all’affettività.

Educare all’affettività” è appunto il titolo del progetto di ricerca lanciato nei mesi scorsi dalla fondazione romana, in collaborazione con l’Università degli studi di Milano-Bicocca, attraverso il Centro di ricerca dipartimentale ADV – Against Domestic Violence del dipartimento di Sociologia e Ricerca sociale. Un tema che più all’ordine del giorno di quanto possa sembrare a prima vista, tanto da aver già partorito un primo intervento concreto: un vero e proprio corso per insegnanti di educazione all’affettività, andato oltre il tutto esaurito, che ha preso il via il mese scorso.

La vicepresidente della Fondazione, nonché referente scientifica del progetto, Celeste Costantino – attivista ed ex deputata –, ce lo racconta così: «L’idea nasce per colmare un vuoto che esiste a livello nazionale. L’Italia è uno dei pochi paesi europei a non avere nel suo ordinamento scolastico una forma di educazione sessuo-affettiva. O meglio, a non averla istituzionalizzata, perché finora è stata demandata alle singole scuole pubbliche, in base all’autonomia scolastica, con il risultato di generare uno squilibrio nell’offerta. Se finora non si è mai riusciti a formalizzare un modello, il motivo è che questo sapere è stato trattato in chiave ideologica, superficiale e banale dalle forze politiche».

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Celeste Costantino, vicepresidente della Fondazione Una Nessuna Centomila e referente del progetto “Educare all’affettività!

Costantino fa notare che non si è mai fatto un ragionamento di merito e allora «abbiamo provato a farlo noi, coinvolgendo l’Università Bicocca in un lavoro di ricerca, sia per comparare le esperienze di dodici paesi, sia per costruire un percorso accademico che formasse i futuri insegnanti di questa materia. Così, passando dalla dimensione teorica a quella pratica, è nato il primo Corso di alta formazione, che è partito ufficialmente il 9 gennaio con ben cinquanta partecipanti, su trenta posti che pensavamo di mettere a disposizione all’inizio. Naturalmente ci auguriamo che questa sia solo il primo passo e che presto si trovino altre università disponibili a replicare».

Ancora una volta l’iniziativa dal basso rimedia alla miopia politica, non solo limitandosi a protestare o a fare appelli, ma con un’azione concreta di proposta. Ma l’aspetto che trovo più interessante è che tale proposta venga proprio da una Fondazione il cui core business è il contrasto alla violenza sulle donne. In apparenza questa questione sembra del tutto scollegata dall’educazione all’affettività nelle scuole, ma solo in apparenza: in realtà le tematiche che riguardano l’emotività e la decostruzione degli stereotipi rappresentano la miglior forma di prevenzione.

È l’approccio a essere cambiato radicalmente: invece di limitarsi a reprimere i femminicidi, ci si chiede che cosa li possa generare. Non sarà che la questione, prima di essere criminale, è culturale? Non sarà che, a forza di insegnare per decenni che i maschi devono essere forti e reprimere le proprie emozioni, di fronte a un conflitto non hanno proprio gli strumenti per affrontarlo se non con la reazione fisica?

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«Sul piano legislativo, quello che si poteva fare è già stato fatto – prosegue Costantino –, ma la matrice culturale della violenza contro le donne è ormai riconosciuta, tanto che ci interroghiamo su quali siano gli strumenti migliori per introdurre un cambiamento. Come associazione mettiamo in atto già da tempo campagne di sensibilizzazione, anche con l’aiuto di artisti e artiste, che però intervengono quando i pregiudizi sono già radicati. Parlare alle nuovissime generazioni invece significa intervenire quando quella dimensione culturale non si è ancora fissata».

«A confermarlo ci sono moltissime evidenze: nei paesi che hanno introdotto l’educazione sessuo-affettiva a scuola non solo si è realizzato un intervento preventivo sulle questioni di genere, ma si anche verificato un miglioramento nei temi dei razzismi, del bullismo, del malessere giovanile». A supporto di ciò – e di un cambiamento culturale sta davvero avvenendo anche in Italia – vi è il numero dei casi di cronaca che i media ci raccontano morbosamente, seppur ancora troppo elevato, è comunque in calo e le giovani generazioni, in particolare, dimostrano una considerazione nei confronti delle donne e delle minoranze in genere sempre in aumento.

In questo quadro si inserisce l’impegno della Fondazione. «Non siamo all’anno zero – riconosce la vicepresidente –, tanto è stato prodotto e noi lo sappiamo. Non dobbiamo però abbassare la guardia, perché i risultati ottenuti non sono mai assodati, le consapevolezze hanno sempre bisogno di essere sostenute e ciò comporta un lavoro. Non abbiamo ancora raggiunto il livello desiderato, ma questi fenomeni vanno segnalati, anche per incoraggiare il cambio di passo».

Le tematiche che riguardano l’emotività e la decostruzione degli stereotipi rappresentano la miglior forma di prevenzione

C’è un altro aspetto per cui trovo particolarmente efficace l’approccio culturale alla violenza di genere: perché smonta il malinteso strisciante secondo cui si tratterebbe di una battaglia delle donne contro gli uomini, dove questi ultimi rappresenterebbero il nemico da abbattere. Se ci pensiamo bene, il patriarcato fa male alle une tanto quanto agli altri. Educando un maschio alla propria intelligenza sentimentale non solo si evita che costui possa agire violenza in futuro, ma si fa stare meglio anche lui stesso, lo si aiuta a comprendere ciò che gli si agita dentro, in ultima analisi lo si rende più felice.

«Non è che gli uomini non siano vittima di stereotipi a loro volta, tanto da perdersi per strada gli elementi della tenerezza e della sensibilità», sottolinea Costantino. «Loro stessi oggi si sentono ingabbiati all’interno del modello del sesso forte, che non riconoscono più, tanto da scatenare fragilità, preoccupazioni, contraddizioni. Fortunatamente anche sotto questo aspetto vedo dei cambiamenti, che vanno rafforzati e incentivati. Rispetto alla società di qualche decennio orsono, i padri sono più presenti nella vita dei figli, la suddivisione dei ruoli è meno netta e il carico della cura è più equilibrato, pur non essendo ancora paritario».

«Tanto per fare un esempio, quarant’anni fa sarebbe stato impensabile un papà che accompagna il bambino dal pediatra, oggi invece ciò avviene», conclude la vicepresidente della Fondazione presieduta da Giulia Minoli, già fondatrice di CCO – Crisi Come Opportunità, che da anni lavora – anche attraverso proficue e strutturate collaborazioni con Italia Che Cambia – sui temi della legalità, della lotta alla mafia e dell’educazione civica.

La storia ci insegna che tutti i grandi cambiamenti culturali – almeno quelli che hanno attecchito in maniera profonda e stabile – nascono dalle cosiddette minoranze creative, che poi diventano ispirazione virtuosa e si diffondono progressivamente nel resto della società. Chissà che non stia succedendo la stessa cosa anche in questo caso.