Niscemi, una frana annunciata tra ritardi e responsabilità negate
La frana di Niscemi rivela decenni di incuria e ritardi istituzionali, tra fragilità del territorio e interessi che ignorano i cittadini.
All’indomani degli eventi di Torino, Giorgia Meloni ci ha tenuto a manifestare immediatamente la sua vicinanza ai poliziotti feriti, con tanto di foto presso l’ospedale cittadino Molinette. Ci sono voluti invece almeno 10 giorni prima di vederla nei luoghi colpiti dal ciclone Harry e a Niscemi, cittadina siciliana al centro del clamore mediatico per la grave frana che sta colpendo il territorio e che al momento ha provocato oltre 1500 sfollati. In questo caso bisognava evitare – usando le sue stesse parole – di fare “piazzate”.
Questo atteggiamento dice molto sulle priorità del Governo Meloni – e non solo del suo – nonostante le tante promesse e uno stato di emergenza istituito nelle regioni colpite dal ciclone Harry con notevole ritardo rispetto ai fatti. All’indifferenza politica e mediatica, che si estende anche a ciò che è accaduto nel mezzo del Mediterraneo in quei giorni, ha fatto da contraltare una gigantesca rete di solidarietà dal basso, attivatasi in occasione del disastro. Come se il ciclone avesse mostrato il meglio e il peggio della nostra società. Ma andiamo con ordine.
Il territorio che comprende Niscemi e la vicina Gela, con la sua vasta piana, è un luogo dalle enormi potenzialità ma anche dalle profonde fragilità. Gela, ad esempio, è una città con poche prospettive economiche e lavorative a causa del suo passato. Qui Enrico Mattei, presidente dell’Eni, volle costruire nel 1957 uno dei più grandi stabilimenti petrolchimici d’Europa con l’illusione di generare sviluppo e benessere.

Il presente, tra declino e fragilità
Come è accaduto nella costa orientale tra Augusta e Siracusa, la presenza di grandi quantità d’acqua ha fatto sì che questi luoghi fossero appetibili per l’industria. La piana di Gela è una delle zone umide più importanti d’Italia, nonché uno dei corridoi più rilevanti per la migrazione degli uccelli. Qui un gruppo di ragazzi proprio di Niscemi, grazie a una fondazione privata, ha recuperato 150 ettari grazie al progetto Geloi Wetland. In questi territori quelle promesse di benessere e sviluppo, a distanza di decenni, hanno lasciato in eredità abusivismo edilizio, spopolamento e un pesante inquinamento ambientale.
Dal 2014 il polo petrolchimico è ridotto a una bioraffineria che conta mille dipendenti – in passato erano oltre 12.000 –, il tasso di occupazione è inferiore alla media nazionale mentre la città perde studenti, giovani, neolaureati e intere famiglie. Il territorio è devastato, nel suolo e nelle falde acquifere sono state trovate sostanze inquinanti. Nel 2000, un’area di oltre 53 chilometri quadrati – comprensiva di una riserva naturale, dello stabilimento industriale e di una vasta porzione di mare – è stata perimetrata come sito di interesse nazionale (SIN) da bonificare urgentemente per il rischio che rappresenta per la salute umana.
Nella piana di Gela si trovano diverse aree boschive e tre riserve naturali regionali. Una di queste è la Sughereta di Niscemi, un habitat rarissimo che oggi si estende per poco più di tremila ettari, mentre un tempo copriva una larga parte della Sicilia centro meridionale. Il più importante relitto dei boschi di querce da sughero – che copre le ultime propaggini collinari dei monti Iblei nella parte dell’altopiano su cui si colloca il centro abitato di Niscemi – ha una storia antichissima e di grande vessazioni.
Il dissesto non nasce in una notte. È il prodotto di scelte politiche stratificate, di un modello di sviluppo che considera alcune aree sacrificabili
Oggi come ieri. È proprio qui che una collina è stata sventrata per realizzare i lavori del terminale terrestre del MUOS, il sistema militare di telecomunicazioni satellitari americano, all’interno della base Nrtf della US Navy costituita nel 1991. La gente di Niscemi e del territorio – e non solo –, oggi accusata della solita pigrizia e passività attribuita al Sud, è la stessa che ha manifestato contro il MUOS, occupato la base militare americana, promosso perizie e azioni legali e denunciato i rischi di varia natura che un’ulteriore struttura militare avrebbe provocato in un territorio così fragile, mentre nessun governo faceva obiezione.
Il Movimento No Muos il giorno dopo i fatti di Niscemi scriveva: “La frana che in questi giorni ha colpito Niscemi, costringendo all’evacuazione centinaia di persone, non può essere ridotta a un evento meteorologico né archiviata come fatalità. […] A questo si aggiunge l’assenza strutturale di una seria pianificazione territoriale e di interventi organici di prevenzione del dissesto idrogeologico. Opere frammentarie, manutenzioni episodiche, interventi emergenziali sostituiscono da decenni qualsiasi strategia di messa in sicurezza. Il dissesto non nasce in una notte. È il prodotto di scelte politiche stratificate, di un modello di sviluppo che considera alcune aree sacrificabili”.
“Dentro questo quadro generale si inserisce un elemento strutturale e determinante: la militarizzazione permanente del territorio. […] A rendere il quadro ancora più grave c’è un dato spesso rimosso: la US Navy effettua lavori di ampliamento all’interno del sito MUOS e ha annunciato ulteriori interventi infrastrutturali, proprio di messa in sicurezza della base, interessata da possibili smottamenti. Ancora una volta il territorio è diviso: quello civile, occupato, lasciato a sé stesso; quello militare, occupante, messo in sicurezza”.

Le responsabilità politiche del disastro a Niscemi
Il disastro che sta colpendo la Sicilia è il risultato di una sovranità indebolita, delegata ai poteri economici e militari, e di una politica assente quando c’è da proteggere i cittadini. Nel frattempo si consuma uno spettacolo avvilente: è quello di chi, invece di assumersi le proprie responsabilità, cerca di attribuirle a qualcun altro.
Nello Musumeci, attuale Ministro della Protezione Civile è già governatore siciliano, sostiene che la colpa sia del Sindaco. Il Sindaco di Niscemi, Massimiliano Conti, replica ricordando di aver inviato ogni anniversario della frana del 1997 – la prima, dopo la quale fu fatto poco e niente – lettere a tutte le autorità, compreso il responsabile della Protezione civile, senza ricevere alcuna risposta. Conti ricorda che i fondi relativi alla frana del 1997, in particolare quelli destinati alla seconda e alla terza fase degli interventi, sono arrivati solo nel dicembre 2025, appena un mese fa. Si tratta delle risorse previste per le demolizioni e per gli indennizzi ai proprietari di seconde case.
Anche la Regione punta il dito contro gli amministratori locali: «Io governo questa Regione da tre anni. Il vice commissario della struttura regionale contro il dissesto idrogeologico mi dice comunque che negli ultimi nove anni dal Comune di Niscemi non è arrivata nessuna richiesta di intervento», è il commento di Renato Schifani, presidente della Regione.
Intanto si viene a sapere che per oltre tre mesi, dal 16 ottobre al 21 gennaio, la centralina pluviometrica più vicina a Niscemi è rimasta fuori servizio, impedendo di rilevare la saturazione del terreno. Dati indispensabili per valutare e prevenire il rischio franoso. Tutto questo nonostante il territorio fosse da anni classificato a rischio elevato, oggetto di studi, monitoraggi e piani di intervento rimasti sulla carta. La procura di Gela ha aperto un’indagine per disastro colposo e il procuratore, Salvatore Vella, ha annunciato che l’inchiesta partirà proprio dai fatti del 1997 e non farà sconti a nessuno.

Per la Sicilia sono stati stanziati in totale 99,3 milioni di euro del PNRR, dei quali 43,4 già erogati, destinati a 46 progetti di prevenzione del dissesto idrogeologico. Fondi finalizzati a “risanare il territorio, mettere in sicurezza le aree vulnerabili e ridurre i rischi per la popolazione”. Nonostante ciò, Niscemi non è mai stata inserita tra le priorità, pur essendo un’area a rischio da quasi tre decenni.
Il caso di Niscemi purtroppo non è un’eccezione per il nostro paese: secondo l’Ispra, il 93% dei Comuni italiani ha aree classificate a pericolosità idrogeologica elevata o molto elevata e oltre 1,3 milioni di cittadini vivono stabilmente in zone dove una pioggia intensa può tradursi in disastro. Territori fragili che meriterebbero cura e responsabilità e che invece vengono troppo spesso piegate a logiche di potere e di profitto mascherati da promesse di sviluppo.
Territori dove il consenso locale viene comprato facendo leva sulle necessità più urgenti, mentre il territorio stesso sfugge dalle mani di chi lo vive quotidianamente secondo un modello che aggrava le disparità ed è aggravato dalla crisi climatica in atto. È così che Niscemi frana, sotto il peso delle tante ferite accumulate, inghiottendo in questa voragine sogni, ricordi e vite quotidiane.








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