Questione meridionale, una ferita ancora aperta. Ne parliamo con Pino Ippolito Armino
Dalle origini del divario economico alle prospettive legate alla transizione energetica, un viaggio nella questione meridionale attraverso l’analisi di Pino Ippolito Armino.
Il ciclone Harry e la frana di Niscemi hanno confermato quanto la questione meridionale sia tutt’altro che superata e quanto resti problematica la percezione del Sud nel resto del Paese, soprattutto in relazione alle conseguenze prodotte da calamità e crisi territoriali. Per comprenderne le origini e la persistenza ci siamo rivolti a Pino Ippolito Armino, ingegnere, giornalista e saggista. Originario di Palmi, in Calabria, trasferitosi a Torino durante gli anni universitari, Armino studia da tempo le dinamiche storiche ed economiche che coinvolgono il Mezzogiorno.
Il pretesto della nostra chiacchierata è il suo ultimo libro, Storia dell’Italia meridionale, edito da Laterza: un viaggio a ritroso nel tempo che permette di analizzare e individuare le debolezze istituzionali e le eredità storiche all’origine di molti dei pregiudizi ancora esistenti. Il Mezzogiorno italiano infatti è spesso al centro di dibattiti accesi, influenzati da stereotipi culturali e da una storia complessa, e viene talvolta percepito come passivo, indifferente e incapace di affrontare le sfide organizzative della vita moderna – un’opinione, tra l’altro, diffusa tra gli europei del Nord nei confronti dell’intera Italia. Tuttavia, i problemi del Sud non nascono da una presunta “inferiorità” della popolazione, ma sono radicati in fattori strutturali e storici.
Questione meridionale: tre secoli di divario economico e sociale
Secondo Armino, il divario economico tra Nord e Sud affonda le radici in oltre tre secoli di storia politica, economica e sociale tra occasione mancate, errori, sconfitte di varia natura che hanno determinato una decadenza del mezzogiorno rispetto al resto del Paese. La sua analisi comincia dal fallimento della rivoluzione napoletana alla fine del Settecento, quando la città era un importante centro culturale e politico, tanto da autoproclamarsi Repubblica, e vennero proposte riforme democratiche.
Un periodo che ha una sua appendice nel decennio francese (1806-1815) quando fu abolito il feudalesimo, ammodernato il sistema giuridico, creato il Catasto e realizzate importanti opere di bonifica. Con la sconfitta del re di Napoli, Gioacchino Murat, nel 1815 il Sud perse la prima concreta occasione di guidare il processo di rinnovamento italiano.

Una seconda possibilità si presentò nel 1848, quando non esistevano ancora grandi differenze economiche tra il Regno di Sardegna e il Regno delle Due Sicilie. In quell’anno i liberali napoletani ottennero una Costituzione, seguiti dai piemontesi con lo Statuto Albertino. Tuttavia, mentre quest’ultimo rimase in vigore favorendo lo sviluppo del Nord, la Costituzione napoletana fu revocata quasi subito, segnando il fallimento delle speranze liberali meridionali. Se fosse rimasta valida, probabilmente gli eventi del 1860 avrebbero avuto un esito diverso.
Il 1860 rappresenta infatti il terzo grande snodo storico. L’Unità d’Italia avvenne secondo un modello centralizzato che penalizzò fortemente il Mezzogiorno. Napoli perse il ruolo di capitale e fu ridotta a capoluogo di provincia, con gravi conseguenze economiche e sociali. A ciò si aggiunsero il brigantaggio e una vera e propria guerra civile, che non ha interessato il resto dell’Italia, alimentata dalla delusione dei contadini e dalle promesse, anche di Garibaldi, rimaste disattese. Nonostante tutto, fino alla fine dell’Ottocento il divario economico rimase relativamente contenuto, poiché l’Italia nel suo complesso non era ancora una realtà pienamente industriale.
Il peggioramento avvenne con le politiche economiche post-unitarie. Il liberismo iniziale danneggiò le industrie meridionali favorendo la concorrenza straniera, mentre il successivo protezionismo, con l’introduzione di dazi doganali, colpì l’agricoltura del Sud riducendone le esportazioni. Questi fattori contribuirono ad accentuare progressivamente la distanza tra le due Italie. Le politiche industriali degli inizi del Novecento privilegiarono il cosiddetto “triangolo industriale” Milano-Torino-Genova a scapito del Mezzogiorno e durante il fascismo il divario si ampliò ulteriormente, aggravato dalla crisi del 1929 e dalla concentrazione degli investimenti nel Settentrione.
Solo con la Cassa per il Mezzogiorno, dopo la Seconda guerra mondiale, si favorì la creazione di infrastrutture e nuove opportunità di sviluppo. Nonostante limiti e scandali si registrò una crescita più equilibrata che influenzò indirettamente anche l’economia del Nord. In quegli anni, non a caso, si parla del Miracolo Italiano. La sua chiusura interruppe però quel processo, lasciando irrisolti molti problemi strutturali. Con l’ultimo punto Armino arriva ai nostri giorni, alla questione settentrionale e alla pretesa leghista dell’autonomia differenziata che, se mai dovesse essere attuata, sarebbe un disastro per il Mezzogiorno, perché nessuna comunità o collettività può svilupparsi armonicamente se le risorse non vengono distribuite in modo equo.

Un passato che è presente
«La storia dimostra come il divario Nord-Sud non nasca da una presunta inferiorità culturale, ma da secoli di scelte politiche ed economiche. Conoscerla è essenziale per promuovere strategie efficaci di rinascita a partire dal Sud. Nonostante le difficoltà, infatti, nelle regioni meridionali esistono grandi potenzialità», sottolinea Armino. Il Mezzogiorno non può limitarsi a chiedere aiuti economici al Governo nazionale, anche perché le attuali politiche vanno spesso nella direzione opposta, favorendo le regioni più ricche e penalizzando quelle più deboli. Per ottenere investimenti, il Sud deve invece proporsi come parte della soluzione ai problemi del Paese.
«La grande opportunità è legata alla transizione energetica – che è anche sociale, culturale ed economica – e alla lotta alla crisi climatica. Le energie rinnovabili, in particolare il fotovoltaico e l’eolico, trovano nel Mezzogiorno condizioni ideali di sviluppo. Il Sud potrebbe quindi diventare il principale produttore di energia pulita per l’intera Italia contribuendo alla sicurezza energetica nazionale. Per realizzare questo progetto sarebbe necessario un forte investimento pubblico nella ricerca e nell’innovazione tecnologica. Oggi molte tecnologie per le rinnovabili sono in mano a Paesi stranieri, soprattutto alla Cina, un governo lungimirante dovrebbe sostenere università e centri di ricerca meridionali per sviluppare competenze e industrie nazionali nel settore», continua Armino.
In questo modo il Mezzogiorno potrebbe non solo produrre energia, ma anche creare lavoro, innovazione e sviluppo economico, rallentando l’emorragia demografica che continua a impoverire il territorio sotto la scure dell’emigrazione: tra il 2002 e il 2021 infatti oltre 2,5 milioni di persone hanno lasciato il Sud, di cui 800.000 giovani sotto i 35 anni.
Il Mezzogiorno italiano è spesso al centro di dibattiti accesi, influenzati da stereotipi culturali e da una storia complessa, e viene talvolta percepito come passivo, indifferente e incapace
Le regioni meridionali potrebbero dunque diventare protagoniste di una rinascita non solo propria, ma dell’intero Paese. Ciò richiede però una chiara volontà politica e una strategia di lungo periodo che, al momento, non sembra essere tra le priorità di questo Governo. Lo spopolamento e l’abbandono delle aree interne – che il nuovo Piano Strategico Nazionale delle Aree Interne 2021-2027 (PSNAI) vuole accompagnare “in un percorso di cronicizzato declino e invecchiamento” –, insieme alla crisi climatica, aggravano infatti la vulnerabilità di territori già fragili.
«Spesso noi meridionali veniamo accusati di non aver fatto nulla in questi anni e che la responsabilità di tutto ciò che accade sia delle classi dirigenti meridionali, considerate espressione diretta di quelle stesse popolazioni. È un pensiero che contiene il pregiudizio secondo cui le popolazioni meridionali sarebbero inferiori. Come insegnava Antonio Genovesi, sono sempre le istituzioni a determinare i processi. La qualità della classe dirigente riflette il sistema istituzionale e, senza strumenti adeguati, anche le migliori risorse rischiano di risultare inefficaci. Con le leggi elettorali in vigore non ci è consentito scegliere realmente i rappresentanti, favorendo l’ascesa al potere anche di gruppi criminali», sottolinea Armino.
Dal suo punto di vista, l’espressione “sfasciume pendulo”, con cui il grande meridionalista Giustino Fortunato definì la Calabria, può oggi essere estesa all’intera Italia. Il caso di Niscemi – che purtroppo non è l’unico – è l’amara conferma dello spreco di fondi, in parte destinati a essere restituiti, e dei conti che prima o poi saremo chiamati a pagare. In tutti i sensi. Il futuro del Mezzogiorno dipende quindi dalla capacità di combinare investimenti concreti, governance competente e valorizzazione delle risorse locali, trasformando una storia complessa in un’opportunità per tutto il Paese.








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