9 Marzo 2026 | Tempo lettura: 8 minuti
Ispirazioni / Io faccio così

Un castagneto abbandonato rinasce diventando un laboratorio condiviso di educazione ambientale

Sul Monte di Brianza il Progetto R.I.C.C.I.O. prova a dimostrare che una gestione forestale sostenibile di un castagneto può contrastare degrado, dissesto e frammentazione fondiaria, generando filiere alimentari e del legno senza contrapporre uomo e natura.

Autore: Paolo Cignini
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In breve

Sul Monte di Brianza, in Lombardia, il progetto R.I.C.C.I.O. vuole donare nuova vita a un castagneto abbandonato.

  • Se abbandonato, un castagneto produttivo rimane un sistema squilibrato. Per ritrovare un equilibrio nel breve termine c’è bisogno di un intervento umano.
  • È il caso del castagneto protagonista del progetto R.I.C.C.I.O., che prevede il ripristino della sua produttività.
  • L’intervento sarà il meno invasivo possibile è avrà lo scopo di accompagnare un sistema complesso verso una struttura più stabile e più leggibile.
  • Con una resa stimata di novemila chili di castagne l’anno, il castagneto rappresenta anche una risorsa produttiva importante per la zona.
  • Il progetto viene portato avanti coinvolgendo la comunità locale, in modo da creare un ponte fra la popolazione umana e quella vegetale.

Il Monte di Brianza è il primo baluardo delle Prealpi lombarde. Da lontano sembra un’unica massa verde compatta, ma quando ci entri capisci che quel verde ha una storia e che non tutto ciò che appare “naturale” lo è davvero. Qui il castagno domina il paesaggio e per secoli è stato un alleato silenzioso: nutriva, sosteneva economie familiari, disegnava sentieri, faceva comunità. Dopo il secondo dopoguerra, come in molte aree collinari e montane italiane, i castagneti hanno iniziato a essere lasciati indietro. Quelli abbandonati sono diventati una presenza silenziosa ma diffusa, spesso scambiata per natura incontaminata. E insieme si è affermata una convinzione comoda, quasi pacificante: se smettiamo di toccare il bosco, la natura si sistema da sola.

È qui che incontro Raffaele Ortisi, referente del Progetto R.I.C.C.I.O. e socio della Cooperativa Sociale Liberi Sogni. Camminiamo lungo un tratto che fatica a restare aperto e lui va dritto al punto: «Questi boschi non sono mai stati completamente selvaggi». Si ferma, indica i polloni che si sovrappongono uno all’altro e aggiunge: «Sono il risultato di secoli di relazione tra persone e territorio. Se quella relazione si interrompe, non torniamo a uno stato originario, entriamo in un’altra forma di squilibrio».

La parola squilibrio resta lì, sospesa tra noi e il bosco. Perché nel Monte di Brianza lo vedi con gli occhi: accessi ostruiti, schianti non rimossi, polloni invecchiati, patologie come il cancro corticale. «Un castagneto abbandonato – mi dice ancora Raffaele mentre riprendiamo a camminare – non è più produttivo, non è più curato, non è più vissuto. E quando non è vissuto, diventa fragile». Il Progetto R.I.C.C.I.O., promosso dalla Cooperativa Liberi Sogni in partenariato con due scuole superiori della provincia di Lecco, Italia che Cambia e Retesalute – l’azienda speciale locale per i servizi alla persona –, nasce proprio per riattivare un legame interrotto agendo su più livelli: forestale, socio-educativo, culturale.

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Lavori al castagneto

Intervenire non significa tagliare indiscriminatamente, ma accompagnare un sistema rimasto senza cura per decenni. Eppure, dentro questi stessi castagneti, resta un potenziale concreto. «Qui potremmo arrivare fino a novemila chili di castagne l’anno – spiega Raffaele –, ma senza gestione attiva quel potenziale resta solo teorico».  La domanda allora non è se agire sia giusto o sbagliato in astratto, ma cosa significhi farlo nel modo corretto.

Cosa succede quando un castagneto viene abbandonato

Quando parliamo di castagneti abbandonati non parliamo semplicemente di boschi dimenticati. L’idea che un bosco lasciato a se stesso torni semplicemente “più naturale” è rassicurante, ma nel caso dei castagneti è spesso fuorviante. Qui non parliamo di foreste primarie, ma di sistemi modellati per secoli dall’intervento umano, curati per produrre frutto e legno. Quando quella cura si interrompe, il sistema non si stabilizza: cambia equilibrio. Raffaele entra nel merito della dinamica: «Un castagneto non gestito tende a chiudersi», spiega. «I polloni diventano troppi, si indeboliscono, si ombreggiano a vicenda. E quando si indeboliscono, diventano più vulnerabili». Vulnerabilità significa maggiore esposizione a patologie, minore qualità del legno, minore produttività del frutto.

A questo si aggiunge un problema strutturale. Senza manutenzione i sentieri si chiudono, gli schianti restano a terra, l’accessibilità si riduce. «Se non riesci più a entrare nel bosco – continua Raffaele – non puoi nemmeno più prendertene cura. E a quel punto l’abbandono si autoalimenta». È un circolo vizioso che trasforma una scelta passiva in un processo attivo di degrado. C’è poi il dissesto idrogeologico. In contesti prealpini come il Monte di Brianza non è un’ipotesi teorica: un bosco fitto e non governato può perdere stabilità di fronte a eventi estremi, soprattutto quando manca una struttura forestale equilibrata. Non è la quantità di alberi a garantire sicurezza, ma la qualità dell’assetto complessivo.

E infine c’è la dimensione economica, spesso rimossa dal dibattito pubblico. «Ma se il castagneto è abbandonato, quel valore semplicemente non esiste». L’abbandono non è neutralità: è rinuncia a una funzione produttiva e a una relazione concreta tra comunità e territorio. Il punto allora è riconoscere che in contesti come questo l’assenza di gestione è già una scelta. Produce effetti nel tempo, sul paesaggio, sull’economia locale e sulla possibilità stessa di prendersi cura del bosco.

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Gestire non significa distruggere

Se l’abbandono produce squilibrio, parlare di gestione diventa necessario. Ed è proprio su questa parola che spesso si concentrano diffidenze e paure. Per molti intervenire in un bosco significa tagliare, alterare, impoverire. «Il problema», osserva Raffaele descrivendo l’area interessata dal progetto, «è che spesso si immagina l’intervento come qualcosa di invasivo. In realtà qui stiamo parlando di operazioni molto misurate».

Il Progetto R.I.C.C.I.O., che conta sul cofinanziamento del bando Ruralis di Fondazione Cariplo, prevede interventi su circa 8,5 ettari di castagneto. Non si tratta di disboscamenti estensivi, ma di tagli selettivi, con la rimozione di circa 19–20 polloni per ettaro. Numeri che significano alleggerire senza azzerare, aprire spazi senza svuotare. «Non togliamo il bosco», precisa Raffaele. «Lo aiutiamo a tornare in equilibrio». Accanto al diradamento è prevista la conversione di circa mezzo ettaro in selva castanile da frutto con la partecipazione delle scuole partner e di giovani con tante storie diverse, che la Cooperativa accoglie stabilmente in Cascina. Sabato 21 marzo 2026 si terrà un corso pratico di innesto aperto a tutti gli interessati per imparare questa tecnica. 

La rimozione degli schianti serve a ripristinare accessibilità e continuità della manutenzione. Gestire, in questo contesto, significa accompagnare un sistema complesso verso una struttura più stabile e più leggibile: ridurre la competizione interna tra i polloni, migliorare la qualità del soprassuolo, rendere il bosco di nuovo attraversabile. Non è un atto contro la natura, ma una forma di responsabilità verso un paesaggio che non è mai stato completamente selvaggio. Una selva castanile richiede tempo: passeranno circa dieci anni prima che questi alberi tornino a produrre davvero. È il ritmo lungo del bosco, che costringe a pensare oltre l’immediato.

Dalla gestione alla filiera

Se la gestione rimane un fatto tecnico, resta confinata nel bosco. Il Progetto R.I.C.C.I.O. invece prova a fare un passo in più: trasformare l’intervento forestale in occasione economica e relazionale. «Senza una prospettiva di filiera – mi dice Raffaele mentre torniamo verso il margine del castagneto – la gestione rischia di essere episodica. Serve che il valore torni sul territorio». Il primo asse è quello alimentare. Come già accennato sopra, il potenziale stimato arriva fino a novemila chilogrammi di castagne l’anno; ma senza cura, accessibilità e una minima organizzazione resta frammentato. Riattivare il castagneto significa creare le condizioni per una filiera del castagno che possa sostenersi nel tempo.

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Accanto al frutto c’è il legno, non come semplice legna da ardere ma come materia prima da valorizzare. «Il legno che togliamo non è uno scarto», osserva Raffaele. «Può diventare pali per la cartellonistica, per le recinzioni, elementi utili che restano sul territorio. È parte di un ciclo che può generare valore se rimane dentro una filiera locale». Il passaggio decisivo è far sì che il bosco non sia percepito come un museo né come un serbatoio da sfruttare, ma come un sistema produttivo capace di reggersi nel tempo. Senza una ricaduta economica minima, la gestione non regge.

Un modello che può andare oltre il Monte di Brianza

C’è però un altro nodo, meno visibile ma decisivo: la frammentazione della proprietà. Molti castagneti del Monte di Brianza sono divisi in piccoli appezzamenti, spesso ereditati e mai realmente gestiti in modo coordinato. «Il problema non è solo tecnico – osserva Raffaele – ma anche organizzativo. Se ogni particella resta isolata, diventa difficile intervenire in modo coerente». Il Progetto R.I.C.C.I.O. lavora anche su questo piano, favorendo forme di gestione collettiva come l’associazione fondiaria: unire la gestione senza togliere la proprietà e superare la parcellizzazione.

La collaborazione con il Parco Regionale rafforza questa dimensione pubblica. Il Monte di Brianza diventa un laboratorio: verificare se la gestione forestale sostenibile possa essere non un’eccezione, ma una pratica replicabile. Alla fine della camminata torno sul punto iniziale. «Lasciarli a se stessi non è una soluzione», aveva detto Raffaele parlando dei castagneti abbandonati. Ora quella frase ha un peso diverso. Non è un invito a intervenire sempre e comunque, ma a riconoscere che anche il non fare ha conseguenze. E che, in territori come questo, la sostenibilità non passa dall’assenza dell’uomo, ma da una presenza consapevole.

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