11 Mag 2022

“Recupero antiche varietà con il metodo biointensivo”. La storia di Stefano e dei Duipuvrun

Scritto da: Lorena Di Maria

Stefano Scavino è un giovane agricoltore che a Costigliole d’Asti sta riscoprendo le tradizioni del mondo contadino attraverso il recupero della coltura di antiche varietà di ortaggi autoctoni che rischiavano l’estinzione. Così ha dato vita alla sua azienda agricola Duipuvrun, che si impegna a salvaguardare le tipicità locali e creare una comunità di persone che crede nella rinascita della propria terra.

Asti - “Dui puvrun bagna’n’t l’öli” è una tipica espressione locale che tutti i piemontesi sanno pronunciare alla perfezione e che conoscono come “due peperoni bagnati nell’olio”. Peperoni, proprio come quelli che coltiva Stefano Scavino nella sua azienda agricola Duipuvrun di Costigliole D’Asti e con cui ha dato nome al suo progetto di vita.

Stefano è uno di quei giovani che l’ambiente agricolo lo conosce bene perché, sin da quando era piccolo, rappresentava per lui quel magico mondo dove tutte le cose accadevano. «Per educazione familiare sono stato abituato da sempre a vivere nel mondo agricolo: i miei genitori, fin da quando ero bambino, mi hanno insegnato l’importanza delle materie prime e quando andavamo in vacanza una delle attività principali era trovare un casaro che avesse un formaggio particolare».

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26/06/18 – Costigliole d’Asti, Italy – Stefano Scavino, 31, is a farmer from Costigliole d’Asti.©Dario Bosio/DARST

Stefano, le materie prime le ha sempre conosciute dal lato del consumatore, fino al giorno in cui ha deciso di passare dall’altro lato, ovvero quello del produttore. Negli anni, infatti, il suo bisogno di ritornare a quel mondo fatto di campi e prodotti della natura diventava sempre più concreto. Così a fine 2015 nasce l’azienda agricola Duipuvrun, da un momento di forte cambiamento: «Ho studiato architettura e dopo essermi laureato ho lavorato in diversi studi tra Torino e Roma, oltre che in ambito universitario. Quell’ambiente però non faceva per me e quando mi hanno proposto un dottorato a Losanna ho capito che non era quella la mia strada».

Cimentarsi nell’agricoltura e progettare, sì, ma su un pezzo di terra che potesse diventare il suo esperimento lavorativo e produttivo. Questo rispecchiava il suo vero essere. «Dedicarmi all’agricoltura mi affascinava per ragioni affettive, ma anche per ragioni politiche, come la volontà di approfondire i metodi di distribuzione e produzione del cibo».

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IL RECUPERO DELLE ANTICHE VARIETÀ

Detto fatto. Così Stefano ha deciso di ridare luce e vita a una vecchia casa vuota che sua nonna aveva acquistato anni prima per passare l’estate in campagna, immersa in quel mondo agricolo lontano dalla città. È questo il momento in cui Stefano inizia a sperimentare nuove tecniche agricole e a rivitalizzare colture tradizionali attraverso il recupero di antiche varietà di ortaggi autoctoni. Proprio come i peperoni, che danno il nome alla sua azienda.

«Dal 2016 fare l’agricoltore è diventato il mio lavoro a tempo pieno». Oggi Stefano coltiva circa 90 tipi di ortaggi diversi, quasi esclusivamente fuori serra e in armonia con i ritmi delle stagioni. Tra le varietà autoctone che si sta impegnando a salvare dall’estinzione ci sono ci sono il peperone quadrato della Motta di Costigliole d’Asti (presidio Slow Food dal 2021, di cui Stefano è referente e promotore), il carciofo astigiano del sorì (presidio Slow Food dal 2021, di cui Stefano è referente e promotore), il pomodoro Cerrato d’Asti e il cardo gobbo.

«Ho scelto di dedicarmi al recupero dell’antica varietà del peperone perchè questa zona dell’astesana è stata molto famosa per il peperone quadrato, che ha ispirato Carlo Petrini e la nascita dei Presidi Slow Food. La prima cosa che ho fatto è stata partire da questo prodotto perché ne conoscevo la storia locale e nessuno se n’era più occupato. Penso che sia proprio dove c’è mancanza di qualcosa che è necessario iniziare a lavorare». Quello che sta facendo Stefano è rigenerare una microeconomia che nell’astesana non esisteva più. Così ha fatto delle ricerche confrontandosi con altri agricoltori della zona e dopo aver ottenuto i semi delle antiche varietà si è occupato di riprodurli.

Duipuvrun 1
IL METODO BIOINTENSIVO E LA PRODUZIONE SU PICCOLA SCALA

«Nelle mie ricerche, un giorno, mi sono imbattuto nel lavoro di un orticoltore canadese che aveva messo a punto un metodo ispirato all’orticoltura francese dell’anteguerra: il suo obiettivo era capire come l’agricoltura, prima della meccanizzazione, potesse dare buoni risultati senza investimento in attrezzature e diventando in questo modo più sostenibile. Così mi sono approcciato al metodo biointensivo, che in Italia era quasi sconosciuto».

Il metodo biointensivo propone di coltivare il suolo in maniera sostenibile aumentando la fertilità e producendo su piccola scala: «Possiamo dire che permette di produrre in maniera professionale su piccole estensioni di terreno con un’alta resa e una meccanizzazione quasi pari a zero». Si tratta dunque di un metodo intelligente dove, attraverso un’accurata progettazione degli spazi e l’utilizzo di piccoli attrezzi, lo spazio viene organizzato al meglio per aumentare la superficie coltivabile.

Quella che ho sviluppato è una CSA di comunità che sostiene l’agricoltura nel mio territorio

Nella vecchia casa della nonna oggi Stefano coltiva un ettaro di terreno con sistema biointensivo.«A differenza di quanto si pensa, in agricoltura il termine “intensivo” non è sempre negativo! In questo caso si intende un metodo biologicamente intensivo, molto attento alla produttività in relazione alla fertilità del suolo e alla biodiversità».

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IL SISTEMA DI VENDITE SUL TERRITORIO

Fare l’agricoltore per Stefano significa contribuire a far stare in piedi un modello di distribuzione che non usa i canali comuni e che è sorretto dal prezioso e diretto rapporto con i consumatori (o co-produttori). Per questo motivo ha creato un sistema di vendita diretta sul territorio. «Quella che ho sviluppato è una CSA [comunità a supporto dell’agricoltura ndr] che sostiene l’agricoltura nel mio territorio. A inizio anno l’agricoltore chiede una quota di adesione ai clienti che, possiamo dire, ne diventano quasi coproduttori. Alla quota di adesione corrisponde una fornitura di verdure per tutto il periodo di produzione».

I vantaggi sono numerosi: «Nella fase di semina hai già una certa clientela e questo ti permette di coltivare il giusto quantitativo e avere zero sprechi nella produzione. Un altro vantaggio è la continuità: in questo modo puoi creare una comunità unita che consuma i tuoi prodotti regolarmente e che ha un rapporto strettissimo con il produttore».

Dal 2016 Stefano ha messo in piedi questo tipo di vendita, al quale ha aderito un piccolo gruppo che acquista i prodotti del suo orto. «Ogni settimana preparo delle cassette miste con diverse varietà di frutta e verdura in modo che la dieta sia più varia e diversa possibile. L’aspetto positivo è che di anno in anno i membri rimangono gli stessi e ciò significa che si è creata una certa continuità».

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LE ESPERIENZE DI WWOOFING, WORKAWAY E GLI EVENTI DI COMUNITÀ AI DUIPUVRUN

Uno degli aspetti su cui Stefano Scavino si sta impegnando sul territorio astigiano è ribaltare la convinzione che questa sia una provincia depressa e per questo si impegna a coinvolgere quei giovani che sostengono che non ci sia lavoro e che l’unica possibilità è andare via. «Nell’azienda agricola organizzo eventi, rivolti a un pubblico giovanile. Abbiamo fatto tavole rotonde sulla biodiversità, ma anche attività che non sono normalmente considerate compatibili con un’azienda agricola, come djset e feste condivise che hanno sempre avuto un ottimo riscontro». Ciò che Stefano vuole mostrare è che nonostante le difficoltà le cose si possono fare, ottenendo anche buoni risultati.

Oggi ai Duipuvrun sono attive esperienze di wwoofing e workaway, inoltre Stefano ha ospitato tirocini professionalizzanti in collaborazione con associazioni locali che si occupano di integrazione di persone rifugiate. Da un anno poi ha realizzato nel vecchio fienile un laboratorio di trasformazione con cucina che gli permette di organizzare eventi farm to table nell’orto. In queste occasioni insieme si raccoglie, si cucina, si mangia e si avvicinano le persone al lavoro agricolo.

Certo, le fatiche non sono poche. Stefano, come molti altri giovani che scelgono di avvicinarsi al mondo agricolo senza l’appoggio di un progetto di famiglia già esistente, è partito senza nulla e con tutto da costruire, ma con la fortuna di essere fortemente supportato da amici, simpatizzanti e genitori. Oggi possiamo vedere i risultati del suo grande lavoro, parte di un percorso di vita che siamo sicuri lo porterà lontano e che custodisce in sé quella forza di chi crede davvero in una rinascita della sua terra.

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