Guerra in Iran, l’Italia e le basi americane: cosa sta accadendo davvero?
L’utilizzo delle basi USA sul territorio italiano, la scarsa trasparenza del governo e la crescente militarizzazione della Sicilia sono aspetti preoccupanti sempre più attuali da quando l’Iran è stato attaccato. Ne parliamo con Antonio Mazzeo, giornalista e attivista siciliano.
Dallo scoppio della guerra in Iran, innescata dall’America di Trump insieme al suo storico alleato Netanyahu, tra le molte contraddizioni emerse nel dibattito pubblico torna al centro una questione cruciale: l’utilizzo delle basi militari statunitensi sul territorio italiano. Dal governo arrivano rassicurazioni che appaiono però parziali e, per certi versi, elusive. Il ministro della Difesa, Guido Crosetto, ha richiamato il quadro degli accordi bilaterali con gli Stati Uniti, risalenti al 1954, cercando di delimitare il perimetro delle attività consentite.
In particolare, ha distinto tra operazioni “cinetiche”, cioè direttamente connesse ad azioni di attacco armato e dunque soggette a specifiche autorizzazioni da parte del governo italiano, e operazioni “non cinetiche”, come supporto logistico, ricognizione, rifornimento in volo o manutenzione, che rientrerebbero in un ambito più ampio e meno vincolato. Una distinzione tecnica che tuttavia non dissolve i dubbi politici. Anche perché la posizione della presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, appare volutamente sfumata: “non condivide né condanna l’attacco Usa all’Iran” da un lato e dall’altro evita di chiarire fino in fondo quale sia il margine di controllo effettivo dell’Italia sulle attività svolte nelle basi ridimensionando la portata della questione.
Nel frattempo, l’attenzione pubblica viene spostata su altri temi, come l’imminente referendum sulla giustizia previsto il 21 e il 22 marzo, contribuendo a lasciare in secondo piano un nodo che riguarda direttamente la sovranità e il ruolo del Paese in uno scenario di guerra. «Si dà per certo che dalla base di Sigonella, prima, durante e dopo il 28 febbraio, sono decollati regolarmente aerei e droni statunitensi, in particolare i Triton, velivoli di grandi dimensioni dotati di tecnologie avanzate per intelligence, sorveglianza e ricognizione», fa notare Antonio Mazzeo, insegnante e giornalista impegnato sui temi del disarmo, della pace, dei diritti umani e dell’ambiente.

«Questi droni – prosegue Mazzeo – operano ad alta quota e sono in grado di monitorare vaste aree, individuando con precisione obiettivi che vengono poi utilizzati dai cacciabombardieri per gli attacchi. Per questo motivo definire tali operazioni come “non cinetiche” o solo tecnico-logistiche viene considerato fuorviante: le attività di intelligence sono parte essenziale delle operazioni militari e rendono il territorio italiano direttamente coinvolto anche se da esso non partono materialmente i bombardamenti».
Il ruolo delle basi USA in Italia e la differenza con la Spagna
Mazzeo parla di Sigonella e delle altre basi strategiche statunitensi dislocate sul territorio italiano. A Napoli ha sede il comando operativo delle forze navali della Marina Militare degli Stati Uniti d’America, responsabile della pianificazione e del coordinamento delle operazioni navali e aeree per il Mediterraneo e per una parte del Medio Oriente. Dalla base di Aviano – che ospita anche armamenti nucleari – alla vigilia dell’attacco del 28 febbraio sarebbero decollati tra 12 e 14 cacciabombardieri F-16 trasferiti in Medio Oriente e poi impiegati nelle operazioni militari.
Ritornando in Sicilia menziona il MUOS, che si trova all’interno della Riserva della Sughereta di Niscemi. Si tratta di un sistema satellitare di proprietà e uso esclusivo della Marina Militare statunitense attraverso cui transitano ordini, dati e obiettivi dal Pentagono verso unità operative in tutto il mondo, inclusi droni e sistemi missilistici. Ne esistono solo quattro e uno di questi è in territorio italiano, a due passi da Niscemi, appunto.
Le attività di intelligence sono parte essenziale delle operazioni militari e rendono il territorio italiano direttamente coinvolto
Secondo Meloni, l’Italia non sta facendo nulla di diverso rispetto alla Spagna che, a suo dire, non sta mettendo in discussione le attività previste dall’accordo bilaterale tra lo Stato spagnolo e gli Stati Uniti. In realtà la Spagna, oltre ad aver detto un “no” secco alla guerra, è andata oltre i proclami. Quindici aerei dislocati nelle basi di Moron de la Frontera e Rota, usati per il rifornimento in aria dei caccia, sono stati trasferiti dal Pentagono in Francia e in Germania.
Come ha dichiarato la ministra della Difesa spagnola, Margarita Robles, la Spagna non fornirà supporto dalle basi, salvo esigenze umanitarie, e il trattato non sarà applicato finché non si troverà una soluzione. Ha anche affermato che le truppe USA devono operare nel rispetto del diritto internazionale, mentre attualmente agiscono unilateralmente e senza il supporto di organismi come ONU, NATO o UE.
«Se la Spagna può limitare l’uso delle proprie basi agli Stati Uniti, non si capisce perché non possa fare lo stesso l’Italia», si chiede Antonio Mazzeo. «Anche in presenza di accordi bilaterali – spesso segreti e mai approvati dal Parlamento – questi non possono violare l’articolo 11 della Costituzione che ripudia la guerra, salvo operazioni di difesa o per mantenere la pace, e questo rappresenta un principio fondamentale non derogabile».
«Nelle basi di Aviano e Sigonella, il comando è formalmente italiano: un ufficiale dell’Aeronautica può autorizzare o vietare voli e lo spazio aereo è sotto controllo nazionale, quindi l’Italia avrebbe gli strumenti per imporre limiti. Diverso è il caso del MUOS di Niscemi, che è fuori dal controllo italiano. Questo viene considerato un elemento critico perché limita la sovranità nazionale e impedisce di intervenire su operazioni militari, sollevando questioni di legittimità rispetto al diritto costituzionale e internazionale».

C’è un precedente significativo che risale al 2003, durante la guerra in Iraq, quando gli Stati Uniti chiesero all’Italia l’utilizzo di basi statunitensi sulla penisola per un’offensiva condotta in proprio. L’Italia concesse l’uso delle basi agli USA imponendo condizioni per rispettare l’articolo 11 della Costituzione: la destinazione finale dei voli non doveva essere sul territorio di guerra, ma bisognava prevedere uno scalo.
Le basi militari americane in Italia sono spesso integrate o affiancate a quelle NATO. La sovranità resta italiana, ma con deroghe previste da accordi bilaterali già sopra citati, aggiornati nel 1995, coperti da segreto di Stato e quindi non pubblicamente accessibili, sulla cui legittimità molti studiosi mostrano dubbi anche rispetto alla scarsa trasparenza e poca comprensione dei rapporti operativi tra Italia, Stati Uniti e NATO. Nel caso delle operazioni NATO le decisioni passano da Bruxelles dove ha sede l’Alleanza, per le operazioni statunitensi vale quanto detto sopra.
La militarizzazione della Sicilia
«In Sicilia si sta sviluppando una seconda area strategica simile a Sigonella in particolare presso l’aeroporto di Trapani Birgi, che è sempre stata una delle basi di supporto alla flotta Nato Avax. Adesso qui, oltre a tenersi la formazione dei piloti F-35, operano nuovamente aerei radar AWACS e droni NATO AGS collegati a Sigonella. Come dimostrano altre attività militari, come le esercitazioni statunitensi sull’Etna e nell’area del parco nazionale delle Madonie, l’isola è ormai una piattaforma militare diffusa e la guerra in corso non farà che accelerare ulteriormente il processo di militarizzazione della Sicilia, con nuovi sviluppi attesi nei prossimi mesi», sottolinea Mazzeo.

Il giornalista e attivista mi confessa che gli piacerebbe sbagliarsi, ma aveva già ipotizzato più volte l’attacco degli USA all’Iran. Racconta che fino al giorno precedente, durante un convegno a Venezia, aveva dichiarato le sue perplessità rispetto al vicolo cieco di alcuni scenari internazionali. «Non immaginavo la gravità della situazione in atto. È importante notare la progressiva estensione geografica delle ostilità e la continua propaganda di chi ha scatenato un conflitto privo di strategia e di un obiettivo chiaro», continua Mazzeo.
E in effetti Trump, nonostante le tante dichiarazioni di supremazia e vittoria, comincia a perdere qualche pezzo. Ha chiesto aiuto anche all’Europa – che si è sfilata – per la situazione nello stretto di Hormuz. L’alleanza con Netanyahu tiene, ma emergono le diversità rispetto agli obiettivi di questa guerra. Joe Kent si è dimesso dal ruolo di capo del centro antiterrorismo USA dichiarando di non poter sostenere la guerra contro l’Iran – che, a suo avviso, non rappresentava una minaccia imminente –, avviata secondo lui sotto pressione di Israele e della sua lobby negli Stati Uniti.
Tornando alla Sicilia, Antonio Mazzeo lancia un appello a tutti i siciliani e tutte le siciliane per prendere coscienza della gravità della situazione e contrastare la crescente militarizzazione dell’isola: «Le mobilitazioni dal basso hanno veramente cambiato il senso della storia. È successo più volte, dalla resistenza, al Vietnam, alle mobilitazioni studentesche. Le nuove generazioni devono prendere coscienza di questa forza straordinaria, ma è necessario informare».
«C’è un giornalismo diffuso che sponsorizza un modello di guerra che rischia di portare alla distruzione e un giornalismo dal basso che prende posizione. È accaduto con il MUOS: grazie a una serie di denunce sulla stampa, la popolazione ha iniziato a prendere coscienza rispetto a quanto stava accadendo. È stata una stagione straordinaria di mobilitazione. Non si è raggiunto l’obiettivo, ma i lavori della principale potenza mondiale sono stati rallentati di oltre tre anni risvegliando un intero territorio», conclude Antonio Mazzeo.








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