Cronache da un mondo che cambia: il giornalismo di Laura Silvia Battaglia dalla Sicilia ai fronti del mondo
Laura Silvia Battaglia, giornalista siciliana con una forte vocazione internazionale, ha lavorato in aree di conflitto come il Medio Oriente, raccontando storie spesso ignorate dai media tradizionali per un giornalismo di impegno e servizio.
In breve
Laura Silvia Battaglia, giornalista, documentarista e scrittrice catanese, lavora in territori di crisi come il Medio Oriente facendo del giornalismo un impegno civile e una missione di libertà.
- Dopo l’11 settembre Laura Silvia Battaglia decide di raccontare la “grande storia” da vicino: lascia la Sicilia e il lavoro presso un quotidiano locale e si trasferisce a Milano per ricominciare tutto da capo.
- È stata più volte a Gaza e in Cisgiordania dal 2008 al 2023 e ha insegnato anche giornalismo presso l’al-Ahzar University a Gaza. È l’ultima giornalista italiana a essere entrata a Gaza prima dell’attacco del 7 ottobre 2023.
- Di fronte ad atti criminali sistematici e pianificati, secondo la giornalista catanese non si può fare giornalismo “oggettivo” ed “equidistante” per opportunismo personale. Il giornalista è un “cittadino con superpoteri” al servizio della comunità.
- La crescente consapevolezza dell’opinione pubblica mondiale è un segnale che fa ben sperare. L’ottimismo della volontà di Gramsci nasce proprio dall’impegno attivo, non da una speranza passiva. Per questo invita i siciliani a uscire dalla passività e agire come cittadini attivi.
Dalla Sicilia al Medio Oriente. È questo il viaggio senza sosta di Laura Silvia Battaglia, giornalista, documentarista e scrittrice catanese che da anni racconta cosa accade in territori a volte considerati “troppo” lontani da noi, forse anche per un’informazione non sempre aderente alla realtà, dando voce a uomini e donne testimoni di forti cambiamenti politici, economici e culturali in paesi crocevia anche dal punto di vista geopolitico. Esperienza, determinazione, passione e visione di una professionista che ha fatto del suo mestiere un vessillo di libertà e servizio. L’abbiamo incontrata nella sua città e con grande generosità si è raccontata commentando anche quanto sta accadendo oggi nel mondo.
Laura, in Sicilia si dice cu nesci arrinesci ed è proprio il tuo caso. La tua carriera professionale ha preso il volo una volta superato lo Stretto. Quando hai deciso che di mestiere avresti fatto la giornalista?
Sono sempre stata una lettrice vorace, volevo fare la scrittrice. Il personaggio di Jo delle “Piccole donne” era il mio modello. Nel tempo è cambiato: quando ho cominciato ad assistere, durante i pranzi della domenica, alle discussioni accese tra mio padre, democratico cristiano, e mio zio, radicale, ho capito che la politica era importante. In quei momenti non sopportavo di stare in cucina con le donne a parlare di altro. Ho iniziato presto a scrivere, già durante le scuole medie “dirigevo” un giornalino di classe, poi al liceo ho approfondito la filosofia e la politica. Ho lavorato per il quotidiano La Sicilia scrivendo di arte, musica, cronaca.
Poi l’11 settembre. In quel momento ho capito che volevo essere dove c’era la grande storia, ma le mie aspirazioni non coincidevano con il futuro che l’editore di allora aveva in mente per me. I dinieghi fanno spesso la nostra fortuna: è stato così che ho deciso di partire. Ho fatto le valigie e a trent’anni ho lasciato Catania. A Milano ho ricominciato daccapo, ho fatto le ammissioni per le scuole di giornalismo ed è stata la mia fortuna. Ero la più grande in classe, ma avevo alle spalle dieci anni di esperienza. La scuola di Giornalismo dell’ Università Cattolica [che oggi coordina, ndr] mi ha formato come giornalista digitale.
Ho imparato a girare video e a montarli. Il giornalismo non è solo una buona penna. Da lì tutto il resto. Ho anche rifiutato un contratto a tempo indeterminato all’interno di una redazione. Avrei ceduto la mia libertà intellettuale – e non solo all’editore – dedicandomi solo alla scrittura mentre io avevo in mente altro.

E quell’altro che avevi in mente lo hai realizzato partendo da una visione chiara. E a proposito di visione, come immagini l’evoluzione del giornalismo da qui ai prossimi anni e qual è, secondo te, lo stato di salute dell’informazione italiana?
Molti dei giornali oggi in edicola spariranno perché moriranno coloro ai quali si rivolgono. Tralasciando il vero numero delle copie di giornali venduti, le persone che li comprano ricercano approfondimenti o posizionamenti precisi in termini politici ed economici. Ma questo non vale per i giovani tra i 20 e i 30 anni. L’editoria dovrebbe spostare le breaking news sulle piattaforme, non per forza quelle già esistenti, creare una community digitale con temi di approfondimenti, spostare i contenuti sulle app o sui canali Telegram, WhatsApp.
Questa dovrebbe essere la direzione dell’ informazione digitale. Rispetto alla carta stampata invece mancano i grandi approfondimenti, riviste curate anche nell’aspetto grafico. Numeri da conservare. Abbiamo bisogno di una generazione di giornalisti specializzati che scrivano contenuti di qualità e l’AI non deve essere vista come un demonio. Alcuni di noi erano già spaventati quando sono arrivati il fax e poi internet. Non dobbiamo subirla, dobbiamo dirigerla. E poi ci sono i podcast che non sono una novità, ma funzionano se fatti bene.
Hai detto che dopo l’11 settembre volevi stare dove c’era la storia. Hai imparato a conoscere tanti paesi del Medio Oriente. Cosa sta succedendo invece all’Europa, da sempre paladina del diritto internazionale e umanitario, che oggi si mostra “complice” di gravi violazioni in questo campo?
È facile fare i difensori con i diritti degli altri, ma quando devi coniugare interesse economico e strategico con la difesa dei diritti elementari diventa tutto complicato, soprattutto se diminuiscono le finanze. Stanno emergendo nuovi rapporti economici tra le potenze mondiali, USA e Cina, e l’Europa rischia di affossarsi anche in termini economici e di predominio strategico sui mercati finanziari. La produzione più proficua è quella delle armi. Vari Paesi europei come l’Italia, che ha un debito pubblico notevole, hanno deciso di pareggiare velocemente i conti investendo in questo settore.

Non importa quale guerra ci sia in atto, serve produrre e vendere armi. Accadeva già in passato, adesso siamo andati un po’ oltre. Israele è il migliore produttore e sviluppatore di sistemi di protezione di cyber security, è l’avamposto degli USA nel Mediterraneo e anche l’Italia si serve dei suoi sistemi per garantire la sicurezza di siti e luoghi strategici. È un paese “amico”.
Come si può criticare il suo operato attuale? Ma se l’Europa non ha il coraggio di prendere posizione, l’opinione pubblica sì ed è quello che sta accadendo in tutto il mondo. Anche in America viene sempre meno l’appoggio a Israele. Di contro Israele si sta scavando la fossa, scatenando un odio che non fa alcuna differenza tra ebrei, israeliani e il governo di Netanyahu.
Tu sei l’ultima giornalista italiana a essere entrata a Gaza qualche mese prima dell’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023.
Sì, sono stata a Gaza diverse volte, nel 2013 ho insegnato anche giornalismo all’al-Ahzar University. Sono stata in Cisgiordania nel 2008, quando espropriavano tutte le case a Gerusalemme est, poi sono tornata nel 2010 e negli anni successivi e poi nel marzo 2023 per girare due documentari. In quest’ultimo periodo ho sperimentato un controllo da parte di Hamas che non avevo mai visto. Dovevamo comunicare i nostri spostamenti, quali siti avremmo ripreso, quali le inquadrature.
Al contrario, da parte di Israele sembrava tutto molto più allentato. In passato invece avevo subito controlli di ogni tipo. Il governo israeliano era impegnato con i civili che manifestavano contro la riforma della giustizia e negli scontri in Cisgiordania tra coloni e palestinesi. Solo dopo ho capito il controllo ossessivo di Hamas. Si stavano esercitando e non volevano che attraverso le nostre immagini si potessero diffondere delle azioni in atto compromettenti.

Israele ha in mente un piano di sterminio ben preciso, azioni come la distruzione della banca dei semi a Hebron sono una conferma. Non si distrugge solo il passato, ma anche e soprattutto il futuro. Come dicevi l’opinione pubblica sembra svegliarsi. Sono diverse le manifestazioni in atto, la spedizione della Global Sumud Flotilla è una di queste e anche quella più emblematica.
Sì e ne abbiamo bisogno. L’occupazione di Gaza può durare due mesi o un anno, non possiamo dirlo e le versioni del primo ministro israeliano sono sempre discordanti È certo però che sempre più paesi vogliono riconoscere lo stato di Palestina, l’Assemblea generale dell’ONU [già in corso, ndr] sarà un momento importante. Forse non cambierà le sorti dei palestinesi nell’immediato, ma su un periodo medio lungo probabilmente sì. I palestinesi hanno bisogno di sapere che vengono considerati uguali a noi, al contrario della propaganda che diversi paesi, anche arabi, hanno fatto sul loro conto.
La Palestina chiede a tutti noi di rinunciare a un pezzo delle nostre comodità per capire, anche solo per un minuto, cosa vuol dire essere palestinesi, cosa significa uscire da Gaza e subire controlli umilianti. È successo anche a me, non trovando nulla di particolare mi hanno accusato di aver commerciato droga – porto sempre una siringa in valigia – con perquisizioni corporali. Ho provato per qualche minuto cosa vuol dire essere una donna palestinese. Adesso tocca a noi fare la nostra parte.
A differenza di altre iniziative, la Global Sumud Flotilla ha ricevuto un’attenzione mediatica maggiore. Sta cambiando anche l’informazione rispetto a questi temi?
Quando ci sono interessi molto forti da parte dei governi, i giornali ricevono dei segnali e si sentono sotto pressione. Questo succede anche perché per anni i colleghi non sono mai andati in questi territori. Per noi che ci lavoriamo non è semplice, è difficile dire ai colleghi che si stanno sbagliando, che non è una questione di posizionamento ideologico. Non si può fare giornalismo “oggettivo” ed “equidistante” per opportunismo personale. A giudicare sarà la storia.
Oggi di fronte ad atti criminali sistematici e pianificati, l’equidistanza è uno strumento per non esporsi di fronte alle ingiustizie della storia, C’è anche chi non sapeva nulla di quei territori e adesso ha aperto gli occhi. La propaganda israeliana ha lavorato per anni costruendo il mito dell’unica democrazia in Medio Oriente, della città in cui tre religioni possono convivere insieme e molto altro ancora. Oggi sappiamo che non è così e il pubblico non è stupido.

Cosa vuoi dire ai giovani che vogliono fare di mestiere i giornalisti?
Giornalismo non significa essere influencer, si può essere influencer perché si può influenzare l’opinione pubblica ma non ha nulla a che fare con la pubblicità, è legato ai valori fondamentali delle società dove viviamo, ai principi di equità, del bene comune. Giornalismo significa denunciare ciò che non va. Il giornalista è un cittadino con i superpoteri, è un testimone della storia, anche in caso di guerra, e deve essere sempre al servizio della comunità anche se non lavora in un’istituzione pubblica come la BBC.
Noi siciliani dovremmo saperlo bene. Uno dei nostri problemi è tipico di società che hanno conosciuto delle forme di concentrazione del potere e che nascono da un abuso, un’operazione di conquista simile alla Palestina senza essere estromessi dal proprio territorio. Qui è diffuso un sistema per cui si aspetta qualcuno che arrivi a salvarci, manca l’idea del bene comune, lasciamo amministrare con passività, lamentandoci senza far nulla se non va bene. Abbiamo una marcia in più ma manca ancora la consapevolezza di essere parte integrante della società civile come cittadinanza attiva.
Essere cittadini è faticoso, richiede responsabilità e proprio adesso c’è bisogno di agire. Viviamo tutti e tutte sopra lo stesso pianeta, quello che succede qui ha conseguenze altrove, non possiamo più stare nella bolla. L’ottimismo della volontà di Gramsci nasce proprio dall’impegno attivo, non da una speranza passiva. E in parte sta succedendo. Serve avere una ragione forte per vivere, una consapevolezza maggiore, e se siamo in tanti non può che venirne qualcosa di veramente buono.








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