30 Marzo 2026 | Tempo lettura: 8 minuti

La democrazia è morta, viva la democrazia!

La crisi della democrazia rappresentativa è oggi sotto gli occhi di tutti, ma non coincide necessariamente con la fine della democrazia. Per Massimo Ruggeri, la via d’uscita passa dal rilancio di pratiche locali, relazioni di comunità e forme di “democrazia profonda”.

Autore: Andrea Degl'Innocenti
democrazia 1

«Fra quattro anni non dovrete più votare, avremo sistemato tutto così bene che non ce ne sarà più bisogno». A pronunciare questa frase, nel luglio 2024 in piena campagna elettorale per le presidenziali statunitensi, è stato l’attuale Presidente americano Donald Trump, davanti a un pubblico di elettori cristiani.

Lungi dall’essere una boutade, l’auspicio di Trump suona oggi come uno spoiler della torsione autoritaria che attraversa gli USA, così come molte delle principali democrazie del mondo. Gli Stati Uniti – per decenni autoproclamatisi baluardo ed esportatori della democrazia liberale, fra mille contraddizioni – hanno oggi un leader che flirta apertamente con l’idea di svuotare il rito elettorale del suo significato e che sta imponendo l’uso della forza come nuova convenzione per dirimere le questioni internazionali.

Anche in India, la democrazia più popolosa del Pianeta, il Primo ministro Narendra Modi sembra voler imprimere una stretta autoritaria, in un contesto segnato da accuse di pressione sugli oppositori, uso politico delle agenzie investigative e finanziarie e crescente deterioramento degli spazi democratici. 

democrazia
Massimo Ruggeri, direttore della Biennale della Prossimità

In molti Paesi avanzano movimenti estremisti, nazionalisti e apertamente illiberali, capaci di crescere proprio dentro le procedure della democrazia rappresentativa. Secondo Freedom House, nel 2025 la libertà nel mondo è diminuita per il ventesimo anno consecutivo: 54 Paesi hanno registrato un peggioramento nei diritti politici e nelle libertà civili, contro 35 in miglioramento. Il V-Dem Institute, nel suo Democracy Report 2026, rileva addirittura che oggi le autocrazie sono più numerose delle democrazie: 92 contro 87.

Insomma, la democrazia sta vivendo una crisi profonda e gli elettori ed le elettrici di mezzo mondo sembrano scegliere leader che provano a indebolirla e svuotarla. Tuttavia, se la crisi della democrazia è un dato ampiamente riconosciuto, sulle sue origini e sulle sue possibili soluzioni regna ancora molta confusione. Proviamo a vederci più chiaro.

Di cosa parliamo quando parliamo di democrazia?

Quando parliamo di democrazia ci sono due equivoci comuni, che generano una certa confusione. Il primo è quello di far coincidere il termine con il modello della democrazia rappresentativa elettorale. Il secondo è di ridurre il concetto al momento in cui si compie una scelta, tralasciando tutto ciò che viene prima e dopo. Il legame fra democrazia e voto è dato talmente per scontato che anche uno dei testi fondativi del diritto internazionale contemporaneo, la Dichiarazione universale dei diritti umani, afferma che la volontà del popolo debba esprimersi attraverso “elezioni autentiche e periodiche”. 

Eppure questo modello non è affatto l’unico possibile. Come racconta David van Reybrouck nel saggio Contro le elezioni, la democrazia rappresentativa elettorale, così come la conosciamo oggi, nasce tra la fine del Settecento e l’Ottocento, nel passaggio dalle monarchie assolute agli Stati liberali moderni con l’obiettivo dichiarato di sottrarre il potere alle volontà volubili dei sovrani e redistribuirlo dentro una nuova architettura istituzionale più razionale, più moderna, ma ancora fortemente elitaria, dominata dalla borghesia.

democrazia

Non esisteva il suffragio universale, non esistevano i partiti di massa, gran parte della popolazione era esclusa dalla cittadinanza politica effettiva. I parlamenti non erano pensati come luoghi di conflitto permanente tra visioni del mondo contrapposte, ma come spazi in cui una minoranza di notabili avrebbe dovuto trovare un accordo sul bene della nazione. Solo in seguito, con l’allargamento del suffragio, la nascita dei partiti, dei sindacati, dei giornali e dei corpi intermedi, a quel modello è stato chiesto di rappresentare davvero società complesse, stratificate, attraversate da conflitti di classe, di interesse, di visione. Ed è lì che sono emersi progressivamente i suoi limiti, esplosi definitivamente con la contemporaneità

Il neoliberismo ha trasformato i cittadini in consumatori e piegato sempre più la politica agli interessi economici. La televisione prima, i social poi e oggi anche l’intelligenza artificiale, hanno reso il consenso sempre più istantaneo, volatile e manipolabile. In un sistema del genere, la coerenza tra ciò che i leader dicono e ciò che fanno diventa secondaria. Conta soprattutto dire, di volta in volta, ciò che le persone vogliono sentirsi dire. E così la democrazia rappresentativa finisce per selezionare non necessariamente i migliori, ma i più abili a conquistare attenzione, potere e sostegno economico.

Secondo Massimo Ruggeri, direttore della Biennale della Prossimità, sono due le grandi spinte che oggi stanno mettendo in difficoltà i sistemi democratici. «Da un lato c’è una disaffezione evidente da parte dei cittadini, testimoniata anche dal calo della partecipazione elettorale e dalla sensazione che le istituzioni e i processi democratici siano sempre più lontani dalla vita reale delle persone. Dall’altro c’è una crescente spinta autoritaria dei sistemi, alimentata dall’idea che i processi democratici siano troppo lenti e che servano scorciatoie, decisioni rapide, uomini soli al comando». Tuttavia, afferma Ruggeri, «il fatto che ci sia una crisi non vuol dire che è la democrazia che non funziona: probabilmente è il modello di democrazia che abbiamo in questo momento a non funzionare».

54

I paesi in cui nel 2025 c’è stato un peggioramento nei diritti politici e nelle libertà civili

2005

L’anno in cui è iniziato il declino, ancora ininterrotto, della libertà globale

92

Il numero delle autocrazie censite, contro solo 87 democrazie

Ripensare la democrazia

Secondo il sociologo e antropologo indiano Arjun Appadurai, fra i più importanti studiosi dei processi culturali e politici della globalizzazione, l’errore di base è confondere la democrazia con il momento in cui si vota o si decide. La democrazia, nella sua analisi, si costruisce molto prima, nell’insieme dei legami sociali, fiducia, partecipazione e nella capacità condivisa di immaginare un futuro comune.  È questo il cuore della sua idea di deep democracy – democrazia profonda –, che non si esaurisce nelle procedure, ma vive nella densità delle relazioni e nella possibilità concreta per una comunità di attivarsi e trasformare la propria realtà.

Nei suoi studi sulle realtà urbane povere dell’India, Appadurai mostra infatti che, a parità di povertà, ciò che fa la differenza fra un contesto degradato e un contesto vivo e solidale non è l’esistenza di regole formali, ma la possibilità concreta di sviluppare legami, partecipazione e quella che lui definisce capacity to aspire, cioè la capacità di sognare un futuro migliore. La prossima edizione di Biennale della Prossimità, il cui sottotitolo è “Pratiche di democrazia profonda”, prende ispirazione proprio dal pensiero del sociologo indiano.

La democrazia, in quanto forma del nostro stare assieme, dev’essere prima di tutto una convivenza fondata sul riconoscimento reciproco e sulla cura

«Credo che la vera sfida oggi sia proprio spostare l’attenzione dal momento decisionale a tutto quello che ci sta prima», spiega Ruggeri. In questo slittamento, potrebbero giocare un ruolo i tanti esperimenti locali portati avanti da quelle che Ruggeri chiama “pratiche di prossimità”. «Le pratiche di prossimità – spiega – sono delle esperienze che nascono come minoritarie, ma che riescono a cambiare i territori». Quando una comunità riesce a superare la logica della contrapposizione e dello scontro e punta sulle relazioni spesso emergono soluzioni nuove e inaspettate.

A questo proposito Ruggeri cita il caso di un Comune in cui un’unità mobile che lavorava con sex workers e vittime di tratta si è trovata di fronte alla protesta di un comitato di residenti. Invece di andare allo scontro ideologico, gli operatori hanno scelto di coinvolgere il comitato nell’esplorazione del quartiere, riconoscendo anche il loro disagio. Da lì sono emersi problemi concreti come la scarsa illuminazione, i rifiuti, le strade pericolose, su cui era necessario costruire un’azione comune. «Non era più la battaglia tra cittadini e sex workers – osserva Ruggeri –, era diventata un’altra cosa: uno sforzo di tutti per creare un territorio più vivibile».

Ripartire dal locale?

L’antropologa Margaret Mead sostiene che il primo segno di una società umana sia il ritrovamento di un femore risaldato. In natura una frattura del genere significa quasi sempre morte certa. Se invece quell’osso è guarito, vuol dire che qualcuno si è preso cura di un individuo fragile e inutile alla sopravvivenza del gruppo, che l’ha curato e protetto. «Se il fatto di prendersi cura reciprocamente è quello che ci definisce come umani – conclude Massimo Ruggeri – allora la democrazia, in quanto forma del nostro stare assieme, dev’essere prima di tutto una convivenza fondata sul riconoscimento reciproco e sulla cura».

Vuoi approfondire?

La Biennale della Prossimità, di cui Italia che Cambia è fra i promotori, è un percorso partecipato e un evento nazionale dedicato alle pratiche di comunità, alla partecipazione civica e alla costruzione di legami sociali. Promossa dalla Rete Nazionale per la Prossimità, culmina ogni due anni in un appuntamento pubblico che mette in dialogo esperienze, territori e realtà del terzo settore. L’edizione 2026, in programma a Torino dall’1 al 3 ottobre, avrà come titolo “Pratiche di democrazia profonda”, mettendo proprio la democrazia al centro della riflessione. 

In quest’ottica, per Ruggeri, una riflessione sulla democrazia non può che partire dalle esperienze locali. «Credo che esperienze come quella citata prima ci dicano che oggi è più che mai necessario coltivare pratiche a livello locale, perché è lì che si può costruire la fiducia fra le persone, le relazioni, il sentirsi parte di un destino comune e di un futuro desiderabile a cui aspirare». 

Ruggeri vede in queste realtà dei laboratori di innovazione democratica: luoghi in cui si ricostruiscono fiducia, cooperazione e capacità di immaginare alternative. Se riescono a rafforzarsi, a dialogare e a riconoscersi reciprocamente, possono contribuire a spostare più in profondità il clima culturale e politico. È anche questo, in fondo, il compito che la Biennale della Prossimità si propone di svolgere. «Stiamo incontrando esperienze che possono cambiare nel profondo le comunità che abitiamo: quello che stiamo facendo è provare a sostenerle e connetterle tra di loro», conclude. 

Questo articolo fa parte di una serie di approfondimenti in vista della Biennale della Prossimità 2026 in cui esploriamo la crisi della democrazia attuale e le possibili alternative.