13 Aprile 2026 | Tempo lettura: 8 minuti
Guide / Animali come noi: guida al benessere animale

Convivere con il lupo è possibile? Il punto di vista di un allevatore

Dalle misure preventive ai danni economici, dalla pressione psicologica alle possibili soluzioni, un allevatore ci ha spiegato cosa comporta per chi fa questo mestiere la convivenza con il lupo.

Autore: Luca Bartolucci
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Come ci ha spiegato la faunista Carlotta Nucci, il ruolo naturale del lupo è quello di controllare le popolazioni di selvatici di taglia significativa che, per i nostri territori, sono gli ungulati come i caprioli, i daini, i cervi o i cinghiali. Tuttavia il lupo ha un’altra caratteristica, che gli è stata provvidenziale: l’opportunismo. Pur di sopravvivere, ricorre a una grande capacità di adattarsi alle situazioni locali e stagionali. Infine calibra incredibilmente le sue azioni in termini di “rischio-beneficio”; in altre parole quanto più un animale è aggredibile con basso rischio, tanto più sarà una probabile preda, come ad esempio selvatici claudicanti, piccoli indifesi o animali di allevamento non protetti.

L’assenza di predatori ha consentito per decenni, in interi distretti regionali, la tenuta degli ovicaprini al pascolo brado o semibrado senza nessun’altra cautela che non fosse la dispersione dei medesimi. Il ritorno del lupo ha sconvolto questo stato di cose e, anche se modi e metodi di difesa delle greggi siano noti e consolidati, per chi li deve attuare non sono una questione da poco.

Quello degli allevamenti è un tema delicato, sul piano etico. Il dibattito su come (e se) allevare animali e sul ruolo stesso dell’allevamento è aperto e attraversa sensibilità molto diverse. Allo stato attuale, però, in molti territori montani e appenninici le piccole attività zootecniche continuano a rappresentare una fonte di reddito e lavoro per centinaia di famiglie.

Giuseppe Mascherini, titolare dell’omonima azienda agricola biologica, in località Carseggio, a pochi chilometri da Castel del Rio (BO), ci ha raccontato la sua esperienza. Si tratta di un’azienda familiare consolidata che cura la filiera completa, dall’allevamento alla macellazione. Gli ovini vengono tenuti al pascolo controllato mentre nelle strutture vengono ricoverati suini e bovini. I foraggi e i cereali per l’alimentazione degli animali vengono autoprodotti nei 200 ettari di terreni agricoli, comprensivi anche di castagneti dove si raccolgono ottimi marroni IGP.

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Giuseppe, quali sono le attività che svolgete in azienda?

Ho scelto di fare questo mestiere da giovane, molti anni fa, assieme a mia moglie Giulietta. Abbiamo diversi operatori fissi che lavorano per noi e con noi e da qualche anno stanno facendo esperienza in azienda i nostri nipoti. Alleviamo i capi e coltiviamo i poderi che ci consentono di produrre foraggi e cereali. La nostra filosofia è la gestione in proprio dell’intera filiera, per quanto possibile, dalla riproduzione degli animali alla vendita del prodotto finito.

Il lupo è arrivato in zona circa trent’anni fa, come avete vissuto questo arrivo?

Nessuno ci aveva allertato per tempo di questa eventualità, eravamo totalmente impreparati e l’arrivo dei lupi è stata una esperienza drammatica. I nostri animali, in particolare le pecore, venivano tenute in pascoli ampi, per tutta la buona stagione in grande libertà, con recinti leggeri adatti a contenerle, ma assolutamente insufficienti a difenderle da un predatore. Avevamo qualche cane pastore di governo ma inadeguato a fronteggiare dei lupi. Di conseguenza a cavallo degli anni ’90 abbiamo avuto notevoli perdite, dell’ordine delle decine di capi in molteplici attacchi.

Avete cambiato strategia nel tempo per ridurre le perdite?

La nostra attività è stata messa completamente in discussione. Abbiamo dovuto riorganizzare il governo degli animali e il dimensionamento aziendale e ci abbiamo messo qualche anno a trovare un nuovo equilibrio. Da allora, maiali e bovini sono tenuti rigorosamente in stalla e alle pecore abbiamo ridotto notevolmente lo spazio di libertà esterno, dovendolo perimetrare con una recinzione massiccia: da 12/15 ettari di pascolo le abbiamo ridotte entro i 2 ettari.

Nonostante ciò, abbiamo constatato che a difesa dei greggi e delle loro aree di pertinenza sono assolutamente necessari cani da guardiania appositamente addestrati. Abbiamo acquistato subito dei maremmani di razza ma il loro carattere, così fortemente territoriale ci creava importanti problemi con gli operatori e soprattutto con clienti e avventori. La soluzione l’abbiamo trovata incrociando una femmina di maremmano con un nostro border collie, in questo modo abbiamo ottenuto una linea genetica di cani non aggressivi con le persone ma sufficientemente efficaci nella guardiania.

Superato questo primo impatto, le perdite si sono stabilizzate oppure avete avuto recrudescenze?

Negli anni successivi ci siamo concentrati sul consolidamento dei cani in modo da avere in campo almeno 8/9 esemplari sempre operativi, nati qui e cresciuti all’interno del gregge, che hanno imparato a fronteggiare i lupi proteggendosi vicendevolmente. Solo a quel punto abbiamo potuto espandere un po’ lo spazio di pascolamento utilizzando reti elettrificate a supporto dei cani. In ogni caso alla sera le pecore vengono tutte riportate nel recinto fisso o in stalla. Questa organizzazione, notevolmente più impegnativa rispetto alla situazione “ante lupo”, ci ha consentito di contenere le predazioni a un livello accettabile, diciamo fisiologico, di qualche esemplare ogni tanto, nei quindici anni a seguire.

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Recentemente la “pressione” del lupo nei confronti dei vostri animali è cambiata?

Purtroppo la situazione sta cambiando. Lo dice il fatto che fino a due o tre anni fa era estremamente difficile incontrare o vedere un lupo nelle ore diurne e quando capitava l’animale svicolava, senza cambiare passo, ma si allontanava rapidamente. Ultimamente invece gli avvistamenti diurni si stanno moltiplicando, anche nei pressi delle abitazioni. In alcuni casi il lupo, invece di sfilare via, per un po’ ti fissa, “a fermo”. Sta prendendo confidenza con la nostra presenza e questo ci spaventa.

Inoltre gli attacchi si sono fatti più aggressivi: recentemente abbiamo perso due cani e due pecore nello stesso episodio, evidentemente un caso di attacco in branco. Tutti questi elementi, messi in fila, ci fanno pensare che il loro numero sia aumentato. Abbiamo questa convinzione perché così accade anche con le lepri, i caprioli, i cinghiali. Quando cominci a vederli sempre più spesso, anche di giorno, significa che cominciano a essere “fitti”. Io sono nato in questi luoghi, sono cresciuto nel bosco e andavo a giocare al fiume, è sempre stato così.

Quanto pesa in termini economici la presenza del lupo?

Il valore dei capi uccisi è il danno minore. La questione è che complessivamente la gestione aziendale è diventata più onerosa. In primo luogo, ora dobbiamo mantenere una “mandria” di cani da guardiania, cani di stazza non indifferente, con esigenze alimentari notevoli, che hanno bisogno dei loro spazi, di addestramento, delle cure, talvolta del veterinario. In secondo luogo, c’è la gestione delle recinzioni: quelle fisse vanno periodicamente manutenute perché il lupo si arrampica, scavalca, spinge, tira, scava sotto. Quelle mobili, elettrificate, vanno immagazzinate, trasportate, palificate, montate, srotolate, riavvolte, controllate giornalmente, va sfalciata l’erba sotto e così via.

In terzo luogo c’è la perdita di redditività aziendale dovuta alla indisponibilità dei terreni. Mi spiego: senza il lupo, a parità di risorse umane, riuscivamo gestire un numero maggiore di capi in quanto potevamo pascolarli in zone ampie, anche cespugliose o parzialmente boscate. Ora dobbiamo tenere le bestie sotto controllo serrato, la quota di foraggiamento manuale è maggiore, la lettiera va cambiata più spesso. È tutto molto più impegnativo.

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Oltre a prevenzione e rimborsi, su cosa si dovrebbe lavorare per aumentare la compatibilità tra il vostro tipo di attività e il lupo?

La soluzione non è semplice perché non la si può ricondurre solo alle predazioni e al rimborso dei capi uccisi o feriti. Oltretutto capi “leggeri” come gli agnelli ce li siamo visti sparire senza lasciare traccia, vengono portati lontano e in quel modo non è accertabile il danno da lupo. Dal punto di vista economico bisognerebbe considerare la perdita di redditività generale dell’azienda e il maggior impegno di mano d’opera gestionale, sono valutazioni complesse.

Non da ultimo, capisco che sia difficile tenerne conto, ma è aumentato il nostro carico di ansia: ogni volta che sentiamo i cani abbaiare, spesso in piena notte, dobbiamo decidere cosa fare, se uscire all’aperto per dare loro supporto o aspettare che se la cavino da soli, sperando che abbiano la meglio… e poi chi riesce più a prendere sonno? Bisogna arrivare a mattina e andare a vedere l’esito della battaglia. Sono situazioni che si possono comprendere solo vivendole.

Io penso che il lupo, comunque sia arrivato, ci ha sconvolto la vita e non lo possiamo più evitare; tuttavia, se vogliamo che le nostre campagne restino un luogo dedicato all’allevamento degli animali, dove si realizza un pezzo della filiera alimentare dei cittadini, si deve fare qualcosa in tempi brevi per consentirci di lavorare con maggiore tranquillità.

Mi chiedo, considerata l’attuale diffusione dei lupi nella nostra regione [l’Emilia Romagna, ndr] e nel paese, se non sia venuto il momento di organizzare un monitoraggio efficace e puntuale della presenza e della densità, come d’altra parte si fa già con altri selvatici. Una volta fatto ciò, mi chiedo se non sia il caso quando si raggiungono situazioni eccessive o insostenibili, di intervenire nei modi e nei tempi stabiliti da chi ha le competenze e le responsabilità in materia.