9 Aprile 2026 | Tempo lettura: 6 minuti

Marta Garimberti, agricoltrice biologica rigenerativa: “Il suolo è nostro alleato”

Marta Garimberti, agricoltrice biologica rigenerativa, racconta come il cambiamento climatico abbia trasformato le pratiche della sua azienda e perché la salute del suolo sia la risposta più concreta che il mondo agricolo può offrire alla crisi.

Autore: Deafal
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Cascina Bagaggera è un punto di riferimento del territorio: 120 capre, 40 maiali allo stato brado, un caseificio aziendale, un forno del pane, un agriturismo con ristorazione e bed & breakfast, un asilo nido accreditato e un’associazione per l’inclusione lavorativa di persone con disabilità. L’anima di questo progetto, conosciuto e apprezzato nel territorio e in una buona fetta del mondo rurale è Marta Garimberti.

Marta è infatti la titolare di Cascina Bagaggera, che è una azienda agricola biologica con 30 dipendenti situata in provincia di Lecco, tra Merate e Monza, all’interno del Parco del Curone. Diplomata all’istituto agrario e laureata in agraria, Marta ha maturato esperienze in biodinamica prima di tornare a guidare l’azienda di famiglia. Di recente è stata inserita tra le Top 50 Farmers europee. Da alcuni anni l’azienda sta abbracciando le pratiche dell’agricoltura biologica rigenerativa, con un’attenzione crescente alla salute del suolo come risposta concreta al cambiamento climatico.

Che rapporto hai oggi – sia emotivo che pratico – con gli effetti del cambiamento climatico?

Sul piano pratico, quello che vediamo in azienda è abbastanza oggettivo: eventi meteorologici molto più intensi, imprevisti e violenti rispetto al passato. Piogge torrenziali, siccità, fenomeni che si alternano in modo sempre meno prevedibile. Quando ne parlo con gli agricoltori che lavorano la terra da decenni, mi dicono la stessa cosa: non è più possibile fare previsioni affidabili. Questo è stato uno dei motivi principali per cui abbiamo deciso di orientarci verso l’agricoltura biologica rigenerativa.

Marta Garimberti
Marta Garimberti

La nostra tesi è che il suolo debba essere il più resiliente possibile. Un terreno povero di sostanza organica, privo di humus, quando riceve una pioggia torrenziale non trattiene nulla: l’acqua scorre via portando con sé la fertilità. Abbiamo visto campi che una volta si allagavano sistematicamente iniziare, col tempo e con pratiche diverse, a trattenere l’umidità in modo più efficace. Dal punto di vista emotivo, la mia reazione istintiva è cercare soluzioni. Vedo il problema, lo riconosco – è evidente, non si può negare – e mi chiedo cosa possiamo fare noi, nel nostro ambito. L’adattamento è necessario, ma non può essere l’unica risposta: se ci adattiamo e continuiamo a emettere CO₂, è inutile. Bisogna anche lavorare per mitigare.

Il cambiamento climatico ha influenzato le sue abitudini alimentari o il modo in cui pensa al cibo?

Vivere in un’azienda agricola aiuta, perché molte buone pratiche sono già integrate nel quotidiano. A livello privato cerchiamo di non sprecare – e questo vale anche come cultura da trasmettere ai bambini. Prendiamo i prodotti sfusi, riduciamo gli imballaggi. Le verdure le abbiamo qui; ogni giovedì arriva un produttore locale a portare quelle che non coltiviamo direttamente. In azienda, tutti gli scarti della cucina dell’agriturismo vanno ai maiali. Il siero del caseificio, gli scarti del pane, la crusca della farina: praticamente nulla finisce nel compostabile. I maiali in questo senso sono una risorsa straordinaria per l’economia circolare di un’azienda agricola.

Il cambiamento più consapevole però è arrivato sul fronte degli imballaggi: quello è stato un punto di svolta. Abbiamo eliminato la plastica monouso, usiamo solo bottiglie in vetro, ricicliamo i vasetti dello yogurt anche quando paradossalmente costa più tempo e denaro che comprarne di nuovi. Stesso discorso per l’energia: abbiamo investito in pannelli fotovoltaici sulla stalla e in una centrale a cippato per il riscaldamento. Scelte che costano, ma che avevamo deciso di fare per queste ragioni.

Marta Garimberti
Marta Garimberti

In che modo percepisci il legame tra crisi climatica, pratiche agricole e qualità della filiera? Quale responsabilità ha il settore agricolo?

L’agricoltura ha una responsabilità enorme nella crisi climatica, al pari del settore industriale. Ma non si può fare di tutta l’erba un fascio: c’è una differenza abissale tra un allevamento intensivo in Pianura Padana e un animale al pascolo gestito con il pascolamento razionale. Il secondo può persino giovare al suolo, restituendo fertilità invece di consumarla. Lo stesso vale per l’agricoltura vegetale: c’è un’agricoltura intensiva che tratta il suolo come un substrato neutro, da bombardare di input chimici per ottenere rese massime. Nel 2016 ho partecipato a una ricerca con una fondazione legata al gruppo Naturasì in cui abbiamo analizzato campioni di suolo da aziende convenzionali, biologiche, biodinamiche e rigenerative. In alcune serre intensive non c’era un lombrico. Zero vita.

La differenza con un suolo sano era evidente a occhio nudo. Eppure quello stesso suolo, se gestito diversamente, può diventare parte della soluzione: un suolo ricco di humus è in grado di sequestrare carbonio, di funzionare quasi come una pianta che respira. L’agricoltura rigenerativa non ha le stesse rese di quella intensiva, ma se costruiamo reti di produttori, se organizziamo bene la filiera, possiamo fare una differenza reale. C’è poi un problema di coerenza politica: facciamo leggi ambiziose in Europa, poi firmiamo accordi come il Mercosur che lasciano entrare prodotti realizzati senza nessuno di quei vincoli. È una contraddizione difficile da ignorare.

L’adattamento è necessario, ma non può essere l’unica risposta: se ci adattiamo e continuiamo a emettere CO₂, è inutile

Quindi cosa stiamo affrontando: un cambiamento, una crisi o un’emergenza climatica?

Siamo in una crisi. Non ancora – o almeno spero – in un’emergenza irreversibile, ma siamo a un bivio. La mia percezione è che questo momento sia ancora reversibile, o almeno mitigabile, ma che le nostre azioni nei prossimi anni conteranno moltissimo. Se continuiamo così, non riesco davvero a immaginare dove andremo a finire.

Quello che riesco a vedere lo vedo nel nostro piccolo: un campo che trattiene un po’ più d’acqua rispetto a cinque anni fa, un suolo che ha ripreso vita. Ma so anche che ogni evento estremo è più difficile da assorbire del precedente. Nel grande, invece, faccio fatica a capire dove si stia andando — e le scelte geopolitiche degli ultimi mesi non aiutano a ritrovare la direzione. Però continuiamo. Siamo una goccia, ma le gocce fanno il mare.

Questa intervista fa parte di un ciclo di dialoghi con persone e professionisti provenienti da diversi settori, con l’obiettivo di riflettere sul cambiamento climatico e sulle sue connessioni con la società, la filiera agroalimentare e altri ambiti. L’iniziativa è promossa da Deafal nell’ambito del progetto Participation 4 Change – Persone al centro del cambiamento, con il sostegno dell’Istituto Italiano Buddista Soka Gakkai, e rientra anche nel progetto CLAY – Creative Learning on Agroecology for Youth, finanziato dal programma Erasmus+.