Voci dal blackout: l’Iran senza internet tra isolamento, paura e crisi economica
Il giornalista freelance Erfan Efatinasab ha raccolto alcune interviste presso suoi connazionali in Iran. Il tema? Il blocco di internet imposto dal regime e le conseguenze che questa drastica misura sta comportando.
Sono passati più di sessanta giorni dall’inizio del blocco nazionale di internet in Iran, una misura presentata da Teheran come temporanea e imposta per contenere le proteste antigovernative e successivamente per controllare le informazioni legate al conflitto. Da allora, la vita quotidiana nel Paese è profondamente alterata: le comunicazioni sono difficili, l’accesso alle informazioni è limitato e milioni di persone si trovano sempre più isolate dal resto del mondo.
«Non finirà», racconta Hamid, un abitante di Teheran che ha chiesto di restare anonimo per ragioni di sicurezza. «Il governo si è sentito troppo sotto pressione per via delle proteste, delle denunce e delle testimonianze diffuse dalla popolazione. Ora vuole controllarle». Secondo NetBlocks, l’interruzione della rete si protrae ormai da oltre due mesi, coinvolge milioni di persone e sta aumentando la pressione economica su imprese e lavoratori.
Le autorità continuano a presentare le restrizioni come una misura temporanea. Ma le testimonianze raccolte all’interno del Paese raccontano una realtà più complessa e soprattutto profondamente diseguale. Secondo diverse fonti, un numero limitato di pacchetti del cosiddetto “Internet pro” sarebbe stato messo a disposizione di alcuni gruppi, con l’obiettivo dichiarato di garantire la continuità dei servizi essenziali, in particolare per le aziende attive in settori considerati critici. Il portavoce del governo ha riconosciuto l’esistenza di queste misure, definendole necessarie nell’attuale contesto.

Ma, stando ai racconti di diversi residenti, questi pacchetti sarebbero venduti a prezzi altissimi anche a singoli cittadini, attraverso centri di assistenza collegati anche a Hamrah Aval, uno dei principali operatori telefonici iraniani. Alcuni utenti raccontano di aver pagato fino a un milione di toman per un solo gigabyte di connessione: circa 4,5 euro al cambio di mercato. Una cifra che può sembrare bassa vista dall’Europa, ma che in Iran equivale a circa il 6% del salario minimo mensile, più o meno due giorni di lavoro per chi vive con lo stipendio minimo. Una cifra che rende un accesso stabile alla rete irraggiungibile per la maggior parte della popolazione.
Il funzionario della magistratura Mohsen Ejei ha respinto queste accuse e ha ordinato un’indagine. Una decisione che sembra riflettere la crescente pressione sulle autorità, chiamate a rispondere alle accuse di accesso privilegiato e disuguaglianze digitali. Nel frattempo, l’Organizzazione iraniana degli infermieri ha respinto del tutto l’idea di una connettività selettiva. Secondo l’organizzazione, un accesso libero e senza restrizioni a internet dovrebbe essere considerato un bene essenziale, soprattutto per chi ne ha bisogno per lavorare, curarsi, informarsi e mantenere relazioni.
Cresce la pressione economica
Più l’accesso alla rete si restringe, più diventano evidenti le conseguenze economiche del blocco. In un recente rapporto, il quotidiano Donya-e Eqtesad ha descritto le perdite giornaliere con un’immagine molto dura: ogni giorno di blocco provocherebbe danni paragonabili alla distruzione di grandi infrastrutture. Secondo il giornale, l’impatto economico quotidiano sarebbe equivalente alla perdita di quattro ponti B1 come quello di Karaj, distrutto durante la guerra, oppure alla scomparsa di due centrali elettriche al giorno.
Per i piccoli imprenditori però questi numeri non sono astrazioni. Sono affitti da pagare, ordini cancellati, clienti persi. Afsaneh ha 32 anni, vive a Mashhad e vende abbigliamento. Da quando Internet è stato bloccato, racconta, il suo reddito è quasi scomparso. «Tutte le mie vendite arrivavano da Instagram», spiega. «Ora, con Internet fuori uso, ho perso quasi tutto». Le autorità invitano cittadini e imprese a usare le piattaforme nazionali, ma molte persone non si fidano. «Non mi fido di quelle app», dice Afsaneh. «Non sono sicure. La gente ha paura che le proprie informazioni possano essere usate contro di loro».
In un Paese già segnato dall’inflazione e dall’aumento costante del costo della vita, la perdita del reddito online ha spinto molti sull’orlo del collasso economico. «Non riesco più nemmeno a pagare l’affitto», racconta. «I prezzi aumentano ogni giorno». Anche il mercato del lavoro comincia a mostrare segnali evidenti di tensione. Jobvision, una delle principali piattaforme per la ricerca di lavoro in Iran, ha registrato oltre 320.000 richieste in un solo giorno: un picco anomalo che diversi analisti collegano ai licenziamenti e al rallentamento delle attività economiche causati dal blocco della rete.
Tensioni politiche e messaggi contraddittori
Con l’aggravarsi della crisi economica, aumentano anche le tensioni politiche intorno al blocco di internet. Le spiegazioni fornite dalle autorità sono spesso contraddittorie. Behrouz-Azar, segretaria del presidente per gli affari femminili, ha definito le restrizioni come qualcosa di «imposto come una guerra», lasciando intendere che vi siano pressioni esterne. I critici però sostengono che la responsabilità principale sia da ricercare nelle scelte politiche interne.
Queste contraddizioni hanno riportato al centro del dibattito anche le promesse fatte in passato. Durante la campagna elettorale, il presidente iraniano aveva insistito più volte sull’importanza di un internet libero e accessibile, presentandolo come uno strumento fondamentale per la crescita economica e il progresso sociale. La situazione attuale ha spinto molti a chiedersi quanto potere reale abbia oggi l’amministrazione nel modificare la rotta.
In un’intervista televisiva, un consigliere senior del Ministro delle Comunicazioni ha dichiarato che sono in corso tentativi per ripristinare l’accesso «il prima possibile», ma che serve l’approvazione delle autorità superiori. Ha inoltre precisato che i pacchetti di “Internet professionale” non erano mai stati pensati per l’uso individuale e ha definito una violazione la loro vendita a privati invece che alle imprese che ne avrebbero effettivamente bisogno.
«Speriamo che internet torni subito oppure gradualmente», ha detto. Parole che suggeriscono come anche all’interno dello Stato il controllo della situazione possa essere frammentato. Nel frattempo alcune università hanno iniziato a offrire pacchetti di “Internet professionale” a studenti e ricercatori. L’Università di Teheran ha annunciato che le persone idonee potranno farne richiesta. La decisione però ha suscitato reazioni contrastanti. Alcuni temono che queste connessioni possano essere monitorate e che, proprio per questo, non siano adatte a comunicazioni sensibili.

Repressione e paure crescenti
Per molti iraniani, il blocco di internet non può essere separato dalla repressione delle proteste. Con le comunicazioni limitate cresce la paura che ciò che accade nel Paese diventi sempre più difficile da documentare, raccontare e condividere con l’esterno. «Non vogliono che il mondo sappia cosa sta succedendo», dice Hamid. Intanto, l’attenzione internazionale sulla situazione iraniana sta aumentando. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha recentemente scritto sui social media di essere preoccupato per le notizie secondo cui diverse donne arrestate in relazione alle proteste potrebbero rischiare l’esecuzione.
Dentro l’Iran, il capo della magistratura Mohseni Ejei ha assunto una posizione durissima, chiedendo ai giudici di accelerare l’emissione e l’applicazione delle sentenze. «Il nemico vuole che non procediamo con le esecuzioni», ha dichiarato, riferendosi alle critiche provenienti dall’estero. Ha inoltre definito alcuni detenuti «fanteria del nemico», presentando le proteste come parte di una più ampia minaccia alla sicurezza nazionale.
Nelle ultime settimane, le notizie di esecuzioni si sono moltiplicate. Secondo la magistratura, Sasan Azadvar, un giovane atleta di taekwondo arrestato durante le proteste è stato giustiziato il 30 aprile. Gli attivisti denunciano che alcuni detenuti sarebbero stati condannati senza un’adeguata assistenza legale e senza procedimenti giudiziari trasparenti. Anche l’Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani ha espresso preoccupazione, segnalando un aumento di esecuzioni, arresti, torture e confessioni forzate. Secondo i dati riportati, in Iran almeno 21 persone sarebbero state giustiziate e oltre 4.000 arrestate nel contesto della crisi in corso.
Il giornalismo sotto assedio
Per i giornalisti che lavorano all’interno del Paese, il blocco di internet ha reso quasi impossibile anche il lavoro più elementare. «Anche quando avevamo accesso a internet, la libertà di parola era fortemente limitata», racconta Shervin, reporter freelance di Teheran. «Ora, con internet chiuso, anche quello spazio minimo è scomparso».
Con le comunicazioni limitate cresce la paura che ciò che accade nel Paese diventi sempre più difficile da documentare
Secondo Shervin, le restrizioni hanno creato un terreno di gioco completamente sbilanciato. «I media vicini allo Stato hanno ancora accesso a internet internazionale», spiega. «Possono pubblicare, raccontare la loro versione dei fatti e orientare la narrazione. Le voci indipendenti invece sono tagliate fuori». Il risultato è un ecosistema informativo ancora più fragile, dove la disinformazione può diffondersi con maggiore facilità e dove diventa sempre più difficile verificarla, contestarla o proporre un racconto alternativo.
Un Paese offline
Quello che all’inizio poteva sembrare un’interruzione temporanea, oggi appare a molti come una nuova normalità. Il blocco non ha colpito soltanto le imprese, il lavoro e le comunicazioni quotidiane. Ha colpito anche la possibilità delle persone di raccontare ciò che vivono, di mantenere un legame con il mondo esterno, di far uscire dal Paese testimonianze, immagini, denunce. Per molti iraniani è ormai una questione di sopravvivenza: i costi aumentano, i redditi crollano, le opportunità si restringono. Ma per persone come Shervin c’è anche un’altra perdita, meno visibile ma altrettanto decisiva: la perdita della propria voce. Finché l’accesso alla rete non sarà ripristinato, molto di ciò che accade dentro l’Iran rischia di restare invisibile. E inascoltato.
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