12 Giugno 2026 | Tempo lettura: 9 minuti
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Lupi e orsi in Trentino: la convivenza è possibile? Ecco il parere di un antropologo

In Trentino la convivenza coi grandi predatori come lupi e orsi è una questione non solo etologica, ma anche culturale ed economica. Ecco cosa ne pensa Nicola Martellozzo, che per molti mesi ha portato avanti uno studio antropologico fra allevatori, agricoltori, cacciatori, escursionisti e gente che vive il territorio.

Autore: Luca Bartolucci
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Il ritorno dei lupi in regioni e territori dove era stato “eradicato” – ovvero sterminato – sta mettendo alla prova la capacità delle comunità di trovare un equilibrio con questo selvatico. Dobbiamo ricordare infatti che il lupo era annoverato tra le specie “nocive” e – al pari di volpe, faina, donnola, rapaci diurni e notturni e altri – poteva essere legalmente perseguitato. Nel 1971, quando oramai la specie era ridotta a qualche centinaio di esemplari, è stata approvata la prima legge di protezione. Da questo punto di vista il lupo è uno dei pochi successi di salvataggio della biodiversità. Tuttavia, la “re-diffusione” spontanea di questo selvatico non è una questione da sottovalutare.

L’apparizione di questo selvatico nelle campagne coltivate e antropizzate, finanche alle periferie delle città, innesca il mondo del “percepito”, che talvolta è di protezione estrema, altre volte pregiudizialmente oppositiva. Inoltre dovremmo tutti realizzare che non possiamo chiedere a un selvatico di cambiare la sua natura. Per questo motivo la coesistenza non violenta con i grandi carnivori sarà possibile solo se le comunità accetteranno un certo tipo di “atteggiamento”. Insomma, è una questione culturale che ci deve spingere a indagare l’animo delle persone.

Di questo e di molto altro abbiamo parlato con Nicola Martellozzo. Nicola è ricercatore presso il Dipartimento di Filosofia e Beni culturali dell’Università Ca’ Foscari di Venezia e da alcuni anni si occupa delle relazioni tra le comunità alpine e i grandi carnivori, focalizzandosi sulle percezioni e le tensioni sociali legate all’orso all’interno del Parco Naturale Adamello Brenta, in Provincia di Trento.

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L’antropologo Nicola Martellozzo

Nicola, ci spieghi come mai ti occupi di grandi carnivori?

È un interesse nato non tanto dalla teoria quanto dal contatto reale con persone e comunità. Ai grandi carnivori sono arrivato attraverso le esperienze delle mie precedenti ricerche in Trentino: ho trascorso quattro anni in Val di Fiemme occupandomi dell’impatto sociale della tempesta Vaia e dell’epidemia di bostrico, cercando di capire cosa significasse per quella comunità vivere in un ambiente così profondamente mutato.

E in questi mutamenti c’era anche la presenza di nuove specie. Alcune ritornate, come il lupo, altre davvero “nuove”, come lo sciacallo dorato. Poi nel 2022 ho avuto la fortuna di incontrare la professoressa Roberta Raffaetà, che oltre a essere una validissima antropologa abita in Val Rendena ed è quindi particolarmente sensibile al tema dei grandi carnivori. Quando ho saputo del suo progetto di ricerca, in collaborazione con il Parco Naturale Adamello Brenta, ho pensato fosse un’opportunità imperdibile per affrontare questi temi.

Cosa c’entra l’antropologia con la questione degli orsi e dei lupi?

Siamo abituati a pensare all’antropologo come a qualcuno che si occupa esclusivamente di esseri umani, magari di società distanti ed “esotiche”. Ma tutti noi, quale che sia l’ambiente in cui viviamo, siamo in relazione costante con altre specie viventi: da quelle domestiche che coltiviamo, accudiamo o mangiamo, a quelle selvatiche che ignoriamo, studiamo o guardiamo con meraviglia e talvolta timore.

E su tutte queste specie tendiamo a proiettare emozioni, valori e simboli. Semplificando, per lungo tempo l’antropologia ha considerato i grandi carnivori solo come “bersaglio” di proiezioni culturali, ad esempio raccogliendo e studiando rituali riguardanti l’orso o leggende riferite al lupo. Oggi però chi si occupa della cosiddetta “antropologia ambientale” fa qualcosa di diverso: ribalta il punto di vista e analizza l’influenza di questi animali nelle società umane. Nel mio caso, la domanda che ha guidato l’intera ricerca è stata: “In quali modi orsi e lupi hanno cambiato il modo di vivere e lavorare nelle vallate trentine?”. E intendo proprio nella concretezza della vita delle persone, considerando l’influenza sociale, economica, emotiva dei grandi carnivori.

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In cosa sono consistite le attività che hai condotto nel Parco Naturale Adamello Brenta?

Prima di iniziare qualunque attività c’è stata una fase preparatoria in cui abbiamo raccolto ed esaminato buona parte di quello che già era stato scritto sul rapporto fra grandi carnivori e comunità trentine. E non parlo solo di letteratura scientifica, ma anche di report ufficiali della Provincia e del Parco, documenti relativi al progetto di reintroduzione Life Ursus, testi storici, insomma tutto quello che ci poteva dare le coordinate per orientarci nella ricerca. Dopodiché siamo partiti con le attività “di campo” vere e proprie, che per me ha voluto dire trascorrere all’incirca 22 mesi in Val Rendena e nelle vallate limitrofe.

Le estati le ho passate tra gli alpeggi insieme a malgari, pastori e al loro bestiame. Ho frequentato i boschi insieme a cacciatori e raccoglitori di funghi, aiutato apicoltori durante i periodi di sciamatura, compiuto escursioni con guide alpine e accompagnato gli operatori del Parco durante i loro monitoraggi. Insomma, ho praticato quella che in antropologia viene chiamata “osservazione partecipante”, una tecnica che permette di guardare ciò che avviene dall’interno, prendendo parte alle situazioni anziché rimanere un osservatore distaccato. Tutte le altre attività si basano sostanzialmente su questa, perché permette di stabilire un rapporto di fiducia con le persone.

Come ti avvicini alle persone?

La prima cosa è la trasparenza: spiego chi sono, cosa ci faccio lì e su che cosa sto lavorando. Tieni conto che il dibattito sui grandi carnivori è particolarmente duro in Trentino e per alcuni anche doloroso, perciò occorrono sempre molta attenzione e sensibilità quando se ne discute. Le interviste cominciamo con delle domande-guida per inquadrare il tema, ma poi preferisco lasciare più spazio possibile a chi ho davanti, ascoltando e prendendo nota di ciò che emerge.

Ecco, più che fare le domande “giuste” mi viene da dire che è cruciale saper dare la “giusta attenzione” a ciò che viene detto. Può sembrare banale, ma una delle cose emerse all’inizio della ricerca è stato proprio il fatto che molte persone – indifferentemente dal loro ruolo sociale – non si sentivano e non si sentono ascoltate sul tema dei grandi carnivori.

Come raccogli i dati?

Abbiamo usato strumenti diversi per raccogliere tipi di dati diversi. Le interviste cui accennavo sono un esempio, ma ne occorrono molte per avere un quadro abbastanza ampio: parliamo di diverse ore di registrazione e centinaia di pagine trascritte consensualmente, analizzate attraverso metodi quantitativi e qualitativi.

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Abbiamo anche elaborato un questionario dedicato alla percezione sociale dei grandi carnivori. È uno strumento che abbiamo “costruito” partendo dalle esperienze di campo, vale a dire che le sue 126 domande sono state pensate sulla base dei temi emersi nelle interviste e dal confronto con la comunità. Complessivamente abbiamo ottenuto 2070 compilazioni, che comprendono anche più di un migliaio di commenti alle risposte aperte.

Come si possono sintetizzare i risultati del tuo lavoro?

Penso che due punti siano particolarmente rilevanti: anzitutto il dibattito sociale, che nei media tradizionali, nei social media e nei confronti politici sembra diviso fra due unici schieramenti, fra chi è totalmente favorevole e chi è completamente contrario ai grandi carnivori. Vivendo la realtà sociale dall’interno posso dire che non è così: le persone hanno spesso posizioni intermedie, al di là del “sì” e del “no”. Tuttavia – ed è questo il punto importante – non trovano uno spazio in cui potersi esprimere. Finiscono col rimanere in silenzio o aderire superficialmente all’una o all’altra retorica, quando per molti di loro la questione non è legata tanto all’animale in sé.

E qui vengo al secondo punto: orsi e lupi sono sicuramente un problema per le comunità trentine, ma non sono certo il problema, con la “P” maiuscola. I grandi carnivori agiscono come dei “detonatori” sociali, aggravando situazioni già fragili. Una predazione in alpeggio, ad esempio, inasprisce problemi legati alla marginalità economica dell’allevamento in montagna, alla produzione di latte o al cambio nelle normative PAC.

In quali modi orsi e lupi hanno cambiato il modo di vivere e lavorare nelle vallate trentine?

Che idea ti sei fatto della situazione? Le persone che si oppongono a una soluzione appartengono a categorie peculiari o è una questione di percezione individuale?

Allora, da un lato è chiaro che le posizioni più dure verso i grandi carnivori vengono da chi è stato in qualche modo danneggiato dalla loro presenza: allevatori e pastori che perdono parte della mandria, apicoltori che trovano le arnie saccheggiate e così via. Ma non si può generalizzare: ho conosciuto cacciatori inveterati contenti del ritorno del lupo e allevatori del tutto indifferenti al passaggio degli orsi e ben più preoccupati dai cani dei turisti.

Molta dell’insofferenza verso queste specie nasce dai limiti e dalle insufficienze delle istituzioni che dovrebbero gestirle. Se ripenso alle persone conosciute in questi anni, più che di opposizione vera e propria parlerei di un senso di frustrazione e sfiducia: frustrazione nel non trovare ascolto ai propri problemi, sfiducia verso un sistema percepito come distante e inefficace.

A tuo avviso, quali sono i presupposti per una pacifica convivenza?

La convivenza non può essere qualcosa di imposto, né un concetto astratto calato dall’alto. Va costruita concretamente e contestualmente. Convivere con il lupo e l’orso in Trentino non è lo stesso che farlo in Abruzzo, in Piemonte o altrove, perché diverse sono le condizioni sociali, diverse le relazioni tra umani e grandi carnivori e quindi diversi saranno i potenziali problemi.

Penso che su questo l’antropologia possa essere utile: sia per individuare le questioni sociali più rilevanti per ciascuna comunità, sia per fornire quel tipo di ascolto attento che permetta di superare il senso di frustrazione provato da molti. Per quanto riguarda la sfiducia verso le istituzioni, questo è un problema ancora più complesso.

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Cosa dovrebbero fare le istituzioni per raggiungere questo risultato?

In questi anni ho avuto l’opportunità di confrontarmi con molte istituzioni che si occupano di grandi carnivori in Trentino: dall’amministrazione provinciale con il suo Servizio faunistico al Parco Naturale Adamello Brenta, fino ai centri di ricerca. Tutti, chi più chi meno, riscontrano una generale perdita di fiducia e autorevolezza da parte dei cittadini, problema che per altro non riguarda solo la gestione dei grandi carnivori.

Se parliamo di chi fa ricerca e comunicazione su queste specie, penso che lavorare in modo scientifico e “laico” ripaghi ancora in termini di fiducia. Più difficile nel caso di enti territoriali come i Parchi, su cui gravano spesso tensioni legate ad altre questioni, come l’accessibilità o l’uso delle risorse ambientali. Per le istituzioni che effettivamente hanno la responsabilità della gestione dei grandi carnivori invece è fondamentale riuscire a mantenere una policy, come si dice, che non cambi continuamente a seconda del vento politico o per accontentare gli interessi di questo e quel gruppo.

Questo non vuol dire escludere ogni cambiamento: sarebbe assurdo restare immobili mentre la presenza di orsi e lupi muta nei numeri, nella distribuzione, nelle caratteristiche. Ma occorre impostare una linea d’azione coerente fra i diversi territori della Penisola e condivisa nelle possibilità di gestione. Uscire da quella logica emergenziale fatta di azioni che arrivano dopo i fatti di cronaca e provvedimenti contraddittori. Questo aiuterebbe di certo le istituzioni a riguadagnare un po’ di fiducia, ma per mantenerla devono rimanere vicine alle comunità che si trovano a convivere, volenti o nolenti, con questi animali.

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