Cosa c’entra il caso Sea-Watch con il referendum sulla giustizia
Una sentenza riconosce oltre 76mila euro di danni patrimoniali (più spese legali) per il fermo della Sea-Watch 3 nel 2019. Il caso riaccende lo scontro politica-toghe mentre si avvicina il referendum sulla giustizia.
Il 18 febbraio il Tribunale di Palermo ha condannato lo Stato a risarcire la Ong tedesca Sea-Watch per i danni patrimoniali legati al fermo amministrativo della nave Sea-Watch 3 avvenuto a Lampedusa tra il 12 luglio e il 19 dicembre 2019.
L’importo riconosciuto è di circa 76mila euro di spese documentate, a cui si aggiungono 14mila euro per le spese di giudizio. La decisione, come ricordato dallo stesso presidente del Tribunale, è impugnabile: non è quindi detto che la vicenda sia chiusa sul piano processuale.
La sentenza si innesta su una sequenza di atti amministrativi e ricorsi che, all’epoca, tennero la nave ferma per mesi dopo il caso che coinvolse la comandante Carola Rackete. Secondo la ricostruzione riportata dalle agenzie, Sea-Watch aveva presentato opposizione al prefetto di Agrigento; non sarebbero arrivate risposte e, in base alla disciplina richiamata, questo avrebbe prodotto un silenzio-accoglimento che avrebbe dovuto far cessare il sequestro.
Nonostante ciò la nave rimase bloccata fino a quando, con un ricorso d’urgenza, il Tribunale dispose la restituzione il 19 dicembre 2019. È su questo percorso che oggi matura il riconoscimento economico. Durante i mesi di blocco, infatti, la Sea-Watch ha sostenuto costi documentati (gestione, manutenzione, adempimenti tecnici e operativi) senza poter operare. Il risarcimento, quindi, non riguarda un “danno morale” o politico, ma il rimborso dei costi vivi imputati a un fermo ritenuto illegittimo e protratto oltre il consentito.
Sul risarcimento si è riaperto uno scontro politico già acceso sul tema immigrazione. La Presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha criticato pubblicamente la decisione, presentandola come un segnale che renderebbe più difficile l’azione del governo contro l’immigrazione irregolare; anche Matteo Salvini ha parlato di “scelta incredibile”, collegandola esplicitamente alla campagna referendaria sulla giustizia.
In risposta, il presidente del Tribunale di Palermo Piergiorgio Morosini ha invitato a distinguere il diritto di critica dalla delegittimazione, ricordando che la sentenza nasce da contraddittorio e valutazione delle prove. Sea-Watch, dal canto suo, rivendica la cornice del diritto internazionale e della “disobbedienza civile” come argine a decisioni ritenute lesive dei diritti delle persone soccorse.
A circa un mese dal voto del referendum sulla riforma della giustizia, questo ennesimo scontro fra governo e magistratura mette in evidenza i punti caldi della questione. il governo tende a leggere interventi e decisioni dei giudici come un intralcio alla linea di contrasto all’immigrazione irregolare, soprattutto quando toccano strumenti operativi come fermi, trattenimenti e procedure amministrative. La magistratura, dal canto suo, rivendica il ruolo di controllo di legalità sugli atti dell’esecutivo: non entra nel merito politico delle scelte, ma verifica se i provvedimenti rispettano norme, garanzie e tempi previsti.
Il dibattito si incrocia quindi con quello sul referendum sulla giustizia del 22-23 marzo 2026, centrato sulla riforma costituzionale che punta, tra le altre cose, alla separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri e a cambiamenti nell’autogoverno della magistratura. I sostenitori della riforma la presentano come un modo per ridurre conflitti d’interesse e politicizzazione; i contrari temono invece un indebolimento dell’indipendenza e un maggiore controllo dell’esecutivo sull’azione penale.
L’immigrazione diventa così uno dei terreni simbolici in cui si misura l’equilibrio tra poteri: le scelte del governo su trattenimenti, fermi, trasferimenti e politiche di frontiera trovano nella magistratura un contrappeso che può correggere o annullare i provvedimenti.






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