È uscita la classifica dei paesi in base alle performance climatiche del 2026
L’Italia è al 46° posto, con una performance giudicata bassa, mentre l’Unione europea nel complesso è al 20° posto.
Alla COP30 di Belém è stato presentato l’Indice di Performance sui Cambiamenti Climatici 2026. A dieci anni dall’Accordo di Parigi, il quadro è ambivalente: le politiche climatiche globali hanno prodotto alcuni risultati, ma la velocità del cambiamento resta insufficiente per contenere il riscaldamento entro 1,5 °C.
Il Climate Change Performance Index (CCPI) è un indicatore sviluppato da Germanwatch, NewClimate Institute e Climate Action Network International. È uno strumento di monitoraggio che confronta gli sforzi di mitigazione climatica dei Paesi, cioè tutte le azioni volte a ridurre le cause del riscaldamento globale, in particolare le emissioni di gas serra. Analizza 63 Stati più l’Unione europea, responsabili complessivamente di oltre il 90% delle emissioni globali.
L’indice valuta la performance su quattro aree: emissioni di gas serra (che pesano per il 40% del punteggio), energia rinnovabile (20%), uso dell’energia (20%) e politiche climatiche (20%). Per “gas serra” si intendono i gas – come anidride carbonica, metano, protossido di azoto – che intrappolano il calore nell’atmosfera e aumentano la temperatura media del pianeta. La parte sulle politiche climatiche si basa sul giudizio di circa 450 esperti indipendenti, che osservano coerenza tra obiettivi dichiarati e misure concrete.
Nella classifica 2026 nessun Paese occupa i primi tre posti, riservati agli Stati che hanno adottato misure considerate adeguate: significa che, secondo gli autori, nessuno (almeno fra i Paesi ricchi) è ancora su un percorso compatibile con l’obiettivo di contenere il riscaldamento ben al di sotto dei 2 °C e possibilmente entro 1,5 °C. Al primo posto utile (il quarto) troviamo la Danimarca, stabile tra i leader per qualità delle politiche e sviluppo delle rinnovabili, seguita dal Regno Unito e dal Marocco.
Il rapporto sottolinea anche i progressi globali: le emissioni pro capite mostrano un trend in calo, le energie rinnovabili crescono rapidamente e oltre cento Paesi hanno adottato impegni per arrivare a emissioni nette pari a zero entro la metà del secolo. Allo stesso tempo, però, le analisi delle Nazioni Unite indicano che, con le politiche attuali, il mondo è ancora su una traiettoria di riscaldamento attorno ai 2,5–3 °C entro il 2100, ben al di sopra della soglia di sicurezza individuata dalla comunità scientifica.
L’Italia scende al 46° posto, con una valutazione complessiva “bassa” e tre posizioni perse rispetto all’anno precedente. Gli esperti evidenziano criticità nelle politiche nazionali: il rinvio dell’uscita dal carbone al 2038, la presenza di decine di nuovi progetti di infrastrutture per i combustibili fossili e l’uso ancora limitato del potenziale nazionale in termini di energia da fonti pulite. Viene giudicato insufficiente anche il livello degli obiettivi sulle rinnovabili al 2030, considerati al di sotto di quanto realisticamente raggiungibile.
Per quanto riguarda l’Unione europea, il CCPI colloca il blocco di paesi al 20° posto, con un giudizio “medio”. L’UE ha rafforzato il proprio quadro normativo con la Legge europea sul clima, che prevede una riduzione netta delle emissioni almeno del 55% entro il 2030 rispetto ai livelli del 1990 e la neutralità climatica entro il 2050. Tuttavia gli esperti segnalano dubbi sulla reale attuazione dei Piani nazionali energia e clima da parte degli Stati membri e criticano la tendenza ad ammorbidire alcuni obiettivi intermedi, ritenuti non pienamente coerenti con il limite di 1,5 °C.
Il quadro appare ancora più preoccupante se si guarda al G20, il gruppo che riunisce le principali economie mondiali e che da solo è responsabile di oltre il 75% delle emissioni globali. Nel CCPI 2026 solo un Paese del G20 (il Regno Unito) rientra tra gli “alti” performer, mentre dieci sono classificati nella fascia “molto bassa”. Tra questi troviamo Stati Uniti, Russia, Arabia Saudita, Cina, Australia e altri grandi produttori ed esportatori di combustibili fossili, che rallentano la transizione energetica globale.
La COP30 di Belém, ospitata nel cuore dell’Amazzonia, è la conferenza che segna simbolicamente i dieci anni dall’Accordo di Parigi. L’attenzione è rivolta soprattutto ai nuovi NDC – i “contributi determinati a livello nazionale”, cioè i piani climatici che ogni Paese presenta, con i propri obiettivi di riduzione delle emissioni e le politiche previste per raggiungerli – e alla loro effettiva attuazione. La presidenza brasiliana insiste sulla dimensione dell’“implementazione”, cioè sul passaggio dagli impegni sulla carta alle trasformazioni reali nei sistemi energetici, nei trasporti, nell’agricoltura, nelle città.

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