Una frana in Molise sta dividendo in due l’Italia, mostrando il conto della crisi climatica
La riattivazione della frana di Petacciato blocca A14 e ferrovia adriatica. Oltre l’emergenza, torna il nodo di un Paese esposto a piogge estreme, dissesto idrogeologico e ritardi nell’adattamento.
Le forti piogge che hanno colpito la costa molisana hanno riattivato la frana di Petacciato, che da oltre un secolo interessa questo tratto di litorale. Il nuovo cedimento ha causato la chiusura di un tratto dell’autostrada A14, lo stop alla linea ferroviaria adriatica fra Molise e Abruzzo, deviazioni, ritardi, cancellazioni e pesanti ripercussioni sulla circolazione di persone e merci lungo uno dei principali assi di collegamento tra Nord e Sud, di fatto tagliando a metà il versante adriatico del Paese.
Migliaia di viaggiatori stanno facendo i conti con stazioni affollate, autobus sostitutivi e tempi di percorrenza dilatati. Sull’autostrada, la chiusura del tratto interessato ha provocato code, deviazioni verso l’entroterra e forti difficoltà anche per il traffico pesante, in una regione, il Molise, che dispone di collegamenti alternativi limitati e spesso inadatti a reggere flussi eccezionali.
La frana di Petacciato è un fenomeno noto, studiato da decenni, e la sua riattivazione arriva dopo un periodo di precipitazioni intense. Dal punto di vista geologico, nasce da una combinazione molto particolare di strati profondi e inclinazione del versante. Lo strato più profondo di terreno è ricoperto dalle cosiddette argille azzurre, materiali che quando assorbono molta acqua perdono consistenza e diventano più cedevoli; sopra di esse si sono depositati nel tempo strati più compatti di sabbie e ghiaie, quelli su cui è stato costruito il paese. L’intero sistema è inclinato verso il mare e, quando nel sottosuolo si accumula acqua per settimane o mesi, soprattutto dopo stagioni molto piovose e disgelo, l’equilibrio si altera. Il risultato non è un crollo improvviso, ma un movimento complesso e profondo, fatto di rotazioni e scivolamenti successivi che coinvolgono un fronte molto ampio.
Per questo, nella fase attuale, l’unica vera possibilità è attendere che il movimento rallenti e si arresti. La riattivazione di Petacciato non può essere fermata con un intervento rapido, anche perché dipende da dinamiche profonde del terreno e dall’acqua accumulata nel sottosuolo. Finché la frana resta attiva, intervenire su autostrada, ferrovia e viabilità locale è impossibile o estremamente rischioso. Solo dopo una nuova stabilizzazione temporanea sarà possibile valutare i danni, mettere in sicurezza l’area e avviare i lavori di ripristino, che secondo la Protezione civile non avranno comunque tempi brevi.
Dietro l’emergenza c’è però una questione più ampia. La frana di Petacciato riporta al centro il rapporto fra dissesto idrogeologico e crisi climatica di origine antropica. Sebbene sia scorretto attribuire automaticamente ogni singolo evento al cambiamento climatico (esiste una branca di ricerca specifica per quello, si chiama scienza dell’attribuzione), è tuttavia sempre più chiaro che piogge estreme, concentrate in poco tempo, aumentano la pressione su territori fragili, suoli argillosi e infrastrutture costruite in aree esposte.
L’ultimo rapporto sul dissesto idrogeologico dell’ISPRA, l’istituto pubblico per la ricerca e protezione ambientale, segnala che i pericoli associati a precipitazioni intense ed eventi meteorologici estremi rappresentano una minaccia crescente per il territorio italiano. Il 23% del territorio nazionale è in pericolo di frana e il 94,5% dei comuni italiani è esposto a rischio per frane, alluvioni, valanghe o erosione costiera.
Il caso molisano richiama anche quanto accaduto a Niscemi, in Sicilia, dove a gennaio 2026 un grande movimento franoso sul versante ovest ha portato all’attivazione del Centro operativo comunale, ad assistenza straordinaria alla popolazione e a centinaia di famiglie coinvolte secondo gli aggiornamenti diffusi nelle settimane successive.
Petacciato e Niscemi ci mandano un segnale chiarissimo: servono monitoraggio continuo, manutenzione dei versanti, pianificazione urbanistica, reti infrastrutturali meno vulnerabili e politiche di adattamento climatico capaci di agire prima dell’emergenza.





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