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11:56 26 Marzo 2026 | Tempo lettura: 3 minuti

Madri palestinesi e israeliane marciano insieme a piedi scalzi per chiedere la pace

A Roma una madre palestinese e una israeliana hanno marciato insieme, seguite da decine di altre donne, nell’ambito di un’iniziativa globale per chiedere la pace in Medio Oriente.

Autore: Redazione
donne pace
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Si chiama Barefoot Walk: Mothers’ Call for Peace – letteralmente “camminata a piedi nudi, l’appello per la pace delle madri” – ed è un’iniziativa lanciata dalla rete globale Vital Voices, che dal 1997 sostiene donne change makers in giro per il mondo. In Italia alla chiamata hanno risposto Reem Al Hajajreh e Yael Admi, rispettivamente palestinese e israeliana, che hanno attraversato il centro di Roma, dall’Ara Pacis al Pincio, guidando un partecipato corteo e lo hanno fatto a piedi nudi.

Le due donne sono candidate al Premio Nobel per la Pace e hanno portato la voce delle madri dei 20.000 bambini uccisi – senza contare le molte decine di migliaia di feriti e dispersi – chiedendo che le ostilità cessino davvero. Dal cessate il fuoco fittizio annunciato da Trump lo scorso ottobre infatti, secondo la piattaforma Statista sono quasi 6000 le persone uccise a Gaza dalle azioni dell’esercito israeliano, che hanno proseguito senza interruzione anche dopo la tregua.

«Ho visto mia madre perdere suo figlio maggiore. Non ce l’ha fatta ad andare avanti ed è morta di dolore. Sono consapevole del fatto che la nostra responsabilità è superare questo dolore e questa agonia e trovare la forza per prenderci cura degli altri bambini, delle generazioni che verranno, perché questo è il nostro compito di madri. Quando penso a mia madre so che il nostro dovere è prevenire guerre evitabili, che non servono a nessuno, perché non c’è nessuna ragione al mondo per cui una madre debba seppellire il proprio figlio a causa di una guerra», ha detto Yael Admi in un’intervista.

La donna ha proseguito il suo discorso richiamando l’umanità che unisce le madri di tutto il mondo, di tutti i paesi in guerra, senza distinzione, poiché tutte hanno un unico obiettivo. «Quando sono nel rifugio – ha proseguito – e cerco di calmare i miei nipoti, atterriti per i bombardamenti, penso alle madri in Israele, Palestina, Libano, alle madri iraniane: noi vogliamo tutte la stessa cosa, cioè che i nostri figli non vengano uccisi. E possiamo cambiare la realtà».

La ha fatto eco Reem Al Hajajreh, che è intervenuta con dichiarazioni ancora più incisive, quasi politiche: «Le donne devono essere parte integrante del tavolo dei negoziati, devono partecipare per cercare di portare la società civile verso un progresso e devono difendere i propri figli. Questo è un loro diritto. Per questo motivo devono esprimere con forza la loro rabbia davanti a queste guerre. Oggi i miei figli partecipano a questa marcia e questa è la dimostrazione del successo che ha avuto, a partire dall’ambito familiare. Ho insegnato ai miei figli a rivendicare i loro diritti usando la nonviolenza e il dialogo».

Nella mattinata di ieri, le due donne hanno incontrato anche il Papa Leone XIV. Un’occasione per ribadire ancora una volta la necessità di rimettere le donne al centro del dibattito: ««In questo processo politico nella regione sono state escluse le donne e sono stati esclusi anche i leader religiosi». Allargando lo sguardo, Yael Admi ha dichiarato che «penso che sia il momento di costruire una coalizione regionale di donne, perché la soluzione del conflitto israelo-palestinese è un fattore chiave per la stabilità dell’intera regione».

Vuoi approfondire?

Leggi il nostro articolo su Neve Shalom Wahat al-Salam, la comunità israelo-palestinese fondata su dialogo e convivenza.

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