Cose importanti che sono successe che riguardano Palestina e Israele (di cui nessuno parla più)
Nei giorni scorsi, nonostante la narrazione dei media mainstream e i trend sui social abbiano “declassato” l’argomento, si sono verificati diversi fatti molto rilevanti per la situazione in Palestina.
Sostituito da altri trending topic – uno su tutti, le Olimpiadi Invernali di Milano e Cortina –, il genocidio in corso a Gaza e la politica israeliana in Cisgiordania sono progressivamente spariti dagli schermi televisivi, dei computer e degli smartphone, con un’agenda media che ha ridotto drasticamente lo spazio dedicato al tema. Eppure continuano ad accadere fatti estremamente rilevanti.
Uno su tutti: secondo il Ministero della Salute gazawi, dal cessate il fuoco proclamato da Trump il 10 ottobre scorso sono stati uccisi 591 palestinesi e feriti più di 1500. Il genocidio sembra tutt’altro che concluso dunque: gli attacchi dell’esercito israeliano proseguono a un ritmo quotidiano e hanno portato le vittime totali a circa 72.000. 2842 di loro – secondo i dati emersi da una recente inchiesta di Al Jazeera – sono stati uccisi da bombe termobariche, armi vietate dal diritto internazionale che possono portare la temperatura fino a 3500° facendo letteralmente evaporare i loro obiettivi – in questo caso migliaia di persone.
Un effetto tangibile della presunta pace promessa da Trump con l’accordo del 10 ottobre è l’inizio di quello che pare essere un progetto politico strutturato del Governo israeliano, che il 10 febbraio ha approvato una serie di misure che, violando gli Accordi di Oslo sottoscritti nel 1995 dallo stesso Governo israeliano, “annullano le norme giordane sull’acquisizione di terreni in Cisgiordania, annullano l’obbligo di un permesso di transazione per l’acquisto di terreni da parte degli israeliani e privano l’Autorità Palestinesi dei suoi poteri nelle aree A e B, espandendo l’autorità israeliana su quelle zone”, spiega Valori.
Il sociologo israeliano Yael Berda fornisce una lettura di queste misure che riguardano la Cisgiordania – dove, vale la pena ricordarlo, Hamas non è mai stato presente – spiegando che “Israele non si limita più ad aggirare gli accordi di Oslo, che in origine miravano a ridurre l’occupazione israeliana, ma punta a capovolgere l’intero sistema. Abbiamo cercato di sottolineare che si tratta di un’annessione de jure e non solo strisciante o de facto, ma ora non c’è più bisogno di discuterne. Lo stanno dicendo e lo stanno facendo”.
In Italia intanto, la Commissione Affari Costituzionali del Senato ha approvato il DDL Romeo sull’antisemitismo. Il testo – che sta seguendo l’iter per diventare legge – si rifà alla definizione di antisemitismo elaborata dall’Alleanza internazionale per la memoria dell’Olocausto. Tuttavia per molti osservatori si configura una forzatura. Ad esempio Amnesty International fa notare che “numerosi esperti di antisemitismo, studiosi dell’ebraismo e dell’Olocausto, insieme a specialisti in materia di libertà di espressione e di contrasto al razzismo, hanno contestato la definizione dell’IHRA perché rischia di limitare le critiche legittime allo stato di Israele e di indebolire, invece di rafforzare, la lotta contro l’antisemitismo“.
“In diversi stati, soprattutto negli Stati Uniti e in Europa, questa definizione viene usata per qualificare come antisemite posizioni politiche critiche verso Israele, ostacolando in questo modo proteste pacifiche, forme di attivismo, ricerche delle stesse organizzazioni per i diritti umani e, in generale, il dibattito pubblico sulle politiche israeliane”, sottolinea ancora Amnesty. Il DDL prevede una serie di azioni di mappatura, prevenzione, contrasto e formazione che sfociano anche nel controllo dei social media e delle iniziative in ambito scolastico.
Un’altra notizia rilevante risale al 7 febbraio, giorno in cui la relatrice speciale ONU per i Territori palestinesi Francesca Albanese è intervenuta all’Al Jazeera Forum, incontro organizzato dall’emittente araba, pronunciando nel corso del suo discorso la frase “noi ora vediamo che come umanità abbiamo un nemico comune e le libertà, il rispetto delle libertà fondamentali è l’ultimo strumento di pace che abbiamo per riconquistare la nostra libertà”.
Tale frase le è valsa un attacco del Ministro degli Esteri francese Jean-Noël Barrot – a cui si sono accodati anche i Governi di Austria e Germania – che ha chiesto ufficialmente la revoca del mandato presso le Nazioni Unite per aver definito Israele “un nemico comune”. Cosa che però Albanese non ha mai fatto, come fa notare il nostro direttore Andrea Degl’Innocenti nella rassegna di oggi, riportando anche la replica della relatrice: “Il nemico comune dell’umanità è il sistema che ha abilitato il genocidio in Palestina, compreso il capitale finanziario che lo finanzia, gli algoritmi che lo nascondono e le armi che lo rendono possibile”.






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