Il petrolio venezuelano dopo la cattura di Maduro rischia di diventare una bomba climatica
Dopo il blitz USA e la cattura di Maduro Trump punta a rilanciare l’estrazione in Venezuela. Esperti e ONG avvertono: costi enormi, rischi politici e impatto climatico elevato.
L’arresto di Nicolás Maduro e di sua moglie Cilia Flores, trasferiti negli Stati Uniti e comparsi in tribunale a Manhattan, ha aperto una crisi politica in Venezuela e un nuovo fronte geopolitico sulle risorse energetiche, mettendo in allarme – fra gli altri – anche gli scienziati del clima.
Nelle ore successive alla cattura/rapimento di Maduro, Donald Trump ha collegato esplicitamente l’operazione a un obiettivo economico: rimettere mano al petrolio venezuelano e far ripartire la produzione con il coinvolgimento di compagnie USA, sostenendo che gli investimenti verrebbero “ripagati” dai proventi dell’estrazione. Il Venezuela possiede le maggiori riserve accertate al mondo ma fin qui non è stato in grado di sfruttarle appieno per via di un’infrastruttura industriale deteriorata e un settore segnato da anni di crisi e sanzioni.
Un articolo del Guardian mette in guardia sui rischi climatici di un’estrazione massiccia del petrolio venezuelano. Gli esperti citati dal quotidiano britannico avvertono che un aumento significativo dell’estrazione, anche senza tornare ai picchi storici, si tradurrebbe in un aumento di emissioni quando quel carburante viene bruciato e rischierebbe di indebolire gli sforzi globali di riduzione dei fossili.
Questo effetto potrebbe essere dovuto non solo all’aumento della produzione petrolifera in sé, ma all’effetto che questa potrebbe avere su tutto il sistema energetico globale. Più offerta di petrolio infatti può abbassare i prezzi e rallentare la transizione verso rinnovabili ed elettrificazione. Inoltre, la roadmap dell’Agenzia internazionale dell’energia (IAE) indica che per il raggiungimento delle emissioni nette zero in un percorso compatibile con gli obiettivi dell’Accordo di Parigi (circa 1,5°C di innalzamento delle temperature rispetto all’epoca preindustriale), non devono essere sfruttati altri giacimenti oltre quelli già approvati.
Nel caso venezuelano, poi, pesa anche la qualità del greggio: gran parte delle riserve è nell’Orinoco Belt ed è di una tipologia considerata pesante ed extra-pesante, con alte quantità di zolfo e densità molto elevata, caratteristiche che richiedono processi di diluizione e spesso upgrading (ovvero un insieme di processi industriali che “migliorano” il greggio grezzo per renderlo più leggero e più facilmente raffinabile e trasportabile), quindi più energia e più emissioni per barile rispetto a molti greggi convenzionali. Questo contribuisce a spiegare perché diversi osservatori parlino di petrolio “più sporco” dal punto di vista climatico e perché l’industria valuti con cautela un’espansione rapida dell’estrazione.
Inoltre, a pesare non è soltanto la CO₂ finale, ma anche il metano e la gestione dei sottoprodotti in estrazione. Un lavoro scientifico basato anche su osservazioni satellitari stima emissioni di metano elevate nel paese e segnala che queste sembrerebbero significativamente più alte rispetto a quelle riportate nei conteggi ufficiali, e il petrolio pesa molto in questa differenza.
Inoltre, dati del World Bank flaring initiative indicano che la flaring intensity venezuelana è stata tra le più alte al mondo nel 2022. La flaring intensity è un indicatore che misura quanto gas viene bruciato in rapporto al petrolio estratto: se l’intensità è alta, significa che una quota significativa del gas che esce insieme al petrolio non viene recuperata. Questo succede perché, quando si pompa petrolio, spesso dal giacimento affiora anche gas associato (gas naturale disciolto nel greggio o presente nella stessa formazione). Nei sistemi moderni quel gas viene raccolto e venduto, reiniettato o usato per produrre energia, ma se mancano tubazioni, compressori e impianti di trattamento, oppure se la gestione è inefficiente, la soluzione più rapida è sfogarlo e bruciarlo in loco (in gergo si dice “in torcia”).
Si tratta di una pratica usata anche per sicurezza, perché bruciare è generalmente preferibile al rilascio diretto del metano in atmosfera (anche per questioni climatiche). Quando però la torcia diventa “di routine” e non solo legata a emergenze o avviamenti, un’alta flaring intensity segnala spesso problemi strutturali di infrastrutture, manutenzione e controllo ambientale, e comporta emissioni aggiuntive di CO₂ (e, se ci sono perdite, anche di metano).






Commenta l'articolo
Per commentare gli articoli registrati a Italia che Cambia oppure accedi
RegistratiSei già registrato?
Accedi