Una versione diversa sul video del poliziotto picchiato a Torino
Secondo la testimonianza visiva della giornalista Rita Rapisardi l’aggressione al poliziotto avviene all’interno di una dinamica di violenza generalizzata, fomentata anche dalle stesse forze dell’ordine.
Da sabato gira con insistenza su giornali, telegiornali e social network il video, girato a Torino durante gli scontri fra manifestanti e forze dell’ordine di sabato 31 gennaio, del pestaggio di un agente da parte di alcune persone dal volto coperto. Le immagini mostrano un agente del reparto mobile rimasto isolato che viene accerchiato e colpito ripetutamente da più persone incappucciate, con calci e pugni; in alcuni fotogrammi si vede anche che l’agente, senza casco, viene colpito anche con un martelletto.
L’episodio non ha avuto conseguenze gravi (l’agente è stato già dimesso dall’ospedale) ma ha spinto molti esponenti del governo ad esporsi con dichiarazioni in cui si sottolinea l’urgenza di approvare il nuovo pacchetto sicurezza e la necessità di utilizzare il pugno di ferro contro i centri sociali occupati.
Domenica la premier Giorgia Meloni ha detto: «Ora è fondamentale che anche la Magistratura faccia fino in fondo la propria, perché non si ripetano episodi di lassismo che in passato hanno annullato provvedimenti sacrosanti contro chi devasta le nostre città e aggredisce chi le difende». Mentre il vicepremier Matteo Salvini ha aggiunto: «Ora avanti tutta con arresti, sgomberi e nuovo pacchetto sicurezza».
Tuttavia, nelle ultime ore, sta circolando molto sui social una ricostruzione dei fatti, pubblicata sul suo profilo Facebook dalla giornalista Rita Rapisardi, presente sul luogo, che inserisce le immagini del pestaggio in un contesto più ampio, che può cambiarne almeno parzialmente la lettura.
L’autrice racconta di aver assistito da molto vicino alla scena del poliziotto pestato, a pochi metri di distanza. Colloca l’episodio nelle fasi finali degli scontri: i manifestanti si stavano spostando da corso Regina verso il lungo Dora passando dai giardini vicino al Campus Einaudi, in un punto stretto dove molta gente teme di rimanere chiusa tra due fronti di polizia. Descrive un passaggio complessivamente “ordinato” nel varco, con persone che invitavano alla calma, mentre continuava il lancio di lacrimogeni.
Tornata verso corso Regina, afferma di aver visto lacrimogeni sparati ad altezza uomo e una ragazza colpita. “In corso Regina – scrive nel post – ormai erano in pochi. Sono tornata indietro per controllare, si parla di 20-30 persone al massimo. Mi affaccio e arrivano lacrimogeni ad altezza uomo (cosa vietata), una ragazza di fianco a me viene colpita, un altro batte sull’angolo del muro e mi sfiora. Indietreggiamo, capisco che da lì sono un bersaglio, quindi torno sul corso e mi nascondo tra le auto”.
“A questo punto – continua la giornalista – vedo arrivare da sinistra una squadra di venti agenti in antisommossa che corrono per manganellare quei dieci più vicini, ormai deboli di numero. Sono pronta ad urlare “stampa”, convinta le avrei prese anche io, abituata a vestirmi sempre di nero poi”.
È qui che avvengono i fatti ripresi nel video diventato virale: “Uno di questi, esce dallo schieramento, parte da solo e si allontana di 15 metri, per inseguire un paio di persone, mi pare una avesse un’asta in mano. Le inizia a manganellare, uno finisce a terra. Altri manifestanti arrivano in soccorso prendono il poliziotto e lo sbattono via, lui cade a terra e da lì ci sono quei secondi immortalati dal video ormai virale. Perde il casco non allacciato e poi i due colpi di martelletto (non martello).
Mentre l’agente viene colpito, racconta la giornalista, la squadra di colleghi rimane ferma per alcuni secondi pur vedendo la scena: “Mi giro e guardo la squadra, nessuno arriva a salvarlo, eppure l’hanno visto. Intanto da dietro arrivano delle urla, “basta, basta, lasciamolo stare”. I militanti si allontanano e finalmente arriva un collega. In due poi lo trascinano via. Doppia ritirata, a quel punto mi allontano anche io, non era rimasto più nessuno”.
L’autrice invita infine chi legge a chiedersi cosa sia successo prima e cosa resti fuori dall’inquadratura. Aggiunge di aver visto anche altre scene di violenza della polizia (persone colpite mentre sono a terra, fotografi inclusi), feriti e molte persone intossicate dai lacrimogeni, sostenendo che decine sarebbero finite in ospedale e che molte eviterebbero il pronto soccorso per timore di denunce.
Questo resoconto cala i fatti di Torino in un contesto di violenza generalizzato, in cui diventa più complesso distinguere fra vittime e colpevoli.






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