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9 Marzo 2026
Podcast / Io non mi rassegno

A Teheran piove petrolio – 9/3/2026

Dalla “pioggia di petrolio” su Teheran alla guerra trasformata in meme sui social; gli ultimi sviluppi della vicenda della famiglia nel bosco, l’abbattimento del bosco di Bressanone e la nuova puntata di Soluscions.

Autore: Andrea Degl'Innocenti
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Questo episodio é disponibile anche su Youtube

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Trascrizione episodi

Teheran, la capitale dell’Iran, è sovrastata da giganteschi nuvoloni neri e quando piove, la pioggia è nera, densa ed oleosa. In altre parole piove petrolio.

A descrivere questa scena molto suggestiva è il giornalista tedesco della CNN Frederik Pleitgen, uno dei pochissimi reporter occidentali presenti in questi giorni a Teheran con autorizzazione del governo iraniano.

Secondo le ricostruzioni, questa pioggia nera sarebbe la conseguenza dei massicci bombardamenti degli ultimi giorni sulle riserve petrolifere della città. Alcuni testimoni a Teheran hanno ripreso con lo smartphone le conseguenze degli attacchi aerei contro depositi di petrolio: nei video si vedono fiamme e fumo che hanno avvolto il paesaggio urbano circostante. Un residente ha raccontato alla BBC che «Era come se la notte fosse diventata giorno», talmente erano potenti le fiamme. E poi il giorno è diventato una specie di notte, per via delle nuvole nere che coprono anche le montagne dell’Alborz, che di solito si vedono dalla città.

Oltre a questo, leggo sul Post, un po’ di carburante è finito nelle fognature cittadine, ha preso fuoco e ha sviluppato un incendio lungo i lati di una strada della città. I video che circolano sui social mostrano quello che sembra un lunghissimo “fiume di fuoco”.

Gli attacchi aerei israeliani e statunitensi, hanno colpito nel weekend molti depositi di idrocarburi nella città. E quando esplodono depositi di petrolio o altri carburanti raffinati la combustione è spesso incompleta e produce enormi quantità di fuliggine e vengono disperse nell’aria le sostanze chimiche tossiche contenute nei serbatoi.

La Mezzaluna Rossa (l’equivalente della Croce Rossa nei paesi musulmani) ha detto che questo tipo di pioggia potrebbe danneggiare la pelle e i polmoni, e quindi di fare particolare attenzione a non esporsi. Nel caso in cui questo accadesse, si legge nel comunicato, si consiglia di non strofinarla, ma di sciacquarla solo con un getto continuo di acqua fredda, e di cambiarsi i vestiti bagnati.

Devo dire che sono immagini impressionanti, che restituiscono tutta l’assurdità di questa ennesima guerra, che ci spaventa e ci impressiona. Personalmente, mi colpisce pensare che quelle persone che vengono uccise o i cui polmoni si riempiono di sostanze tossiche sono in buona parte le stesse che fino a qualche settimana fa protestavano contro il regime degli ayatollah, che in Iran ha una popolarità bassissima, a quanto ne possiamo capire da qua (io stesso ho intervistato mesi fa diversi giovani iraniani/e che me lo hanno confermato). Insomma, a prendersi le bombe e a morire, sono le stesse persone, giovani – considerate che l’Iran è un paese con un’età media bassa, di circa 34 anni, contro i quasi 50 dell’Italia – che stavano lottando per un futuro più giusto. 

Questa immagine cozza – ma forse cozza è un eufemismo – direi che è inconciliabile, come se fossero due universi paralleli, con la narrazione della guerra fatta dai governi di Usa e Israele. Non parlo solo della classica narrazione dei buoni contro i cattivi, mi sembra di assistere a uno slittamento ulteriore. Come racconta Lorenzo Tecleme nell’ultima puntata del suo podcast Unchained, per Valori, “Il dipartimento della Guerra statunitense, che nel resto del mondo si chiamerebbe ministero della Difesa, ha pubblicato un video in cui mostra i suoi bombardieri pronti a colpire le basi, i pozzi, le scuole e gli ospedali iraniani. Come sottofondo, la hit degli anni Novanta La Macarena. L’esercito israeliano si è unito al trend con un tiktok dove le manovre dei jet sono accompagnate dal jingle virale Jet2Holidays”.

Un altro video invece, postato dalla Casa Bianca, mostra esplosioni in Iran alternate a frammenti del cartone animato  SpongeBob che dice: «Vuoi che lo faccia di nuovo?», mentre un altro ancora è intitolato “Justice, the American Way” (“Giustizia, all’americana”) e mostra spezzoni di film che glorificano violenza, dominio e machismo, seguiti ancora una volta da vere esplosioni di bombe in Iran e da una voce profonda che proclama: «Vittoria perfetta!».

Mi sembra che questo segni un passaggio semantico. Non è più così importante per Trump o Netanyahu raccontarsi come coloro che sono dalla parte giusta della storia, non fanno nemmeno quello sforzo. Preferiscono rendere la guerra, l’uso della forza, l’aggressione, una cosa pop, divertente, normale. Se ci fate caso le operazioni militari Usa un tempo avevano nomi come Operazione Nuova Alba, Operazione Libertà Duratura, Operazione Sentinella della Libertà. Questa si chiama Furia epica. È un nome già pensato per un meme. 

Insomma, non si vuole più convincere le persone a pensare che la guerra sia giusta, che noi siamo i buoni. Basta spingere le persone a non pensare, a spegnere il cervello, infilando un video di tiktok di bombardamenti, fra una ricetta di un panino e uno che spreme i brufoli.

Non è fra l’altro questo l’unico modo in cui i social stanno entrando e giocando un ruolo nel conflitto. Un’altra cosa che sta facendo discutere è l’utilizzo massiccio che ne stanno facendo i Paesi del golfo per convincere le persone che è tutto a posto, che le loro città sono sicure. 

Instagram e tiktok si è riempito in pochi giorni di video di influencer che vivono a Dubai, o Abu Dhabi, che passeggiano per le vie delle metropoli in questione tranquillamente, e poi in sovrimpressione compare la scritta: «ma vivi a Dubai, non hai paura della guerra?». Dopo di che compaiono i volti degli emiri regnanti, e si legge «no, perché so chi mi protegge». 

Le monarchie del golfo hanno paura che la guerra spaventi le persone e che le loro città smettano di essere paradisi fiscali per migliaia di content creator che scelgono ogni anno di trasferirvisi. Ma la realtà è molto distante dai video e quei luoghi sono a tutti gli effetti luoghi di guerra.

Sempre nel weekend un drone attribuito all’Iran o a milizie filo-iraniane ha colpito un impianto di desalinizzazione causando grossi danni alla struttura, in uno dei luoghi più vulnerabili alla siccità al mondo, in cui una buona parte (in molti casi oltre la metà) dell’acqua potabile arriva proprio da questi impianti. Se iniziano ad essere colpiti gli impianti di desalinizzazione dell’acqua la sicurezza idrica di milioni di persone è a rischio. 

La mia speranza, non del tutto campata in aria, è che questa narrazione alienante dia forza ad una narrazione alternativa, che rifiuti la riduzione delle società umane a un puro scontro di forze in cui è giusto che il più forte domini il più debole. Anche perché, banalmente, non è vero.

Qualche giorno fa, intervistando Massimo Ruggeri, presidente della Biennale della Prossimità, Massimo mi ha ricordato un fatto importante, di cui forse avevamo parlato tempo fa ma che mi sembra utile riprendere qui. Ed è la storia di un femore rotto. 

In pratica, in antropologia, il primo segno di civiltà umana viene fatto risalire al ritrovamento di una nostra antenata vissuta decine di migliaia di anni fa con un femore rotto che si era rinsaldato. Fino a quel momento, per i nostri antenati, e anche tendenzialmente per il resto del mondo animale una frattura del genere equivale quasi sempre a una condanna a morte: se non puoi camminare, non puoi procurarti cibo né difenderti dai predatori. Un individuo con un femore spezzato sopravvive solo se qualcun altro lo protegge, lo nutre e lo assiste per settimane o mesi.

Per questo alcuni antropologi raccontano che trovare uno scheletro antico con un femore fratturato e poi saldato significa che quella persona non era sola, ma viveva in un gruppo capace di prendersi cura di chi era ferito. L’inizio della società umana non coinciderebbe tanto con la tecnologia quanto con la cooperazione e la cura reciproca: il momento in cui gli esseri umani hanno iniziato a sostenersi a vicenda anche quando qualcuno non era più utile alla sopravvivenza immediata del gruppo. 

Ora, è una narrazione anche questa, sappiamo di essere esseri molto complessi, capaci di comportamenti del tutto opposti. Però non scordiamoci che la nostra civiltà, quella che chiamiamo umanità, nasce su un principio di cura, non di sopraffazione.

Si è tornati a parlare molto della vicenda della cosiddetta famiglia nel bosco, negli ultimi giorni. Si tratta di un caso emerso nel novembre 2025, quando il Tribunale per i minorenni dell’Aquila ha disposto l’allontanamento dei tre figli di una coppia anglo-australiana che viveva isolata nei boschi di Palmoli; i minori sono stati inizialmente collocati in una struttura separata assieme alla madre, ma distanti dal padre, e ai genitori è stata sospesa la potestà genitoriale. 

Negli ultimi giorni c’è stata poi un’ulteriore decisione del tribunale di trasferire i bambini in un’altra struttura separandoli dalla madre, mentre è partita la perizia sui minori; una scelta contestata dalla Garante per l’infanzia, che ha parlato del rischio di un ulteriore trauma. E che sta riaccendendo i riflettori su una vicenda che ha fatto parlare, e diviso, per mesi. Anche perché tira in ballo i confini fra libertà di scelta, libertà educativa, libertà negli stili di vita, quando queste scelte ricadono sui minori. Così come tira in ballo il concetto molto sociale di normalità, di ciò che è giusto o sbagliato fare, come è giusto o sbagliato vivere, a seconda di come vivono la maggior parte delle persone. 

Il problema di questa vicenda è che al momento non sembrano essere emersi episodi di maltrattamenti o comportamenti talmente gravi da parte dei genitori al punto da giustificare il trauma di un allontanamento dei figli. E questa cosa sta mandando comprensibilmente in allarme le migliaia di persone che hanno fatto scelte di vita diciamo alternative, magari vivono in ecovillaggi o vivono in natura. 

Quindi le cose sono due: o ci sono elementi che ancora non conosciamo, oppure la vicenda è diventata una questione politica o di principio e quindi si è andati decisamente oltre. 

Anzi: riformuliamo. Di sicuro la vicenda è diventata anche una questione politica, l’ennesimo fronte di scontro fra governo e magistratura, anche in vista del referendum. Perlomeno dal punto di vista del governo, che sta accusando i tribunali. Al momento devo dire che le decisioni dei tribunali sembrano piuttosto sproporzionate, perlomeno sulla base degli elementi che abbiamo a disposizione.

Nel mezzo di questa storia ovviamente ci sono le figlie e il figlio, che pagano il prezzo più caro, rincarato dalla costante attenzione mediatica che alimenta questa vicenda e la rende ancora più polarizzante e politica. Per questo, nonostante sia un tema che su ICC abbiamo più volte trattato, vi sarete accorti che abbiamo cercato di affrontarlo in maniera abbastanza marginale, senza cavalcare la questione.  

Qualche settimana fa, parlando informalmente della vicenda della famiglia nel bosco, la collega Daniela Bartolini mi faceva notare come tutta questa vicenda stesse ammantando di un alone sinistro anche la parola bosco. La scelta di definire questa famiglia “del bosco” – senza che peraltro viva effettivamente in un bosco vero e proprio – si porta dietro un immaginario in cui al bosco iniziamo ad associare qualcosa di sinistro, pericoloso, inquietante.

E devo dire che in parallelo stiamo assistendo negli ultimi mesi a molti interventi discussi e controversi legati ai boschi o al verde urbano. Abbiamo parlato su ICC dei cedri di Cuneo, che dovevano essere abbattuti per lasciare spazio alla riqualificazione di una piazza cittadina e che dei comitati locali sono riusciti a salvare. 

L’ultima vicenda della serie, raccontata dal corriere, riguarda invece Bressanone, dove venerdì mattina è stato abbattuto quello che veniva considerato l’ultimo grande bosco golenale rimasto nell’intera valle Isarco. «Le ruspe sono entrate in azione prima dell’alba — spiega il Wwf regionale in una nota — e nel giro di poche ore hanno iniziato a tagliare alberi alti fino a quaranta metri e con tronchi che raggiungevano anche i quattro metri e mezzo di circonferenza, molti dei quali con un’età stimata attorno al secolo». L’area, circa due ettari di foresta ripariale con altri settemila metri quadrati di prato, si trovava ai margini della zona industriale di Bressanone, lungo il corso dell’Isarco. «Negli anni — continua il Wwf — era diventata un piccolo ecosistema complesso e prezioso: erano state osservate 64 specie di uccelli, di cui 29 nidificanti, con la presenza stabile di colonie di airone cenerino e di specie rare come il picchio rosso minore. Nel bosco erano inoltre presenti sette specie di pipistrelli e tre specie di rettili protette dalla normativa europea».

La comunità ha cercato di bloccare il progetto con ogni mezzo lecito, tra petizioni (4.000 firme), catene umane, mozioni, perizie e ricorsi» ricorda il Wwf. La Commissione provinciale per il territorio e il paesaggio aveva riconosciuto il valore naturalistico dell’area, pur dando infine il via libera al progetto. Come compensazione ambientale è prevista la rinaturalizzazione di circa 17.000 metri quadrati di terreni agricoli confinanti con il biotopo Millander Au. Secondo le associazioni, però, nessuna compensazione potrà restituire un ecosistema sviluppatosi in decenni. Per loro, con l’abbattimento degli alberi, una parte della storia naturale di Bressanone è andata perduta.

E a proposito di altre specie animali, vi annuncio in chiusura che sabato è uscito l’ultimo episodio di Soluscions, il nostro podcast per abbonati condotto da Daniel Tarozzi. In questa puntata Daniel ci porta a conoscere il tema dei in santuari o rifugi per animali, ovvero quei luoghi dove vengono portati animali sottratti alla macellazione, o ai circhi, insomma ad attività legate allo sfruttamento animale.

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