L’analisi della vittoria del No al referendum sulla giustizia – 24/3/2026
Il No vince al referendum sulla giustizia; incertezze sulla guerra in Iran; si chiude senza accordo la conferenza sul deep sea mining; entra in vigore in via provvisoria l’accordo Ue-Mercosur.
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Fonti
#ReferendumGiustizia
Domani – Al referendum sulla giustizia vince il No, Meloni: «Rispetto la scelta degli italiani». Conte chiede le primarie, Schlein: «Sono pronta» (Domani)
Fanpage – Referendum, affluenza record al 59% per la riforma sulla Giustizia: il voto sul Sì e il No regione per regione (Fanpage)
#Iran
Domani – Trump: «In corso cambio di regime, l’Iran ha accettato di non avere l’atomica». Media israeliani: gli Usa trattano con il capo del Parlamento Ghalibaf (Domani)
#DeepSeaMining
Oceanographic – No code, no permits: ISA deep-sea mining talks end in stalemate (Oceanographic)
&E News – House tees up debate on deep-sea mining, Trump mineral deals (E&E News by POLITICO)
#Mercosur
Il Post – L’accordo tra Unione Europea e Mercosur entrerà in vigore dall’1 maggio, in via provvisoria (Il Post)
Se vuoi, te le posso anche ripulire in formato proprio “pronto incolla WordPress”, senza citazioni e senza link in chiaro.
Trascrizione episodio
Alla fine, ha vinto il No al referendum sulla riforma della giustizia. Immagino lo avrete saputo. E ci sono un po’ di analisi interessanti da fare. La prima cosa che possiamo dire è che quindi non cambia niente nell’assetto della magistratura. Mentre possiamo aspettarci qualche conseguenza sul fronte politico.
Veniamo ai dati. I dati definitivi ci dicono che il NO ha vinto con circa il 54,5 per cento, rispetto al Sì che ha ricevuto il 45,5 per cento dei voti. Sono quasi 10 punti di distacco.
Il primo fattore che possiamo rilevare è l’affluenza che è molto alta rispetto alle aspettative. Pensate che i sondaggi YouTrend dipingevano uno scenario di bassa affluenza attorno al 46% di votanti in cui era in vantaggio il no, e uno di alta affluenza attorno al 55% in cui sì e no erano appaiate. Alla fine l’affluenza è stata del 59% circa, molto alta. La seconda più alta di sempre per un referendum confermativo, seconda solo alla riforma Renzi-Boschi del 2016.
Quindi ci trovavamo in un territorio inesplorato anche da parte dei sondaggi. Fermiamoci un attimo a ragionare su questo dato. Sicuramente ha influito il fatto che fosse un referendum confermativo, senza quorum. Tutti e 4 gli ultimi referendum confermativi hanno avuto un’affluenza superiore al 50%, degli ultimi 4 referendum abrogativi solo uno ha superato il quorum del 50%, quello su acqua e nucleare del 2011.
Sicuramente il fatto che non ci sia un quorum fa sì che tutti spingano i propri elettori a votare, mentre in genere nei casi dei referendum abrogativi c’è sempre una parte della politica che spinge a non votare, puntando proprio sul mancato raggiungimento del 50% dei votanti. Ora vedrete che in tanti ritireranno fuori la proposta di togliere il quorum ai referendum come panacea ai problemi democratici del nostro Paese. La questione democratica è un po’ più complessa di così e non si risolve semplicemente togliendo i quorum ai referendum abrogativi.
Detto ciò questa volta c’è stata un’affluenza più alta del solito. Sicuramente ha influito la politicizzazione di questo referendum, il fatto che presumibilmente molte persone abbiano votato a favore o contro il governo, più che nel merito della riforma. È una speculazione, questa, perché è difficile capire le motivazioni dietro al voto, ma sappiamo che sicuramente sia la maggioranza che l’opposizione l’hanno buttata molto in politica, presentando una riforma molto tecnica come un voto contro il governo o contro la magistratura.
È una tecnica che in realtà non funziona praticamente mai, almeno per i governi, non so perché i vari governi continuino a puntarci. Era stata la pietra tombale sulla carriera politica di Renzi, probabilmente non sarà così per Meloni, che comunque è stata più furba di Renzi, e si è smarcata almeno parzialmente, e che soprattutto alla fine della campagna ha provato ad addolcire i toni e a ribadire che non si sarebbe dimessa, che non era un voto pro o contro di lei ma che era invece un voto sulla riforma della magistratura..
Detto ciò, il fatto che il voto arrivasse in questo momento storico, con uno scenario internazionale dove molte democrazie sembrano slittare verso l’autoritarismo, dove in italia abbiamo assistito a ben due decreti sicurezza, a un attacco a diverse realtà sociali ha fatto sì che – credo – l’anima politica di questo referendum abbia pesato di più rispetto alle questioni tecniche, peraltro come abbiamo visto abbastanza complicate.
Qualche altra informazione. Il no ha vinto in quasi tutte le regioni, tutte a parte Lombardia, Veneto, Friuli e Valle d’Aosta. In generale comunque il Sì ha avuto numeri migliori al Nord, dove è stata più alta anche l’affluenza, mentre il No ha vinto con più margine al Sud, dove è stata mediamente più bassa l’affluenza. Fanno eccezzione Toscanma ed Emilia Romagna, che sono le regioni con l’affluenza più alta, superiore al 66%, ma anche con un distacco del No molto netto rispetto al Sì.
Ecco, questo è quanto. Il resto sono perlopiù chiacchiere politiche. Già ieri sera tutti i leader dell’opposizione hanno provato ad intestarsi la vittoria, e quelli della maggioranza a schivare le responsabilità della sconfitta. I leader dell’opposizione hanno cercato di dire che il referendum è una condanna politica per il governo e una loro vittoria, mentre quelli del governo hanno detto che non c’entra e si votava solo per un referendum sulla giustizia. Insomma, ognuno cerca di massimizzare a suo favore gli esiti del referendum, o di evitare le conseguenze peggiori. Le conseguenze politiche di tutto ciò le vedremo meglio nei prossimi giorni. Ne riparliamo.
Ieri è stata una giornata di forte incertezza e segnali contrastanti sul fronte iraniano. Nel weekend Trump aveva lanciato un ultimatum al regime iraniano, di aprire lo stretto di Hormuz entro 48 ore o avrebbe colpito le centrali nucleari. Il presidente Usa però ieri mattina ha annunciato di aver rinviato di cinque giorni gli attacchi minacciati perché sarebbero in corso “colloqui buoni e produttivi”. Poi, ha annunciato: “Abbiamo l’accordo su quasi tutti i punti”.
A quel punto però è partito un teatrino difficile da decodificare. Le autorità iraniane hanno smentito che ci fossero trattative in corso dicendo che “Trump ha fatto marcia indietro temendo la reazione dell’Iran”. Trump ha detto che in realtà i negoziati ci sono, ma che a trattare con il suo consigliere Steve Witkoff e suo genero Jared Kushner, che avevano già guidato le trattative prima dell’inizio della guerra, non era Khamenei, la guida suprema, ma un altro importante leader.
Nel pomeriggio il giornale israeliano Jerusalem Post ha sostenuto che gli Stati Uniti stessero negoziando con Mohammad Bagher Ghalibaf, ovvero il presidente del parlamento iraniano, ed è la figura più nota e autorevole del regime dopo l’uccisione di gran parte dei suoi colleghi.
Poco dopo Trump ha detto che l’Iran ha accettato di non avere l’arma nucleare e che è stato trovato l’accordo con Teheran su 15 punti, tra i quali appunto l’arma atomica. Secondo dei media israeliani l’amministrazione Usa avrebbe fissato la fine del conflitto per il 9 aprile, lasciando qualche settimana per i negoziati. Vedremo.
L’ultima sessione del Consiglio dell’International Seabed Authority (ISA) che era iniziata a inizio marzo a Kingston in Giamaica, si è conclusa venerdì senza che sia stato raggiunto un accordo, e questo in realtà è un problema, una volta tanto, più per l’industria estrattiva che per chi vuole proteggere i fondali marini.
Diciamo che dal punto di vista dell’industria mineraria questo incontro è stato un buco nell’acqua (in tutti i sensi). Leggo su Oceanographic Magazine: “L’incontro si è concluso senza nessuno dei risultati che l’industria dell’estrazione mineraria in acque profonde sperava di ottenere. Non è stata approvata alcuna attività estrattiva e il tanto rimandato Mining Code – cioè il regolamento che dovrebbe essere in vigore prima che qualunque estrazione commerciale possa procedere legalmente – resta sia incompleto sia fortemente contestato.
Le due settimane di negoziati hanno messo in evidenza disaccordi irrisolti su una serie di questioni, dalle tutele ambientali e i regimi di responsabilità, fino ai protocolli di ispezione, ai meccanismi di conformità e ai criteri di condivisione dei benefici. Francia, Germania, Brasile, Messico, Costa Rica, Palau e Sudafrica (intervenuto a nome del Gruppo Africa) hanno tutti sollevato quelli che hanno definito vuoti fondamentali sul piano scientifico, ambientale e della governance.
Diversi governi si sono spinti oltre, insistendo sul fatto che tutte le questioni ancora aperte debbano essere completamente risolte prima ancora di poter prendere in considerazione qualunque attività estrattiva.
“Questo incontro ha messo ancora una volta in luce l’enorme portata delle incognite che circondano il deep-sea mining e perché una moratoria sia la strada più credibile da seguire. Andare avanti comunque è irresponsabile e rischia di sacrificare l’oceano, e il patrimonio comune dell’umanità, per interessi commerciali di breve periodo”, ha dichiarato Sofia Tsenikli, direttrice globale delle campagne della Deep Sea Conservation Coalition (DSCC).
Per gli attivisti della DSCC, l’esito è inequivocabilmente positivo. Ogni sessione dell’ISA che si chiude senza l’adozione del Mining Code equivale, di fatto, a una tregua per gli ecosistemi della pianura abissale, ambienti che secondo gli scienziati potrebbero impiegare milioni di anni per riprendersi da perturbazioni industriali su larga scala.
La sessione ha anche riportato con forza l’attenzione su un’altra controversia, distinta e potenzialmente ancora più urgente: la questione dell’estrazione unilaterale (ovvero il fatto che alcuni stati e aziende vogliano attrezzarsi per partire in autonomia anche in assenza di un quadro condiviso). Negli ultimi mesi sono cresciute le preoccupazioni per i tentativi di alcuni soggetti di portare avanti il deep-sea mining al di fuori del quadro internazionale, aggirando l’ISA e cercando invece autorizzazioni attraverso procedure nazionali. Al centro di queste preoccupazioni c’è Nauru Ocean Resources Inc. (NORI), una controllata di The Metals Company (TMC).
In pratica Nori sta trattando con l’amministrazione Trump (e come ti sbagli) delle licenze estrattive. E in questo incontro gli Stati membri hanno sostenuto la commissione tecnico-legale dell’ISA nel portare avanti un’indagine sul fatto che gli Usa potrebbero aver violato l’accordo con l’Isa nel portare avanti questo contratto di esplorazione. Vedremo.
Ieri la Commissione Europea ha detto che l’accordo commerciale fra Unione Europea e quattro paesi del Mercosur (l’organizzazione economica in cui rientrano diversi paesi del Sudamerica) entrerà in vigore in via provvisoria a partire dall’1 maggio.
Forse ricorderete tutta la questione complicata di questo gigantesco e controverso accordo commerciale, che era stato siglato a gennaio di quest’anno dalla Presidente della Commissione Ursula Von der Leyen con i rappresentanti di Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay. L’accordo è il più grande di questo tipo mai fatto dall’Unione europea in termini di popolazioni coinvolte e volume di scambi, e dovrebbe far aumentare le esportazioni di prodotti europei soprattutto nei settori di automobili, macchinari, prodotti chimici e farmaceutici, mentre dal Sudamerica dovrebbero arrivare soprattutto materie prime e prodotti agricoli e alimentari.
Vari paesi europei però si oppongono perché temono che l’aumento delle importazioni dai paesi sudamericani coinvolti possa danneggiare i propri settori agricoli. E poi ci sono anche dei timori legati al fatto che l’accordo possa penalizzare gli standard climatici e ambientali europei, facendo entrare prodotti che non rispettano i medesimi standard. Va detto che ci sono alcuni paletti per impedire che questo accada, però comunque un rischio, parziale c’è.
Dopo la firma l’accordo per entrare in vigore in via definitiva doveva essere approvato anche dal parlamento Ue che però ha chiesto un parere alla Corte di Giustizia europea, per una serie di questioni tecniche e di competenza, ma probabilmente nascondendo un’incertezza politica sull’accordo. Questo passaggio infatti potrebbe richiedere mesi e secondo diversi analisti è stato fatto apposta per allungare i tempi tecnici dell’accordo. Per questo la Commissione aveva annunciato a febbraio che l’accordo sarebbe comunque entrato in vigore provvisoriamente, dopo l’approvazione del Consiglio Europeo, ma senza finora annunciare una data. Che infine è stata annunciata ieri. quindi dal 1 maggio l’accordo commerciale entra in vigore. Se poi il Parlamento dovesse bocciare l’accordo, questo sarà revocato.
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