Abbonati. Sostieni l'informazione indipendente


Cose da sapere

Articoli fondamentali per comprendere problemi e soluzioni dell'Italia (e del mondo) che Cambia, cose importanti, cose da sapere.

I temi che trattiamo
In evidenza
Ambiente

Ambiente

Podcast

La redazione affronta e sviscera problemi e soluzioni del mondo contemporaneo, cercando di comprendere e interpretare la realtà in modo onesto e approfondito.

Ascolta
In evidenza
Soluscions

Soluscions

Ispirazioni

Storie, esempi, riflessioni stimolanti e replicabili per cambiare la propria vita e il mondo, per realizzare i propri sognie e apprezzare frammenti concreti di Italia che Cambia.

Leggi
In evidenza
Calabria sarai Tu

Calabria sarai Tu

Guide al cambiamento

Vuoi sapere tutto, ma proprio tutto su un determinato tema? Con le nostre guide al cambiamento puoi farlo scegliendo quanto e quando approfondire.

Leggi
In evidenza
Animali come noi: guida al benessere animale

Animali come noi: guida al benessere animale

Focus

Inchieste, reportage, approfondimenti verticali che - tra articoli, video, podcast e libri - ci aiutano a mettere a "focus" la realtà.

Leggi
In evidenza
Guerre nel mondo

Guerre nel mondo

La guerra è una guerra, è UNA guerra, è una guerra

Territori

Il giornalismo, quello vero, si fa consumandosi le suole delle scarpe per andare nei territori e toccare con mano problemi e soluzioni.

I portali territoriali
In evidenza

Sardegna


Gli strumenti del cambiamento

Bacheca cerco/offro

Per mettere insieme la domanda e l'offerta di cambiamento e costruire insieme il mondo che sogniamo.

Mappa delle realtà del cambiamento

Scopri le realtà incontrate durante i viaggi o segnalate dalla community ritenute etiche e in linea con la nostra visione.


Scopri italia che cambia
2 Ottobre 2025
Podcast / Io non mi rassegno

L’assalto (in corso) alla Flotilla: cosa sta succedendo? – 2/10/2025

Arresti e proteste per la Global Sumud Flotilla, intanto in Madagascar, Afghanistan, Marocco e Regno Unito continuano le mobilitazioni per diritti fondamentali e libertà. È morta Jane Goodall.

Autore: Andrea Degl'Innocenti
assalto flotilla

Questo episodio é disponibile anche su Youtube

Guardalo ora

Trascrizione episodio

Nel momento in cui registro questa puntata la situazione è ancora molto incerta e concitata, ma pare che circa 13 imbarcazioni della Global Sumud Flotilla siano state abbordate e fermate da Israele, mentre circa una trentina starebbe continuando a navigare verso la costa di Gaza e sarebbero ormai a poche decine di miglia dalla Striscia, ma le intercettazioni stanno continuando, ed è poco plausibile che qualche barca riesca a sbarcare. Alle 6:00 ad esempio ho assistito in diretta all’arrivo di militari israeliani armati sull’imbarcazione Florida. Attorno alle 6:10 la diretta YT che aveva accompagnato le ultime ore di navigazione è stata bruscamente interrotta.

Intanto in molte città Italiane sono esplose le proteste ieri sera via via che le autorità israeliane sequestravano gli attivisti ed è stato convocato uno sciopero generale per domani, venerdì. Provo a ricostruirvi cosa è successo e cosa sappiamo fin qui.

La Global Sumud Flotilla è questa iniziativa via mare della società civile nata nel 2025 con l’obiettivo di rompere il blocco navale israeliano su Gaza, consegnare aiuti umanitari e stabilire un corridoio d’aiuto diretto. “Sumud” in arabo significa “resistenza” o “perseveranza” ed in effetti l’iniziativa è nata dopo il fallimento della Global March to Gaza. La flottiglia era composta inizialmente da circa 50 imbarcazioni con circa 500 partecipanti da decine di paesi, inclusi attivisti, parlamentari, medici, artisti ed era partita i primi settembre dalle coste spagnole, italiane, greche e tunisine, con le varie imbarcazioni che si erano ricongiunte in navigazione. 

Da ieri mattina la flotta è entrata in quella che veniva considerata un’area ad alto rischio, dove era molto probabile che Israele – che nei giorni precedenti si era offerto di consegnare il cibo al posto degli attivisti se fossero sbarcati a Cipro e che in caso contrario aveva sempre detto che avrebbe usato ogni metodo per fermarli – fermasse le imbarcazioni e sequestrasse / arrestasse gli attivisti ed attiviste.

Ed in effetti così è stato. Già da ieri mattina alcune imbarcazioni sono state avvicinate da sottomarini, vedette e droni israeliani. Verso le 20 di ieri sera (le 19 qua da noi) le prime imbarcazioni sono state intercettate, ovvero quelli che mi pare di capire fossero militari israeliani sono saliti a bordo delle imbarcazioni e hanno fermato gli attivisti, per poi arrestarli. 

I giornali riportano fra gli altri il fermo di greta Thunberg, mentre sui profili social di alcuni partecipanti, come ad esempio Paolo Romano, consigliere regionale della Lombardia del PD, o Ada Colau, ex sindaca di Barcellona, sono comparsi messaggi preregistrati o scritti in precedenza che dicevano all’incirca: se leggete questo messaggio significa che sono stato arrestato dalle autorità israeliane contro la mia volontà, e invitavano a fare pressioni istituzionali per fermare il blocco agli aiuti.

Molte imbarcazioni sono state fermate con metodi abbastanza violenti, come l’utilizzo di idranti o persino – riporta Repubblica – di bombe stordenti. Non ci sono notizie di attivisti feriti, al momento.

La cosa più probabile è che verranno rispediti ciascuno al proprio paese di provenienza, dopo un passaggio in carcere, e previa una sorta di confessione di colpevolezza. 

Intanto in molte città sono scoppiate le proteste e molti governi – spoiler, non il nostro – stanno protestando ufficialmente contro l’azione israeliana. Il ministero degli Esteri turco ha definito l’abbordaggio delle barche della Flotilla da parte di Israele un «atto di terrorismo». Il presidente colombiano Gustavo Petro ha accusato Netanyahu di essere responsabile di «un nuovo crimine internazionale» e ha ordinato l’espulsione di tutta la delegazione diplomatica israeliana dalla Colombia, dicendo anche che il trattato per il libero commercio tra i due paesi è stato sospeso. E reazioni di questo genere stanno arrivando da decine di Paesi. Questo per dire che la flotilla sta comunque avendo un impatto grosso sulla situazione diplomatica internazionale di Israele.

Intanto, come vi dicevo, sono scoppiate le proteste in molte città italiane ed europee e un nuovo sciopero generale è stato indetto per la giornata di venerdì. Su ICC trovate una news con tutti i luoghi dove andare a manifestare, se vorrete farlo. Ci aggiorniamo. 

Negli anni Sessanta, quando il mondo della ricerca era popolato quasi esclusivamente da uomini, una giovane donna inglese decise di osservare gli scimpanzé nel loro ambiente naturale. Si chiamava Jane Goodall, non aveva una laurea in biologia, e nemmeno un’affiliazione universitaria solida alle spalle. Eppure si gettò, sola, nel cuore della foresta del Gombe, in Tanzania, con come bagaglio un taccuino e poco più.

A quel tempo, l’idea che una donna potesse intraprendere una spedizione scientifica da sola era vista con scetticismo, se non con aperto disprezzo. E per di più i suoi metodi — passare mesi ad osservare in silenzio, dare nomi agli animali, riconoscerne le emozioni e le relazioni fra di loro — venivano giudicati troppo “empatici” per essere considerati rigorosamente scientifici. Eppure proprio grazie a questo approccio, Jane Goodall rivoluzionò l’etologia: fu la prima a documentare l’uso di strumenti da parte degli scimpanzé, a osservare comportamenti sociali complessi, conflitti, cure materne, alleanze. E oltre alla grande valenza scientifica di queste scoperte, ebbe un enorme impatto sociale e antropologico perché mostrò che non eravamo così diversi da loro.

Ieri Jane Goodall è morta all’età di 91 anni, durante un viaggio negli Stati Uniti. La notizia è stata data ieri sera dal Jane Goodall Institute, la fondazione che in tutto il mondo porta avanti il lavoro da lei avviato più di sessant’anni fa. Perché Jane fa parte di quella schiera di scienziate attiviste – devo dire specialmente donne – come Donella Meadows, Joanna Macy e così via, che non si limitano allo studio, ma sono capaci di trasformare le loro scoperte in un impegno concreto a favore dell’intera umanità e di altre specie. Nel caso di Godall, per la protezione degli habitat, la conservazione della biodiversità, l’educazione delle nuove generazioni.

Negli ultimi decenni, aveva viaggiato in tutto il mondo come ambasciatrice della causa ecologista, parlando con governi, studenti, scienziati, movimenti giovanili. La sua figura è diventata simbolo di una scienza che non si accontenta di osservare, ma che sceglie di agire. Il suo messaggio, più volte ripetuto anche negli ultimi anni, era semplice ma al tempo stesso radicale: ogni individuo ha un impatto sul pianeta, e ognuno può scegliere che tipo di impatto avere.

Lo abbiamo detto spesso ultimamente. È un periodo caratterizzato da parecchi movimenti tellurici a livello sociale, con proteste diffuse e governi che diventano più autoritari e a volte vengono rovesciati.

In Madagascar, le proteste sono scoppiate da pochi giorni, a causa dei blackout prolungati dell’elettricità, interruzioni d’acqua e infrastrutture fragili, soprattutto nella capitale Antananarivo. Il movimento, noto come Leo Délestage, è stato avviato da giovani attivisti che si sono mobilitati sui social per denunciare condizioni insostenibili. Un processo molto simile a quello che abbiamo visto succedere in Indonesia e Bangladesh. Anche qui fra l’altro sono diffusissime le bandiere dell’anime One Piece, come simbolo di lotta contro il sistema.

In Madagascar solo circa un terzo della popolazione ha accesso all’elettricità — con forti disuguaglianze tra aree urbane e rurali — e le infrastrutture sono vecchie, inefficienti e soggette a guasti frequenti (da qui i continui blackout). L’azienda pubblica JIRAMA opera con tariffe non sostenibili e con giganteschi deficit finanziari, mentre la produzione dipende in larga parte da fonti instabili come il diesel o l’idroelettrico, con quest’ultimo che è smepre più di frequente messo a rischio dalla siccità legata ai cambiamenti climatici. Anche l’accesso all’acqua potabile è limitato, con metà della popolazione urbana priva di un servizio affidabile. 

In questo contesto, negli ultimi giorni si sono acuite le proteste che vanno avanti da diverse settimane. Le manifestazioni sono state segnate da scontri con le forze di sicurezza, uso di gas lacrimogeni, imposizione di coprifuoco notturno e arresti. Alcune dimostrazioni sono degenerate in atti di saccheggio e incendi, comprese case di politici e infrastrutture pubbliche.

Il governo ha provato ad andare incontro alle richieste dei manifestanti, dapprima licenziando il ministro dell’energia. Successivamente, il presidente Andry Rajoelina (salito al potere la prima volta nel 2009 con un colpo di stato) ha annunciato lo scioglimento del governo. Ma le proteste non si sono placate, anzi si sono estese. Ieri i manifestanti hanno sfidato il divieto ufficiale di assembramento e sono scesi in piazza in diverse città. E anche in regioni provinciali, nonostante le restrizioni. E sis sono estesa anche come tematiche: non chiedono più soltanto accesso all’elettricità e all’acqua, ma anche responsabilità istituzionali, trasparenza e rinnovamento politico.

Secondo i dati delle Nazioni Unite ad oggi si contano almeno 22 morti e oltre cento feriti correlati alle proteste e alla repressione. Ancora oggi le proteste proseguono, e i manifestanti tornano nelle strade nonostante le promesse e i tentativi di aperture del governo.

A proposito di blackout e cose simili, qualcosa del genere è succeso anche in Afghanistan. Non un blackout elettrico ma comunicativo. Negli ultimi due giorni infatti il governo dei talebani ha scelto di staccare i cavi della fibra ottica e la rete mobile mandando offline un intero paese. Telefono muto, banche che non comunicano, amministrazioni ferme. Ufficialmente la ragione è limitare l’utilizzo della portnografia, ma in motli sospettano che i motivi siano anche altri.

Ho scritto a Guglielmo Rapino, che forse ricorderete in una puntata di INMR+ sull’Afghanistan, che mi ha risposto così:

Hello Guglielmo, I hope you’re doing well.

Not only the internet, but even the mobile network signals were down for 48 hours in Afghanistan, and only a few minutes ago they were restored.

Guglielmo Rapino: Ciao Andrea, questo è il messaggio di una amica artista a Kabul. Hanno bloccato internet e chiamate per 48h, ora è tornato tutto normale ma non è chiaro se lo faranno ancora. Guardando anche al passato i talebani hanno spesso lanciato azioni molto drastiche e d’impatto quando volevano condividere un messaggio chiaro con negoziatori esteri (in primis USA), della serie ‘siamo pronti a tutto’. Credo stia succedendo qualcosa di simile, peraltro non credo abbiano la tecnologia per sostenere un taglio completo della rete internet (molte delle comunicazioni tra servizi segreti e polizia funzionavano su WhatsApp e non credo possano criptare la rete per renderla accessibile solo a un tot di persone, calcolando il numero di informatori e agenti). Stiamo a vedere, certo è che tagliare la comunicazione totale per 48h è devastante per chi vive principalmente di rimesse e parenti all’estero.

Anche in Marocco si protesta. Molti giovani stanno scendendo in piazza — riuniti in collettivi anonimi come Gen Z 212 — per chiedere che lo stato garantisca i diritti minimi fondamentali: sanità, educazione, opportunità lavorative. Uno degli slogan della protesta è “vogliamo ospedali, non stadi”. Infatti il governo ha finanziato spese per stadi, infrastrutture per eventi internazionali, progetti ambiziosi che vogliono dare un’immagine scintillante del paese a livello internazionale, mentre gli ospedali languono. 

Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità – scrive il Post – il Marocco ha meno di otto medici ogni 10.000 persone, ben al di sotto dei 25 raccomandati. Il tasso di disoccupazione nel paese è al 12,8 per cento, con una disoccupazione giovanile che raggiunge il 35,8 per cento e il 19 per cento tra i laureati, secondo l’agenzia nazionale di statistica. Sono proteste diffuse, frammentate, orchestrate anche qui principalmente online, decentrate. Anche qui, organizzate soprattutto dalla GenZ e simili alle altre.

E poi, cambiando radicalmente contesto, c’è il Regno Unito: dove la protesta è meno basata su internet, anzi è una protesta che mette in discussione un’eccessiva digitalizzazione della società. Migliaia di persone sono scese in piazza per protestare contro la carta d’identità digitale obbligatoria. 

Parliamo di una carta d’identità digitale associata al singolo cittadino, con dati biometrici e informazioni personali. Una carta digitale, su smartphone o app dedicata, che conterrà informazioni sull’Identità (nome, data di nascita, cittadinanza), sul Permesso di soggiorno o status di immigrazione, sul Diritto al lavoro (cioè se una persona può legalmente lavorare nel Regno Unito) ed eventualmente se ha diritto all’accesso al sistema sanitario, la posizione fiscale, i benefici sociali.

Le persone hanno paura che il fatto di legare una carta di identità digitale, obbligatoria, con i dati biometrici, in cui ogni gesto può essere registrato, ogni spostamento potenzialmente tracciabile. Pensate che è stata lanciata una petizione contro la legge che ha raccolto più di 1,6 milioni di firme in pochi giorni. E poi sono scoppiate anche proteste in piazza. 

Insomma, c’è una parte di mondo che utilizza il web, il mondo digitale, per organizzare proteste contro governi corrotti e autoritari, e un’altra parte che vuole proteggersi dall’effetto opposto, ovvero dall’utilizzo che i governi possono fare delle nostre identità digitali, un modo potenzialmente per incrementare il controllo sociale.

Ecco, credo che in queste proteste apparentemente opposte siano racchiuse un po’ le contraddizioni e le sfide del nostro tempo. Due giorni fa durante una conferenza quello che è considerato il padre, l’inventore del World wide web, Tim Berners-Lee ha detto: “Oggi il web non è più libero. Abbiamo bisogno di un ente no-profit come il Cern che promuova la ricerca internazionale sull’Intelligenza artificiale. Possiamo ridare potere agli individui e riprenderci il web. Non è troppo tardi”. Credo che queste proteste così diverse mostrino in fin dei conti le potenzialità e i rischi del web oggi.

Segnala una notizia

Segnalaci una notizia interessante per Io non mi rassegno.
Valuteremo il suo inserimento all'interno di un prossimo episodio.

Commenta l'articolo

Per commentare gli articoli registrati a Italia che Cambia oppure accedi

Registrati

Sei già registrato?

Accedi

Ultime news

Associazione OIA'Daniela BartoliniFrancesco BevilacquaLodovico BevilacquaFilippo BozottiSara BrughittaCinzia CatalfamoPaolo CigniniFabrizio CorgnatiSalvina Elisa CutuliValentina D'AmoraEleonora D'OrazioAndrea Degl'InnocentiLisa FerreliFilòAngela GiannandreaChiara GrassoIndipEzio MaistoSelena MeliFulvio MesolellaPaolo PiacentiniSusanna PiccinElena RasiaAlessia RotoloEmanuela SabidussiMarta SerraDaniel TarozziValentina TibaldiBenedetta TorselloLaura TussiRoberto ViettiLaura Zunica

Italia che Cambia

L’informazione ecologica dal 2004

Italia che Cambia è il giornale web che racconta di ambiente, transizione energetica e innovazione sociale in Italia. Raccontiamo storie che ispirano e spieghiamo i problemi con approccio costruttivo. Offriamo strumenti concreti per chiunque voglia essere parte attiva di questa trasformazione. È il punto di riferimento per chi cerca esempi di sostenibilità, etica imprenditoriale e iniziative civiche che dimostrano che un altro mondo non solo è possibile, ma è già in costruzione.

Abbonati Registrati
Associazione OIA'Daniela BartoliniFrancesco BevilacquaLodovico BevilacquaFilippo BozottiSara BrughittaCinzia CatalfamoPaolo CigniniFabrizio CorgnatiSalvina Elisa CutuliValentina D'AmoraEleonora D'OrazioAndrea Degl'InnocentiLisa FerreliFilòAngela GiannandreaChiara GrassoIndipEzio MaistoSelena MeliFulvio MesolellaPaolo PiacentiniSusanna PiccinElena RasiaAlessia RotoloEmanuela SabidussiMarta SerraDaniel TarozziValentina TibaldiBenedetta TorselloLaura TussiRoberto ViettiLaura Zunica