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2 Marzo 2026
Podcast / Io non mi rassegno

L’attacco di Usa e Israele all’Iran, il ruolo della Cina e quello che sappiamo fin qui – 1/2/2026

Attacco congiunto USA-Israele all’Iran: che succede adesso? In Brasile, vittoria indigena: revocato il decreto di privatizzazione dei grandi fiumi.

Autore: Andrea Degl'Innocenti
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Questo episodio é disponibile anche su Youtube

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Trascrizione episodio

Alla mattina di sabato, gli Stati Uniti hanno lanciato un attacco all’Iran assieme a Israele. Immagino l’abbiate intravista da qualche parte questa notizia. Un attacco molto diverso rispetto a quello del giugno 2025. che nel giro di poche ore ha portato, fra le altre cose, all’uccisione del leader supremo iraniano Ali Khamenei. 

Come accade sempre in queste occasioni, la sensazione è di essere sommersi da informazioni. Tutti i giornali del mondo ne parlano, ciascuno con decine di articoli, e distinguere quali sono le informazioni essenziali per comprendere l’accaduto da quelle superflue diventa difficile. Io proverei a innanzitutto ricostruire i fatti e poi a cercarvi qualche lettura interessante.

Inizio leggendovi come come Federico Petroni, riassume l’attacco su Limes, facendo un parallelo con l’attacco sempre Usa sulle centrali nucleari iraniane del giugno scorso. 

“Le condizioni, stavolta, sono radicalmente diverse. Diversa è la modalità: i due paesi [Usa e Israele] attaccano insieme, a differenza di giugno, quando gli americani avevano negato ogni coinvolgimento e si erano limitati a difendere l’alleato, mentre ora Washington conferma subito la partecipazione ai raid, per ora contro bersagli governativi e militari.

Diverso è l’obiettivo: cambio di regime. Nel messaggio alla nazione, Donald Trump esorta gli iraniani a “prendere il controllo del vostro governo, quando avremo finito”. I suoi aerei lo ribadiscono bombardando la residenza di Ali Khamenei – la Guida suprema pare sia stata trasferita in un luogo sicuro. [Poco dopo si sarebbe diffusa la notizia dell’uccisione di Khamenei, poi confermata anche dai media iraniani].

Diversa è la giustificazione, stavolta assente. Il ministro della Difesa israeliano Israel Katz parla di “attacco preventivo”. Tuttavia, prima dell’attacco di giugno per mesi si era discusso di una (controversa) stima d’intelligence secondo cui Teheran sarebbe stata prossima a sviluppare un’arma nucleare. Oggi, nemmeno questo. Sì, nei giorni scorsi Washington aveva iniziato a parlare di attività sospette degli iraniani, ma senza curarsi di scendere nei dettagli.

Diverso è il consenso interno fra i poteri. I militari americani hanno compiuto il raro passo di segnalare alla stampa i loro dubbi sull’operazione. Il capo degli Stati Maggiori riuniti, generale Dan Caine, ha ammonito che le Forze armate hanno scorte limitate di munizioni, soprattutto di missili per la contraerea con cui proteggere le basi nell’area e Israele. Addirittura, l’intelligence israeliana stima che gli americani finiscano le bombe in appena cinque giorni.

Che l’obiettivo americano non fosse il nucleare lo aveva certificato un episodio avvenuto poche ore prima dell’inizio dell’attacco. Con una mossa più unica che rara, il mediatore delle trattative Usa-Iran, il normalmente riservatissimo ministro degli Esteri dell’Oman, era andato in tv a rivelare il contenuto del negoziato. L’Iran, secondo il diplomatico, aveva accettato di non accumulare uranio arricchito, di rendere le riserve irreversibilmente inutilizzabili e di sottoporsi a “ispezioni complete”. Una novità, che nemmeno l’accordo di Barack Obama del 2015 era riuscito a strappare”.

Insomma, dice il giornalista, praticamente gli Usa sembravano aver raggiunto diplomaticamente un risultato clamoroso, il massimo che si potesse raggiungere, anche solo minacciato di intervenire. Ma a quanto pare non era quello il punto.

Riprendo a leggere: “Di fatto, gli Stati Uniti hanno stracciato l’accordo offerto da Teheran di rinunciare alla Bomba. Il motivo è tutto da verificare: forse perché non si fidano più degli iraniani, forse perché non vogliono trovarsi nel futuro a “tagliare l’erba” (cioè ad attaccare periodicamente per fermare il programma nucleare), forse perché l’obiettivo vero non era l’atomica ma lo smantellamento dei missili (il vero obiettivo di Israele). O forse semplicemente per mascherare la nuda realtà: abbattere il regime iraniano”.

Ventitré anni dopo, l’America torna a provare quel che fallì occupando l’Iraq, stavolta con un paese più grande, più popoloso e bombardandolo semplicemente dall’aria in condizioni di scarsità di munizioni. Vedremo se la spallata israelo-americana sarà sufficiente a far crollare un regime sclerotico e delegittimato dalla brutale repressione del malcontento popolare. Forse Trump è interessato solo alla demolizione. Ma quel che succederà dopo riguarda tutti”.

Questo articolo, come avrete intuito, è stato pubblicato a poche ore dall’attacco. In seguito c’è stata una reazione iraniana, con l’esercito che ha lanciato missili e attacchi contro Israele (in particolare Tel Aviv) e — soprattutto — contro asset e basi USA in vari Paesi del Medio Oriente. 

Leggo sul Fatto Quotidiano: “La rappresaglia missilistica delle forze dei Pasdaran ha preso di mira obiettivi americani in tutta l’area del Golfo. Le Guardie Rivoluzionarie in Iran hanno annunciato l’Operazione “Truth Promise 4” in risposta all’”aggressione americano-sionista contro il territorio iraniano”. Il quartier generale della Quinta Flotta della Marina statunitense in Bahrein è stato colpito con missili e droni”. 

“Attaccate le basi americane in Qatar e negli Emirati Arabi Uniti. Segnalati attacchi anche in Kuwait. Esplosioni sono state udite a Riad, la capitale dell’Arabia Saudita. L’Iraq, il Qatar e gli Emirati Arabi Uniti hanno chiuso il loro spazio aereo e le sirene hanno suonato in Giordania. Le ambasciate Usa hanno chiesto al proprio personale e ai cittadini americani che si trovano in questi Paesi di “mettersi al sicuro”. Per i funzionari diplomatici in queste sedi è stato disposto il lockdown”.

I bombardamenti Usa sono proseguiti e nel pomeriggio di sabato si sono diffuse due notizie. La prima, più drammatica, è che un missile avrebbe colpito “la scuola femminile Shajareh Tayyebeh a Minab, nel sud dell’Iran, e almeno 100 bambine – altri parlano di almeno 150 – sarebbero state uccise nell’attacco”. Lo riferisce l’agenzia di stampa iraniana Mizan, ma diverse testate indipendenti avrebbero verificato l’attacco.

Poco dopo, si è diffusa la notizia dell’uccisione di Khamenei, confermata in serata anche dal regime iraniano. Notizia che ha fatto in breve tempo il giro del mondo. Khamenei era un leader repressivo e sanguinario, alla guida del Paese da quasi 37 anni, che negli anni ha reso il regime iraniano sempre più autoritario, accentrando il potere nelle sue mani e dando più forza ai pasdaran, l’esercito interno dell’Iran e all’apparato repressivo. 

Khamenei in Iran era odiato profondamente dalla popolazione, con la strategia del sangue il regime aveva perso qualsiasi tipo di legittimazione a livello popolare. Ma la sua uccisione violenta da parte di due paesi stranieri ha lasciato la popolazione stessa spaesata e divisa. 

I giornali raccontano sia la festa per l’uccisione di Khamenei, che i cori e le proteste contro gli invasori Usa e Israele, e l’enorme incertezza che attanaglia le persone, sul futuro. Nessuno sembra sapere cosa verrà dopo, e forse ancora peggio, nessuno sembra sapere nemmeno cosa augurarsi.

Come sintetizza il Post: “Il regime probabilmente proverà a trasferire i poteri a una nuova Guida Suprema in tempi piuttosto brevi, in modo da limitare il parziale vuoto di potere ed evitare che nuove manifestazioni e sollevazioni popolari mettano in discussione la sopravvivenza del regime.

Non è chiaro se al momento l’amministrazione statunitense di Trump abbia un piano più elaborato per favorire il cambio di regime , che vada oltre i bombardamenti e gli attacchi [Trump ha detto “ci sono diverse persone che potrebbero guidare l’Iran”]. Israele ha invece chiarito di voler procedere all’eliminazione di tutta la classe dirigente iraniana, con attacchi mirati come quelli di sabato. Secondo Reuters la CIA, la principale agenzia di intelligence statunitense per l’estero, ritiene che l’ipotesi più probabile sia la sostituzione di Khamenei con un esponente della “linea dura” dei Guardiani della rivoluzione”.

Ci sono tanti altri pezzi di cronaca laterale a questo evento. A seconda del Paese ogni giornale racconta la situazione di propri connazionali bloccati in medio Oriente. In Italia sta facendo particolarmente scalpore la notizia del Ministro della difesa Guido crosetto bloccato a Dubai, per via degli spazi aerei chiusi nell’intera zona. Che fa anche capire come il governo italiano fosse completamente all’oscuro di tutto. 

Staremo a vedere, ovviamente. Prima di chiudere sul tema, su cui certamente continueremo a tornare nei prossimi giorni, vorrei provare a rispondere alle domande più strategiche geopolitiche, sul perché di questo attacco. Perché la questione del nucleare c’entra probabilmente, ma è anche piuttosto strumentale. 

Gli analisti sono piuttosto d’accordo nell’individuare due motivazioni distinte fra Israele e Usa. Israele punta soprattutto all’egemonia regionale, mentre gli Usa colpiscono Teheran per colpire Pechino. 

Qualche mese fa Giacomo Oxoli aveva realizzato dopo aver intervistato l’analista e saggista Adam Hanieh, autore di “Crude capitalism”. Hanieh contestava la visione, secondo lui poco attuale, che le mire statunitensi sul medio oriente fossero ancora oggi legate al petrolio. E proponeva una tesi alternativa.

Il controllo Usa sul medio Oriente sarebbe un modo di indebolire l’ascesa cinese. Leggo: «Oggi l’ascesa della Cina e la relativa erosione del potere globale americano sono strettamente legate all’importanza del Medio Oriente per l’imperialismo statunitense. A causa della dipendenza della Cina dal petrolio del Medio Oriente e di tutti i prodotti chimici e raffinati a esso associati, c’è stato un crescente legame politico ed economico tra la Cina e la più ampia regione del Medio Oriente. In questo contesto gli USA stanno cercando di riaffermare il loro primato nel Medio Oriente, in particolare le loro alleanze con le monarchie del Golfo, di fronte a questo tipo di invasione dell’influenza della Cina».

«Se mai arriveremo a una situazione in cui gli Stati Uniti vogliono imporre sanzioni alla Cina – prevede Hanieh –, un aspetto chiave sarà dove la Cina ottiene il suo petrolio e il suo accesso alle forniture di petrolio del Medio Oriente. Sarà anche una questione di valuta in cui la Cina commercia e il ruolo del dollaro USA nel sistema finanziario globale. Uno dei modi in cui la Russia ha cercato di aggirare le sanzioni è quello di scambiare più renminbi – cioè lo yuan, la valuta nella Repubblica Popolare Cinese».

Hanieh fa notare che la Cina sta anche esaminando il commercio di petrolio con il Golfo in renminbi – la valuta cinese – piuttosto che dollari USA, che ancora una volta giocherebbe un ruolo importante nel caso di qualsiasi tipo di sanzioni degli Stati Uniti o qualsiasi tipo di intensificazione del conflitto tra gli Stati Uniti e la Cina”. 

Insomma, la mossa Usa potrebbe essere vista anche in chiave anti cinese. Considerate che Pechino è il principale partner economico di fatto dell’Iran (soprattutto per l’energia) e Teheran è per la Cina un tassello utile per diversificare forniture e influenza in Medio Oriente. Nel 2021 i due Paesi hanno firmato una partnership strategica di lungo periodo (il cosiddetto accordo/programma di cooperazione 25 anni).

E che nel 2025, secondo Reuters, la Cina ha comprato in media 1,38 milioni di barili/giorno di greggio iraniano e assorbito oltre l’80% delle esportazioni iraniane via mare.

Poi ovviamente bisogna considerare che i fatti non hanno mai un’unica spiegazione, sono sempre la conseguenza di una somma di fattori, quindi ogni lettura va presa come un elemento possibile, diffidate dalle analisi che vi vogliono spiegare LA ragione, soprattutto in fatti di questo genere di complessità.

Allora, non ricordo più bene dove, ma ne abbiamo parlato. Quindi mi sembra importante anche solo dare la notizia poi ne parleremo meglio.

In Brasile c’è stata una vittoria importante delle comunità indigene nell’Amazzonia: a Santarém, importante porto dell’Amazzonia, circa mille attivisti indigeni di varie popolazioni hanno occupato per giorni un terminal granario della Cargill – uno dei nodi principali dell’export di soia – bloccando di fatto le attività.

L’obiettivo della protesta era fermare il progetto del governo brasiliano di trasformare il fiume Tapajós (e altri grandi fiumi) in una sorta di “autostrada della soia” a vantaggio delle multinazionali, quindi più dragaggi, più traffico, più infrastrutture (strade, ferrovie, “idrovia”) per spedire più rapidamente la merce verso i mercati esteri, soprattutto la Cina.

La pressione degli attivisti – prima intercettando una chiatta di grano, poi occupando direttamente l’impianto – ha portato il governo brasiliano a un dietrofront: è stato revocato un decreto che avrebbe avviato la privatizzazione di progetti federali su tre fiumi (Tapajós, Madeira e Tocantins), mettendo all’asta operazioni come dragaggi e gestione del traffico. Per i manifestanti è una vittoria “per la vita”: ha vinto il fiume, ha vinto la foresta, e si frena (almeno per ora) l’accelerazione verso un modello di sviluppo più distruttivo per ecosistemi e comunità locali.

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