La corsa alle rinnovabili di Cina e India è un cambio di equilibrio mondiale – 19/1/2026
Nel 2025 Cina e India riducono per la prima volta la produzione di elettricità da carbone. Aggiornamenti su Iran, Gaza, UE-Mercosur, dazi USA, alluvioni in Africa australe, elezioni in Uganda e caso Boldi.
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Fonti
#Carbone
Italia che Cambia – Per la prima volta è calata la produzione di energia da carbone in Cina e India
QualEnergia – BRICS più verdi per costruire nuova leadership climatica
The Guardian – Coal power generation falls in China and India for first time since 1970s
#Iran
Il Sole 24 Ore – Iran, Sunday Times: oltre 16.500 dimostranti uccisi e 330mila feriti
Il Post – Le proteste in Iran si sono fermate
#Gaza
Il Post – Chi c’è nel “consiglio di pace” che dovrà supervisionare la Striscia di Gaza
#AlluvioniAfricaAustrale
Il Post – Nell’Africa del sud decine di persone sono morte in queste settimane a causa di grosse alluvioni
#DaziGroenlandia
Il Post – Trump ha annunciato nuovi dazi contro i paesi europei che hanno inviato soldati in Groenlandia
#UEMercosur
Fanpage – Firmato l’accordo Ue-Mercosur: cosa prevede l’intesa, quando entrerà in vigore e cosa cambia per l’Italia
#Boldi
Il Post – Massimo Boldi è stato rimosso dai tedofori della fiamma olimpica per via di una battuta sessista
Trascrizione episodio
Nel 2025, per la prima volta in oltre cinquant’anni, la produzione di energia da carbone è diminuita sia in Cina che in India. Cina e India sono i due Paesi che per distacco hanno bruciato più carbone nell’ultimo decennio, insieme sono responsabili del 90% dell’aumento delle emissioni dell’ultimo decennio. L’India è il paese che si oppose con più forza, durante la COP28 di Dubai, all’inserimento della locuzione phase out (abbandono) dei combustibili fossili nell’accordo, che quindi diventò transition away, ovvero graduale distacco, depotenziando l’accordo stesso.
Eppure il 2025 ha visto un segno – alla produzione di elettricità da carbone in entrambi i paesi, un segnale che potrebbe essere uno spartiacque storico e che, secondo molti analisti, potrebbe – potrebbe – segnare l’inizio di un’inversione di tendenza a livello mondiale nelle emissioni climalteranti.
Ne abbiamo parlato in una delle nostre news venerdì. Secondo l’analisi del Centre for Research on Energy and Clean Air, commissionata dal sito Carbon Brief, la produzione di elettricità da carbone è scesa dell’1,6% in Cina e del 3% in India rispetto all’anno precedente; Sono percentuali non gigantesche ma comunque significative, e soprattutto è la prima volta che questo accade dal 1973.
Questa inversione di rotta non è un rallentamento casuale, ma è dovuto a una crescita senza precedenti delle energie rinnovabili. La Cina da sola ha aggiunto nel corso del 2025 oltre 300 gigawatt di energia solare e 100 di eolico, raggiungendo livelli mai visti a livello globale. Anche l’India ha compiuto un salto significativo, con 35 gigawatt di solare, 6 di eolico e 3,5 di idroelettrico.
Sebbene in entrambi i paesi le rinnovabili fossero cresciute molto anche negli scorsi anni, fin qui era cresciuto un po’, molto meno ma aveva continuato a crescere, anche il carbone. Perché nel frattempo le economie di India e Cina crescevano molto e quindi cresceva la domanda di energia più di quanto le rinnovabili da sole riuscissero a coprire.
Ma l’anno scorso l’accelerazione delle rinnovabili non solo ha coperto l’aumento della domanda energetica, ma ha iniziato a sostituire attivamente il carbone, per la prima volta. Almeno per una parte. Lo studio stima infatti che in India, ad esempio, la crescita delle rinnovabili abbia coperto il 44% del calo nell’uso di carbone e gas. Mentre circa il 36% della riduzione dei combustibili fossili in India è stata dovuta a condizioni climatiche più miti, e un ulteriore 20% a una crescita della domanda energetica più contenuta. Se nei prossimi anni le estati torneranno a essere più calde, è possibile che la richiesta di energia per il raffrescamento aumenti, ridimensionando questo progresso.
Però, ecco, è un segnale forte, pur da prendere con tutte le cautele del caso. E non arriva a caso. Se allarghiamo il quadro possiamo osservare con la Cina, e un po’ ormai anche l’India, stiano provando ad assumere una postura da leader globali nella lotta al cambiamento climatico, cosa che fino anche solo a 3-4 anni fa sarebbe sembrato impensabile.
Voglio darvi qualche altro dato e chiave di lettura. La Cina produce oltre il 70% delle auto elettriche a livello globale, produce oltre il 75%+ delle batterie vendute nel mondo, batterie senza le quali le rinnovabili funzionano in maniera troppo altalenante per essere affidabili, e addirittura produce circa l’85% delle celle al litio, che sono i mattoncini con cui si fanno le batterie. Produce anche circa l’85% dei pannelli fotovoltaici globali.
Quindi capite che la Cina, al di là delle sue emissioni, è però il paese che di fatto rende la transizione energetica possibile nel resto del mondo. Non è una cosa da poco. Al tempo stesso anche sul fronte interno, ci sono stati dei progressi importanti. Abbiamo parlato del calo del carbone, ma non è il solo. I dati ufficiali 2025 indicano un calo delle polveri sottili, quelle che normalmente chiamiamo inquinamento dell’aria, e un aumento dei giorni di “buona qualità dell’aria”.
Nel 2025 sono partiti anche giganteschi programmi di cosiddetto “land greening” su milioni di ettari: parliamo di riforestazione, rinverdimento di aree degradate, fasce frangivento, stabilizzazione delle dune, ripristino di praterie e lavori su bacini idrografici. L’obiettivo principale è ridurre la desertificazione del territorio e le tempeste di polvere, proteggere le infrastrutture e i campi coltivati, e rendere più resilienti i territori. Stiamo parlando di progetti su scala gigantesca.
E in parallelo la Cina si è mossa molto anche sul fronte degli accordi esteri. Pensate che nel 2025, anche come reazione alla politica dei dazi di Trump, sono aumentati del 70% gli investimenti nella cosiddetta nuova via della seta, ovvero quella serie di accordi commerciali che la Cina sta stringendo soprattutto con Paesi di Africa, Medio Oriente, Asia centrale e Sud-Est asiatico, e in parte America Latina (e alcune aree d’Europa).
E anche qui parliamo di grandi accordi che vertono spesso sul tema dell’energia e delle risorse.
Il caso dell’India, se vogliamo, è ancora più sorprendente, forse più inaspettato. Il 2025 ha segnato una accelerazione record delle rinnovabili, soprattutto del solare, abbiamo visto il calo del carbone, ci sono stati grossi investimenti nell’idrogeno e nell’ammoniaca verdi, ed è in corso un processo di modernizzazione gigantesco guidato dalla costruzione di un’infrastruttura digitale pubblica che funziona come infrastruttura economica nazionale.
Anche sul nodo dell’aria che è ancora uno dei grossi problemi delle megalopoli indiane qualcosa sta cambiando. Il programma nazionale NCAP mira a una riduzione fino al 40% del PM10 entro la fine dell’anno.
Ora, questo non significa che tutti questi processi siano esenti da rischi, aspetti controversi, contraddizioni. Ce ne sono tanti. In Cina l’inquinamento si è ridotto complessivamente, ma in parte si è spostato verso zone più povere e meno attenzionate. La gigantesca crescita delle rinnovabili ha comunque un costo ambientale nell’estrazione delle materie prime e alla lunga, se non usciamo dal paradigma della crescita infinita, anche una crescita dei consumi energetici basati sulle rinnovabili diventa insostenibile. I programmi della nuova via della seta esportano rinnovabili ma spesso comprendono anche distruzione ambientale, ed espropriazione di terre, nonché le mani su infrastrutture chiave in paesi poveri. La modernizzazione indiana potrebbe voler percorrere la via del controllo sociale capillare come avviene anche in Cina. idrogeno e ammoniaca verdi sono tecnologie complesse e contraddittorie. Inoltre in entrambi i paesi il tema dei diritti è un tema delicato e cruciale.
Insomma, non è il mondo dei sogni, ma quello che voglio sottolineare è che i due paesi di gran lunga più popolosi al mondo sembrano aver intrapreso una strada comune, fra l’altro con un netto miglioramento anche nei rapporti diplomatici reciproci, verso la transizione ecologica, pur con tutti i dubbi del caso. La narrazione è quella, e si pongono vero il mondo come nuovi leader di quel percorso, e anche come paesi che aumentano gli scambi e le relazioni con l’esterno.
Mi sembra importante notare questo fatto in un momento in cui vediamo il mondo semprepiù frammentato, gli Usa che vanno da soli in una strategia imperialista probabilmente kamikaze, l’Europa sempre più nel pallone che non sa chi seguire, un manipolo di tecnocapitalisti occidentali che pensa di essere padrona del mondo e vuole costruire città fortezza e poi colonizzare Marte.
Queste cose ci fanno paura, ed è normale che sia così. Però è utile ricordarci che riguardano non il mondo, ma una piccola frazione di esso, storicamente molto rilevante, ma in prospettiva, forse, sempre meno, una manciata di esseri umani numericamente irrilevante. Una scureggia nello spazio. Insomma, forse possiamo leggere questa attualità che ci appare senza senso, come il delirio di onnipotenza di un occidente – e in questo trump lo impersonifica bene – che ha il terrore di diventare irrilevante. O forse lo è già diventato.
In Iran le proteste sono improvvisamente cessate, dopo la tremenda repressione del regime. Dopo settimane in cui migliaia di persone erano scese in piazza le manifestazioni negli ultimi giorni si sono praticamente interrotte, soprattutto a Teheran almeno in apparenza. La repressione è stata brutale, senza precedenti recenti: difficile dare dei numeri, l’agenzia iraniana HRANA parla di oltre 3mila persone uccise, il Sunday Times parla di almeno 16.500 morti e 330mila feriti. La maggior parte sotto i 30 anni. Ma è davvero difficile capire a chi dare credito. anche se il governo parla solo di alcune centinaia — numeri difficili da verificare perché internet in molte zone era quasi totalmente bloccato e i media liberi non esistono nel paese.
Ieri era il governo ha riattivato il servizio di messaggistica Sms. E in alcune aree internet sembra lentamente tornare a funzionare. Per la prima volta il leader supremo Khamenei ha di fatto ammesso che c’è stata una repressione feroce ma ha scaricato la colpa su Israele e sugli Stati Uniti, dicendo che avrebbero fomentato tutto dall’esterno.
È stata annunciata la composizione del cosiddetto “consiglio di pace” che dovrebbe supervisionare la seconda fase dell’accordo tra Israele e Hamas e la futura amministrazione della Striscia di Gaza. Ne fanno parte Trump (che lo presiederà), Marco Rubio, Tony Blair, Kushner e altri esponenti vicini al presidente USA, ma nessun palestinese, almeno per ora. Il consiglio dovrà vigilare sull’operato di un Comitato tecnico palestinese che dovrebbe esautorare Hamas e governare Gaza. Ma i dubbi sono tanti: sull’efficacia dell’accordo, sulla reale entrata in funzione di questi organismi e soprattutto su due obiettivi che paiono irrealistici, almeno oggi — il disarmo di Hamas e il ritiro totale dell’esercito israeliano.
Dopo 25 anni di negoziati, UE e Mercosur (Brasile, Argentina, Uruguay, Paraguay) hanno firmato un accordo che crea una delle più grandi aree di libero scambio al mondo. L’intesa facilita scambi, investimenti e cooperazione, ma prevede anche impegni su diritti, ambiente e lotta alla deforestazione — un tema chiave anche alla luce del cambiamento climatico. Per l’Italia, si aprono nuove opportunità per le imprese esportatrici e tutele per i prodotti agroalimentari, anche se restano timori sulla concorrenza agricola e sull’effettiva tenuta degli standard ambientali.
Negli ultimi giorni Sudafrica, Mozambico e Zimbabwe sono stati colpiti da alluvioni devastanti che hanno causato decine di morti e migliaia di sfollati. In Mozambico oltre 70mila ettari di campi coltivati sono finiti sott’acqua, in Sudafrica intere aree sono sommerse, e perfino il celebre parco Kruger è stato chiuso per le esondazioni. Ecco, considerate che eventi come questi, sempre più frequenti e intensi, sono legati agli effetti del cambiamento climatico, che altera i regimi di pioggia e rende più estreme le precipitazioni.
In Uganda, Yoweri Museveni ha vinto le elezioni per la settima volta, restando al potere dopo 40 anni di governo autoritario. Ha ottenuto il 72% dei voti secondo i dati ufficiali, battendo l’oppositore Bobi Wine, ex musicista e attivista, ma il voto è stato pesantemente contestato. Secondo ONU e Amnesty International, le elezioni non sono state libere né regolari, con internet bloccato, una repressione violenta dell’opposizione, la chiusura delle ONG e la censura ai media internazionali. Wine denuncia brogli e invita a proteste non violente.
Trump ha imposto nuovi dazi del 10%, che saliranno al 25% da giugno, contro otto paesi europei (tra cui Francia, Germania, Regno Unito e Scandinavi) che avevano inviato pochi soldati in Groenlandia per una esercitazione simbolica senza coinvolgere gli USA. Trump ha definito l’azione una minaccia alla sicurezza globale e ha rilanciato la sua idea (già nota) di acquistare l’isola. La reazione europea è stata dura: il Parlamento UE ha sospeso la ratifica del nuovo accordo commerciale con gli USA, e si è aperta una crisi diplomatica con conseguenze economiche importanti.
Ultima cosa, il comitato organizzatore delle olimpiadi invernali di Milano Cortina ha rimosso l’attore Massimo Boldi dalla lista dei tedofori, ovvero le persone che portano la fiamma olimpica. Lo ha rimosso per via di una battuta considerata sessista. In pratica durante un’intervista al Fatto Quotidiano pubblicata il 17 gennaio, a una domanda del giornalista su quale sport praticasse, Boldi ha risposto «la figa». Che è una battuta di dubbio gusto, ma è anche la risposta più da Massimo Boldi che ci si possa immaginare. Per cui mi viene il dubbio: ma quelli del comitato olimpico che lo avevano selezionato, avevano mai visto un film di Massimo Boldi?
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